<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853</id><updated>2012-02-16T15:14:56.253+01:00</updated><title type='text'>I Siciliani di Giuseppe Fava</title><subtitle type='html'>"A che serve vivere se non c'è il coraggio di lottare?"</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>34</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-1300053935808221818</id><published>2010-07-19T16:59:00.002+02:00</published><updated>2010-07-21T13:20:37.201+02:00</updated><title type='text'>La Stampa e il processo Fava</title><content type='html'>Il comportamento di una parte della stampa nazionale, ma soprattutto di quella locale, nel periodo che va dalla morte di Giuseppe Fava - gennaio 1984 - alla sentenza definitiva della Corte d’Assise d’Appello, passata in giudicato -novembre 2003-, è contrassegnato da episodi e “scelte editoriali” che non possono essere ignorate in questo studio perché contribuiscono a connotare il contesto editoriale in cui operò la rivista I Siciliani.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Protagonista in negativo sarà, soprattutto, il quotidiano La Sicilia che, come vedremo, in maniera subdola ha sempre cercato di mistificare la realtà dei fatti, in alcuni casi adoperando un vero e proprio depistaggio “secondo una tecnica che ricorda quasi in tutto quella dei servizi segreti” [&lt;i&gt;I Siciliani, Carte False, edizione straordinaria de I SICILIANI NUOVI, giugno 1994&lt;/i&gt;]. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Col senno di poi e guardando a ritroso “i fatti” tutto appare più chiaro di quanto non apparisse allora.&lt;br /&gt;Nella prima pagina de La Sicilia del 6 gennaio 1984, il servizio sulla morte di Fava, sotto l’unico titolo Assassinato Giuseppe Fava, è diviso in due parti: una senza firma e una firmata da Tony Zermo. &lt;br /&gt;Nella prima vi è la ricostruzione dell’agguato criminale e si parla subito di “un delitto di mafia”, ma, (e non si capisce da cosa il giornalista che scrive abbia dedotto l’ipotesi) “commissionato probabilmente dai clan palermitani” [&lt;i&gt;Assassinato Giuseppe Fava, La Sicilia, 6 gennaio 1984. L’articolo non è firmato&lt;/i&gt;]. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Nella seconda parte vi è un articolo di fondo firmato, come si è detto, da Tony Zermo, collega di Fava per numerosi anni a La Sicilia. &lt;br /&gt;Scrive Zermo: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“L’hanno ucciso da mafiosi. E non è facile capire il motivo, perché lui era sì scrittore di mafia, era sì uomo libero, e battagliero, ma era soprattutto un artista. […] Non era per naturale vocazione un inquisitore della mafia, era un uomo a cui piaceva profondamente vivere[…] Si possono fare tante ipotesi sul perché è stato ucciso. Tutto lascia credere che si tratti di un agguato mafioso. Ma perché la mafia ha deciso di eliminarlo? Cosa ha fatto, cosa ha scritto che ha portato alla sua eliminazione? Forse per le sue ultime parole pronunciate nell’ultima trasmissione di Enzo Biagi?[…] Lui vedeva la mafia da artista[…]”.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Due le considerazioni da fare in merito a questi primi articoli. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La prima è che da subito si escluse, e non si capisce il perché, che potesse essere stata la mafia catanese a commettere l’agguato e si tirarono in ballo “clan palermitani”; la seconda è&amp;nbsp; che si cercò di ridurre il peso del lavoro di denuncia portato avanti da Fava e dalla redazione de I Siciliani .