venerdì 25 dicembre 2009

I servizi e le inchieste del primo anno (1983-1984)

Il giornale si caratterizzò subito per la corposa presenza di inchieste. Ogni inchiesta era curata nei minimi dettagli, un servizio “vecchio stampo”, che poteva arrivare anche a più di venti pagine. Essendo un mensile, l’informazione de I Siciliani doveva essere votata all’approfondimento ma, nello strano panorama editoriale regionale, il giornale di Fava si ritrovava spessissimo ad essere l’unico
a scrivere certe notizie e a fare inchieste su alcuni argomenti:
“Quel silenzio informativo, prima e anche dopo che lo uccidessero, fece paradossalmente la “fortuna” del nostro giornale mensile: I Siciliani si faceva forte del fatto che gli altri non pubblicavano le notizie. Facevamo scoop per silenzio e omissioni altrui”
[Antonio Roccuzzo in La maestra e il diavolo].
A Giuseppe Fava bisogna attribuire le inchieste più importanti del primo anno. Tutte inchieste atte a far conoscere i veri potenti della regione e di Catania in particolare. Altre inchieste di grande interesse furono condotte dai giornalisti Claudio Fava, Miki Gambino, Riccardo Orioles e Antonio Roccuzzo, sempre sotto la supervisione di Giuseppe Fava, loro maestro e direttore.
I servizi rilevanti furono quelli sulla mafia, nelle molteplici vesti e forme (mafia affari e politica, mafia e banche, mafia e camorra), sulla Giustizia e il “Caso Catania”, sullo stanziamento dei missili nucleari nelle Basi Nato siciliane e sul fallimento del sogno industriale regionale.

Era una rivista molto seria ma mai stancante. In questo il linguaggio e la grande sensibilità del direttore, giocavano un ruolo essenziale. Anche i servizi più pesanti, dal punto di vista psicologico, come quelli sulle stragi di mafia, diventavano il pretesto per uno sguardo talvolta ironico del drammaturgo Fava. Un giornalismo votato al racconto, alla narrazione di storie umane, al rispetto di ogni vita spezzata, alla ricerca del vero volto dei siciliani, ma anche provocatorio e grottesco. Così l’ennesimo funerale di Stato per Fava diventava l’occasione di parlare di quel signore, di mestiere becchino, che lavorava sempre a quei funerali così uguali a se stessi dove erano presenti le massime cariche di uno Stato assente.

Erano state numerose le trovate letterarie che Fava aveva ideato durante quel primo anno di vita del giornale, come l’invenzione e la pubblicazione dei verbali segreti della mafia [Giuseppe Fava, I verbali della mafia, I Siciliani, Marzo 1983], l’inchiesta ironica su quanto costa un buon killer [descritti da Fava come “elemento di serena moderazione degli eccessi politici e di giusto equilibrio dei turbamenti sociali,[…] normale strumento di lavoro: di solito sono uomini politici, manager industriali, grandi operatori economici, i quali hanno una vera e proprio uscita in bilancio alla voce: spese varie e di ammortamento”. Giuseppe Fava, Quanto costa un buon killer?, I Siciliani, Luglio 1983], fino alla teatrale messa in scena di una fantomatica arringa in difesa di un cavaliere mafioso [L’avvocato difensore di un cavaliere accusato di associazione mafiosa termina la sua arringa con queste parole: “Eccellentissimi, io vi chiedo perdono, forse voi appartenete a quella tale minoranza di imbecilli di questa nazione, i quali ancora lottano e credono che nella vita di ogni uomo si possa affermare il suo reale merito, e che ci sia un ideale morale di vivere. In tale ipotesi, chiedendovi di assolvere il qui presente cavaliere, io vi chiedo sinceramente perdono!” Giuseppe Fava, Arringa in difesa di un cavaliere mafioso, I Siciliani, Ottobre 1983].