&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Scrive ancora Zermo, il 7 gennaio 1984: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Probabilmente bisognerà cercare, si dovrà cercare in quello che ha scritto sulla sua rivista[…] E però anche in questa direzione si troverebbe poco perché lui non aveva scoperto nulla di particolarmente importante[…] Sono parole di un uomo di cultura, di un giornalista che vede la realtà con l’occhio dello scrittore civilmente impegnato: ma non sono denunce precise, non ci sono nomi e cognomi, non c’è nulla che possa far presumere un delitto per ritorsione[…] Rappresentava un pericolo non per quello che aveva scritto, ma per quello che poteva ancora dire o scrivere[…] Non è facile, comunque, capire questo delitto[…]”.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Tony Zermo, L’ultima Violenza, in La Sicilia,&amp;nbsp; 7 gennaio 1984.&lt;/blockquote&gt;Un mese dopo, il 5 febbraio 1984, nel primo anniversario della morte di Fava, Zermo dipinge il giornalista defunto come uno che “voleva fare cose grandi, ma non teneva conto né di bilanci, né delle difficoltà del mercato. Tutto sommato era un grande romantico, un ulissiade[…]” [&lt;i&gt;Tony Zermo, in La Sicilia, 5 febbraio 1984&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;Per quanto riguarda la presenza della mafia nel territorio catanese, il giornalista de La Sicilia afferma&lt;br /&gt;“[…] non abbiamo ancora in questa parte della Sicilia orientale, autentiche manifestazioni di tipo mafioso, tranne qualche sporadico esempio, peraltro immerso ancora malgrado tutto nella più fitta oscurità (caso Santapaola, ad esempio)” [&lt;i&gt;Claudio Fava, La mafia comanda a Catania, cit., pag. 87&lt;/i&gt;]. &lt;br /&gt;L’articolo di Zermo è del 6 dicembre 1984 e Santapaola era già latitante e il giudice Giovanni Falcone aveva già spiccato un mandato di cattura contro di lui per l’omicidio Dalla Chiesa. Ma neanche dopo anni e centinaia di morti ammazzati e arresti anche eccellenti Zermo ammetterà la presenza della mafia a Catania. &lt;br /&gt;Il 16 luglio 1996, interrogato al processo Fava, affermerà:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“[…]La mia tesi qual è? Che a Catania mafia mafia, Cosa nostra doc non c'è. A Catania c'è la grande criminalità, grande, ma che abbia un codice d'onore, come quello di Cosa nostra palermitana no! Perché qui non esistono i Liggio, qui non esistono i Riina. Ci sono delle controfigure, dei cooptati momentanei, di grande spessore, stiamo attenti, ma non hanno un codice d'onore e una tradizione secolare[…]”. &lt;br /&gt;Verbale dell'interrogatorio reso il 16 luglio 1996 consultabile all’indirizzo web: &lt;a href="http://www.claudiofava.it/memoria.htm"&gt;www.claudiofava.it/memoria.htm&lt;/a&gt;&amp;nbsp; nella sezione: “L’informazione e la mafia”.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Ad esprimere dubbi sulla matrice mafiosa del delitto e sulla presenza di Cosa Nostra a Catania non fu solo Zermo. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Nell’aprile 1984, I Siciliani pubblicò una parziale, ma già sufficientemente indicativa, rassegna di materiali comparsi sulla stampa italiana in relazione all'omicidio fino a gennaio 1984 molti dei quali escludono appunto la matrice mafiosa del delitto.&lt;br /&gt;Alcune citazioni. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;Sette Giorni&lt;/i&gt;: “[…]Il delitto di Fava si presenta abbastanza difficile per via del movente […] Orientarsi esclusivamente sulla pista mafiosa è un grave errore[…]”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Il Giornale Nuovo&lt;/i&gt;: “[…]Il mafioso infatti non conosce l’uso della 7,65[…]” La Notte: “[…]Se è stata la mafia a uccidere il giornalista scomodo bisogna più concretamente parlare di micromafia[…]”. &lt;br /&gt;Il &lt;i&gt;Corriere della Sera&lt;/i&gt; riportò le dichiarazioni di Nino Drago, già citate nel paragrafo precedente, sull’inesistenza della collusione tra mafia e politica a Catania e ospitò un intervento dell’allora sindaco di Catania Angelo Munzone, andreottiano come Drago, che riaffermava l’inesistenza di una mafia catanese e sottolineava la differenza con Palermo: “Io, qui, vado in giro senza scorta, mentre a Palermo…[…]”.&lt;br /&gt;I Siciliani, Alcune cronache su un caso di mafia, anno II, n.15 aprile 1984.&lt;/blockquote&gt;Azioni di depistaggio furono attuate dalla stampa locale anche nei confronti delle prime dichiarazioni di pentiti. Pochi mesi dopo la morte di Fava, esattamente il 18 luglio 1984, La Sicilia pubblicò un articolo a sei colonne con titolo: Un detenuto pentito della malavita catanese svelerà i nomi degli uccisori di Giuseppe Fava [&lt;i&gt;L’articolo, a firma di Enzo Asciolla, è consultabile presso l’archivio de La Sicilia&lt;/i&gt;]. La cosa strana è che la notizia dell’interrogatorio del “pentito” da parte di un magistrato fu pubblicata prima ancora che il magistrato avesse potuto parlare con il collaborante. &lt;br /&gt;Ecco la sequenza degli avvenimenti [&lt;i&gt;La ricostruzione della vicenda si basa sulle informazioni contenute in Claudio Fava, La mafia comanda a Catania&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Luciano Grasso, il pentito in questione, in carcere a Belluno per una rapina, apprende dell’omicidio di Giuseppe Fava e decide di raccontare ciò che sa in merito al delitto.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;Il 17 luglio il sostituto procuratore Giuseppe Torresi parte per Belluno. Nessuno sa della volontà di collaborare da parte di Grasso, ad esclusione del procuratore aggiunto Di Natale e del procuratore generale Di Cataldo. &lt;br /&gt;Quando Torresi arriva a Belluno, il diciotto mattina, la copia de La Sicilia era già arrivata nella cella di Grasso con il rischio concreto che questi, per paura, potesse cambiare idea e non mettesse a verbale le sue dichiarazioni. &lt;br /&gt;L’articolo, firmato da Enzo Asciolla, amico di Di Natale, pubblicava anche la foto di Grasso, il nome del carcere dove era detenuto e l’indirizzo della sua famiglia a Catania. &lt;br /&gt;Il pentito però non si intimorisce e racconta a Torresi di un giornalista de La Sicilia di Mario Ciancio, tale Salvo Barbagallo, che “gli aveva commissionato per conto di altri l’omicidio del giornalista catanese”. Egli non aveva poi commesso il delitto e, intascato l’anticipo, era scappato via. Asciolla per quello “scoop” fu denunciato alla procura della Repubblica di Catania, che però lo prosciolse con un “non luogo a procedere” in quanto la responsabilità di aver violato il segreto istruttorio fu addebitata a chi aveva dato la notizia e non al giornalista che l’aveva pubblicata. &lt;br /&gt;Apparve subito chiaro, comunque, che la violazione del segreto istruttorio era finalizzata, in modo concreto e “plateale”, ad intimidire il testimone. La Sicilia ospitò ancora altri due significativi “scoop”. Il primo riguardava un presunto traffico di auto su cui Fava avrebbe condotto un’inchiesta da pubblicare su I SICILIANI. L’articolo non era firmato e la notizia non aveva nessun fondamento, come chiarirà&amp;nbsp; poi il processo. Il secondo fu un vero e proprio “depistaggio”, denunciato da I SICILIANI che nel giugno 1994 pubblicò un’ edizione straordinaria per raccontare le falsità riportate su La Sicilia.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;La ricostruzione dei fatti che seguono è frutto delle informazioni ricavate dalla lettura dell’edizione straordinaria de I Siciliani nuovi pubblicata nel giugno 1994 [&lt;i&gt;Carte False fu il titolo del pezzo che all’interno dell’edizione straordinaria riassunse in 9 punti la “cronaca di un depistaggio”&lt;/i&gt;] e dall’intervista a Sebastiano Gulisano uno dei redattori che ne curò la realizzazione.