Scriveva Sebastiano Addamo a proposito dello stile della scrittura di Giuseppe Fava nelle inchieste de I Siciliani:
Più raro è invece il passaggio dal giornalismo alla letteratura. È avvenuto con Giuseppe Fava che nacque giornalista, e, del giornalista, seguì dapprincipio la sua vicenda più pura: la cronaca. L’esigenza di dire di più, di dire altro e in altro modo, la necessità di raccontare con più larghezza e più profondità, o di andare al di là della cronaca a seguire il filo teso dell’immaginario, lo avrà potuto condurre verso altre forme di espressione, a anche al romanzo. Perciò la differenza tra il suo essere giornalista e il suo essere narratore, non sta nella differenza tra una scrittura che riporta, e una scrittura che inventa. Inventare, del resto, significa più propriamente trovare: trovare tra le pieghe della cronaca, nel suo fondo sordido e amaro, quelle verità che essa cela e vanno rivelate, anche se non c’è alcunché che le sorregga. Il cronista si fa romanziere per la violenza stessa della cronaca. Questa cronaca virulente e imperversante, per Giuseppe Fava è stata la mafia.
Una scrittura che parlava alla gente, con un linguaggio sempre diretto, senza la ricerca di frasi auliche ad effetto, atta a sensibilizzare e continuare quella che doveva essere una riscossa culturale del popolo siciliano intero. Uscirono in edicola, sotto la direzione di Pippo Fava, dei numeri sempre bilanciati: accanto alle inchieste “pesanti” ecco le inchieste sulla donna e l’amore nel sud, le inchieste gastronomiche per le vie del buon mangiare siciliano, i servizi sul Catania in serie A e le storie degli sport minori siciliani, ma anche tanta cultura, con racconti, cinema, teatro e musica. Nel giornale erano presenti anche degli inserti, come quello fotografico, quello turistico, e quello dei fumetti. Centosessanta pagine diventate duecento nel corso dell’anno, pulsanti di cultura e vita siciliana.

Da dicembre 1982 a gennaio 1984 furono pubblicati undici numeri [il primo uscì il 22 dicembre 1982 e fu ristampato tre volte poiché le copie si esaurirono nel giro di una settimana e dunque il numero 2 dovette uscire nel febbraio 1983. Nell’agosto di quell’anno I Siciliani non uscì e a dicembre furono pubblicati in numero doppio il 10 e l’11].
Una prima quantificazione dei contenuti della rivista durante il primo anno ha dato i seguenti risultati: su un totale di 314 servizi, il 41% riguarda i 4 settori indicati nell’indice come Attualità – Politica – Economia – Giustizia. Sono per lo più lunghi servizi, collocati nella prima parte del giornale e che occupano circa la metà delle pagine di ogni numero.
Il restante 59% riguarda altri settori: Spettacolo (54 servizi), Cultura (38), Turismo (29), Costume (22), Natura (14), Umorismo (11), Sport (6) e curiosità varie (10).

All’interno dei primi quattro settori  sono state individuate alcune macro aree tematiche:
- il tema della collusione fra Mafia, Imprenditoria e Politica, centrale in 42 servizi e presente comunque con frequentissimi richiami anche in molti altri;
- il tema della difficile amministrazione della giustizia in Sicilia, cui furono dedicati specificamente 26 servizi;
- il problema dell’installazione dei missili Cruise a Comiso, oggetto di inchieste e riflessioni in 16 articoli;
- il tema dello sviluppo economico della Sicilia e in particolare delle storture della industrializzazione dell’isola, affrontato in 11 articoli.
   
Furono soprattutto questi i temi su cui il giornale condusse le sue inchieste e le sue battaglie principali, i temi che costituirono l’asse portante su cui I Siciliani costruì la sua identità mediatica e ideologica, la sua fisionomia di giornale teso con le sue denunce a dare un concreto contributo per frenare violenza e criminalità, corruzione e illegalità dilaganti.
E’ importante però far notare che la differenza tra le macro aree tematiche non è netta, anzi spesso esse s’intrecciano tra loro.
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