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La Sicilia pubblicò, nei primi giorni del giugno 1994, un articolo di Salvatore Pernice, in cui si rivelava che il pentito Maurizio Avola si era autoaccusato dell’omicidio di Giuseppe Fava e del generale Dalla Chiesa. L’intento del giornalista era quello di screditare la figura del pentito Avola, il quale, fa notare l’articolo, “[…] all’epoca […] aveva appena ventuno anni e soltanto un anno dopo venne fatto « uomo d’onore» […]”.&lt;br /&gt;L’indiscrezione venne riportata da Tony Zermo sul quotidiano Il Giorno, per il quale era corrispondente da Catania. I due articoli, praticamente identici, furono smentiti, nello stesso giorno, dal sostituto procuratore Amedeo Bertone, il quale, attraverso una TV locale, affermò non solo che Avola non si era accusato dell’omicidio di Dalla Chiesa, ma anche che egli aveva già categoricamente e pubblicamente smentito la notizia davanti ad alcuni giornalisti che gli avevano chiesto informazioni in merito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Siciliani riporta, a questo proposito, un retroscena interessante: &lt;br /&gt;“Ad incaricarsi per La Sicilia delle verifiche in Tribunale sarebbe stato, secondo quanto si è appreso, il cronista di giudiziaria Salvatore La Rocca; il quale avrebbe escluso, poi, che quelle voci andassero pubblicate. La Rocca, a questo punto, sarebbe venuto a contrasto con Zermo. E il capocronista, Domenico Tempio, lo avrebbe immediatamente "degradato", trasferendolo alle pagine provinciali[…]”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Il giorno 3 giugno la procura di Catania, per fugare ogni dubbio, decise di convocare una conferenza stampa durante la quale il procuratore capo Gabriele Alicata confermò che il pentito era pienamente credibile e smentì che egli avesse fatto dichiarazioni sull’omicidio Dalla Chiesa, ribadendo che le dichiarazioni di Avola riguardavano solamente l’omicidio Fava e che le stesse erano state acquisite per le indagini in corso.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;La vicenda sembrava essersi conclusa, ma La Sicilia sabato 4 giugno, a firma di Giuseppe Bonaccorso, riporterà la cronaca della conferenza con un’ulteriore inesattezza:&lt;br /&gt;“[…] clamorose “falsità” attribuite al pentito sui delitti Dalla Chiesa e Fava[…]”.&lt;br /&gt;Inesattezza rilevante, in quanto, come si è detto, il procuratore Alicata aveva chiaramente confermato le dichiarazioni di Avola sull’omicidio Fava. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appare dunque chiara la volontà di creare, quanto meno, confusione su Avola, le cui dichiarazioni oltre a far luce sulla morte di Fava, saranno fondamentali per infliggere pesanti condanne alla cosca del boss Santapaola. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Al processo Fava testimoniò anche Mario Ciancio editore-direttore de La Sicilia.&lt;br /&gt;Quando il Pm Bertone gli rivolse delle domande precise sui “depistaggi”, Ciancio rispose:&lt;br /&gt;“No, non ricordo un articolo che riguardava le rivelazioni di un pentito sull'omicidio Fava. So che ci sono state polemiche… ma io non leggo la cronaca nera del mio giornale…”. Sempre in merito al processo vanno registrati due altri episodi, che riguardano, questa volta, Claudio Fava. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Il primo ha come protagonista Salvatore La Rocca, redattore de La Sicilia, il quale, come riferisce l’avvocato Tita, prima dell’interrogatorio di Claudio Fava:&lt;br /&gt;“[…]avrebbe chiamato uno degli avvocati dell’Ercolano al quale avrebbe detto in dialetto «vieni qui che te lo dico io cosa chiedere a Claudio Fava». L’ episodio fu denunciato[…] all’ordine dei giornalisti. Le frasi furono pure confermate da una giornalista professionista presente al tribunale. L’ordine dei giornalisti comminò una sanzione perché La Rocca avrebbe danneggiato l’ordine dei giornalisti, che si era costituito parte civile, violando&amp;nbsp; la solidarietà tra colleghi prevista dal codice deontologico dell’ordine”. &lt;br /&gt;La Rocca decise di querelare Claudio Fava che aveva reso pubblico l’accaduto. La querela non ebbe seguito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Il secondo esposto per diffamazione nei confronti di Claudio Fava fu presentato dal Dott. Antonino Longo che era stato indicato come personaggio vicino ad esponenti mafiosi catanesi. La querela non trovò seguito perché Claudio Fava ribadì che le sue affermazioni avevano fondamento basandosi su riscontri fotografici, ovvero l’album di fotografie, messo agli atti del processo, che ritraevano numerosi politici insieme a Santapaola.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Il quadro della “disinformazione”&amp;nbsp; si arricchisce, purtroppo, di due ultimi episodi giornalistici. &lt;br /&gt;Uno è quello rilevato nel gennaio 1998 dal Manifesto a proposito di un articolo comparso su La Sicilia per ricordare la morte di G. Fava: &lt;br /&gt;“Ricordare Giuseppe Fava? No, è meglio riabilitare per l’occasione i discussi «Cavalieri del lavoro» […] A 14 anni dall’omicidio per mafia del giornalista fondatore de “I Siciliani”, il quotidiano della sua città, edito dal presidente della Fieg Mario Ciancio, dedica all’evento appena 8 righe. Ma poi ospita, con un articolo a 6 colonne, un articolo su «Splendori e decadenza di una imprenditoria vanto della città» […] l’articolo, a firma del redattore di punta del quotidiano, Tony Zermo, riabilita le figure di Costanzo, Graci, Finocchiaro e Rendo”. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; L’altro riguarda&amp;nbsp; il rilievo dato sempre dal quotidiano La Sicilia alla sentenza definitiva del processo d’appello il 15 novembre 2003: un piccolo richiamo in prima pagina e poi solo 20 righe, a pagina 33, in un articolo non firmato.&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-1300053935808221818?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/1300053935808221818'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/1300053935808221818'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/07/la-stampa-e-il-processo-fava.html' title='La Stampa e il processo Fava'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-2406986143922676321</id><published>2010-06-16T16:56:00.001+02:00</published><updated>2010-06-16T16:59:13.261+02:00</updated><title type='text'>Una verità lunga vent'anni</title><content type='html'>La ferocia con cui, alle 22 circa del 5 gennaio 1984, nella allora via dello Stadio, al numero civico 62, fu assassinato Giuseppe Fava avrebbe dovuto subito indirizzare le indagini verso la pista mafiosa, considerando il lavoro svolto dal giornalista in quegli anni al Giornale del Sud prima e a I Siciliani&amp;nbsp; poi. Eppure le cose non andarono così. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Per indicare colpevoli e mandanti con sentenza definitiva della Corte d’Assise d’Appello, passata in giudicato, occorreranno circa 20 anni. Il motivo di questo enorme lasso di tempo ha molteplici cause. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Nei primi anni le indagini furono gestite dalla procura di Catania, retta in quel periodo da Giulio Cesare Di Natale, il quale si comportò in modo assai ambiguo [&lt;i&gt;Secondo Claudio Fava, il giudice Di Natale era “il più corrotto magistrato siciliano a memoria d’uomo”. Cfr. Claudio Fava, Nel nome del padre, Baldini&amp;amp;Castoldi, Milano, 1996, p. 110&lt;/i&gt;]. Alcuni esempi. Le perizie sulle armi compatibili con quella dell’omicidio furono assegnate al professore Compagnini che, anni dopo, verrà accusato dal pentito Calderone di essere in rapporti confidenziali col boss Santapaola [&lt;i&gt;Sebastiano Gulisano, intervista, registrata a Roma nel gennaio 2005&lt;/i&gt;], riconosciuto dalla sentenza definitiva come mandante dell’omicidio Fava. Dagli atti del processo, iniziato nel dicembre del 1995, si apprende che gli investigatori si mossero, sotto esplicito “imput della procura” a 360° senza però riuscire a seguire nessuna pista concreta [Testimonianza resa durante il processo da Tommaso Berretta, commissario di pubblica sicurezza negli anni dell’omicidio Fava e riportata nel testo di Claudio Fava e Ninni Bruschetta, L’istruttoria]. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La rivista I Siciliani non fu presa in considerazione in questa fase, anche se la redazione, più volte, indicò agli inquirenti che la lettura completa della raccolta avrebbe quanto meno aiutato a comprendere il lavoro svolto da Fava e quindi ad indicare una possibile pista da seguire. Per la prima volta a Catania si fece ricorso alla legge Pio La Torre per verificare i movimenti bancari degli indagati, ma a subire questi accertamenti furono solamente la redazione de I Siciliani e lo stesso Giuseppe Fava:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Per sei mesi la Guardia di Finanza e i Carabinieri – periodicamente sollecitati dal Giudice Di Natale e dal suo sostituto Rosario Grasso – spesero il loro tempo e i loro uomini a ricostruire inutilmente la storia di tutti gli assegni firmati da Fava negli ultimi otto anni e di tutti i poveri movimenti di denaro che erano transitati attraverso le casse del suo giornale”.&lt;br /&gt;Claudio Fava, La mafia comanda a Catania&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La stampa, come si vedrà nel prossimo paragrafo, contribuirà a creare quello che può ben definirsi un vero e proprio depistaggio.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;La città da una parte fu solidale con la rivista e con la figura del suo direttore, ma dall’altra manifestò la volontà netta di affermare che la mafia a Catania non esisteva. Ci furono reazioni decise di esponenti politici e del mondo intellettuale, di destra, di centro e di sinistra. &lt;br /&gt;“Non c’è mai stata collusione tra la criminalità organizzata e la gestione politica. Ne sono indenni i partiti politici, nessuno escluso” dichiarò Nino Drago, padre padrone della DC a Catania, andreottiano di ferro [&lt;i&gt;Dichiarazione rilasciata da Nino Drago al Corriere della Sera subito dopo la morte di Giuseppe Fava. L’articolo è a firma di Bruno Tucci cit. in I Siciliani, Anno II, n.15 aprile 1984&lt;/i&gt;]. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“E allora, mi chiedo perché uccidere Fava? non poteva, a mio giudizio, essere considerato pericoloso da chi si muove su operazioni in grande scala. In questa città non vi sono mai state intimidazioni nei periodi elettorali: tutt’al più favoritismi, galoppinaggio. Certo, i miliardi che si guadagnano con la droga possono aver accresciuto la potenza della criminalità, ma dubito che possano averle dato peso politico. E così non riesco a trovare una spiegazione razionale alla morte di Pippo”.&amp;nbsp;&lt;/blockquote&gt;Sono le parole dell’allora preside della facoltà di Lettere e Filosofia di Catania, lo storico Giuseppe Giarrizzo. [&lt;i&gt;Dichiarazione rilasciata da Giuseppe Giarrizzo a La Sicilia subito dopo la morte di Goiseppe Fava. L’articolo è a firma di Tony Zermo. Cit. in I Siciliani, Anno II, n.15 aprile 1984&lt;/i&gt;]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Poi ci furono le numerose voci diffamatorie nei confronti di Giuseppe Fava: ci fu chi disse che a compiere l’omicidio era stato il padre di una giovane ragazza con cui Fava avrebbe avuto rapporti; chi sostenne che il movente stava nei debiti contratti da Fava o in un fantomatico traffico di auto rubate sul quale Fava indagava. Molte e varie furono le voci messe in giro ad arte, sussurrate nei salotti della Catania bene, la stessa Catania che sembrava aver fretta, dopo averlo seppellito, di dimenticare e far dimenticare Giuseppe Fava.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Una svolta significativa nelle indagini si ebbe nei primi anni novanta, quando col fenomeno del pentitismo fu dato un duro colpo alla cosca mafiosa catanese del boss Nitto Santapaola. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Il processo per la morte di Fava iniziò nel dicembre del 1995 e rientrò nel troncone denominato ORSA MAGGIORE 3, riguardante gli omicidi del clan Santapaola. Circa 234 udienze, 260 testimonianze e seimila pagine di deposizioni verbalizzate. Il processo si concluderà con sentenza definitiva nel novembre del 2003, una sentenza che non lascia spazio a dubbi o a libere interpretazioni, come afferma l’avvocato di parte civile della rivista I Siciliani, Fabio Tita: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Le due sentenze di primo grado e la sentenza di appello, che fa proprie molte delle conclusioni su questo tema, non lasciano dubbi sulla matrice del delitto, che è una matrice mafiosa, e sulla causa determinante, che è l’attività di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col mondo politico e imprenditoriale locale, condotta da Pippo Fava su I Siciliani”. &lt;br /&gt;Avvocato Fabio Tita, intervista, cit.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Ruolo importante nel processo fu svolto da Maurizio Avola, collaboratore di giustizia, che si autoaccusò di numerosi omicidi e che nel 1996 fu condannato con rito abbreviato a 6 anni di reclusione anche per l’omicidio di Giuseppe Fava. La testimonianza di Avola fu ritenuta attendibile, in tutti e tre i gradi di giudizio, per quanto riguarda il mandante e l’organizzatore, rispettivamente Benedetto Santapaola detto “Nitto” e suo nipote Ercolano Aldo, entrambi condannati all’ergastolo:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“[…]Avola ripetutamente e costantemente (al PM il 10 e 16.3.1994, nel dibattimento di primo grado, nel processo Santapaola Benedetto +3 e nel processo Aria Pulita) ha detto che Fava è stato ucciso perché parlava male dei Cavalieri del Lavoro e parlava male di coloro che stavano bene con la famiglia Santapaola[…]”.&lt;br /&gt;Sentenza della Corte di Assise di Appello di Catania Sez. 2^, depositata presso la cancelleria della Corte d'Assise di Catania.&amp;nbsp; &lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; In primo grado Avola fu creduto anche per quanto riguarda il commando che eseguì l’omicidio composto da D’Agata Marcello, Giammuso Francesco, Ercolano Aldo, Vincenzo Santapaola e lo stesso Avola. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Successivamente, nel dibattimento di secondo grado e poi definitivamente in appello, a causa di mancati riscontri con altri pentiti, fra cui soprattutto Grancagnolo Carmelo, tutti gli accusati di partecipazione al commando vennero assolti, ad esclusione di Avola che era già stato condannato. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Il processo fu “una finestra irriverente su quel tempo, un viaggio nelle viscere di una città mai raccontata: la mise a nudo, ne rivelò bugie, paure, viltà…” [&lt;i&gt;Claudio Fava e Ninni Bruschetta, L’istruttoria, cit&lt;/i&gt;]. Numerose le testimonianze che dipinsero la Catania di quegli anni e lo scenario attorno a cui l’omicidio Fava era maturato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La sentenza riporta parte della testimonianza di Italia Amato, legata sentimentalmente a Francesco Mangion, del clan Santapaola, che afferma: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Nitto si adirava particolarmente quando leggeva gli articoli di Pippo Fava, anzi cercava gli articoli in questione per verificare se il Fava continuava a parlare contro la mafia, contro Santapaola e contro i Cavalieri del Lavoro legati a Nitto”. &lt;/blockquote&gt;Fa notare ancora la sentenza della Corte di Assise d’Appello che: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“la donna provvedeva ad acquistare i giornali a Santapaola, il quale “voleva specificatamente acquistato il giornale “I Siciliani” ed era “molto arrabbiato” con Fava per quello che questi scriveva su detta rivista contro la mafia, contro Santapaola e contro i cavalieri del lavoro legati a Santapaola, il quale di tutto ciò si era molto lamentato con le persone che venivano a trovarlo ed, in particolare, rivolgendosi al nipote Aldo Ercolano, gli diceva: “questo qua ci sta rompendo, questo si sta comportando male….ma voi non li leggete i giornali di quello che c’è scritto”. &lt;/blockquote&gt;Sempre Italia Amato affermerà, facendo tragicamente chiarezza sull’impunità di cui godeva a Catania il boss Santapaola: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Io me lo sono messo in macchina e siamo partiti per andare a casa mia[…] Sulla strada c'era una macchina che ci scortava[…] Una macchina dei carabinieri[…] Aveva i lampeggianti accesi, ci faceva strada[…] Era per tutte le eventualità[…] Se succedeva qualcosa, un posto di blocco[…] i carabinieri ci avvertivano di girare e di tornare indietro[...] Certo che lo sapevano chi stavo trasportando io[…] Gli spostamenti che Nitto faceva erano già preparati[…] Loro pagavano, signor giudice[…] E quelli, per paura o perché avevano bisogno, obbedivano[…]”. &lt;/blockquote&gt;Si legge inoltre nella sentenza: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“L’ uccisione di Fava realizzò pure qualcosa di gradito negli ambienti di cosa nostra palermitana[…]Francesco Mangion, dopo un brindisi a base di champagne, quest’ultimo ebbe a dire che con la uccisione del giornalista si erano presi due piccioni con una fava; […]emerge chiaramente la prova piena che la uccisione di Giuseppe Fava, avvenuta il 5.1.1984, sia specificamente riconducibile ad un imput preciso ed inequivocabile emesso in tal senso da Benedetto Santapaola al fine di stroncare definitivamente la denuncia forte che il giornalista lanciava all’opinione pubblica dell’intreccio mafia affari politica dalle pagine della rivista I Siciliani”.&lt;/blockquote&gt;In merito poi all’intervista rilasciata il 28 dicembre 1983 da Giuseppe Fava alla trasmissione “Film Story” condotta da Enzo Biagi, durante la quale il giornalista aveva pesantemente parlato del terzo livello della mafia, la sentenza sottolinea: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“La suddetta intervista poi non fu assolutamente la causa scatenante dell’omicidio in quanto essa ha avuto solamente la funzione di accelerare (rendendola assolutamente improcrastinabile) la fase strettamente esecutiva dell’omicidio, che già da tempo era stato concepito, deciso e programmato (sin da quando Benedetto Santapaola era molto arrabbiato e furibondo in casa della Amato a Siracusa a dicembre del 1982 per la lettura della rivista “I Siciliani”, che denunciava all’opinione pubblica l’intreccio mafia politica affari), decisione omicidiaria che era rimasta sempre valida, efficace ed attuale in seno alla consorteria, tanto che tra gli affiliati non si perdeva occasione per boicottare ed insultare Fava; il disprezzo che in seno alla famiglia catanese e palermitana si era diffuso nei confronti di Giuseppe Fava è un dato certo nel processo, avendo di ciò riferito tutti i collaboranti esaminati nel processo (ivi compresi i palermitani Siino e Mutolo) ed Avola in particolare ha detto che Ercolano e D’Agata “già da diverso tempo parlavano della necessità di eliminare il giornalista per i suoi articoli contro la mafia” ed inoltre che D’Agata, ogni qual volta leggeva la rivista “I Siciliani”, diceva che Fava era un “fituso” perché parlava male della mafia e doveva essere eliminato”.&lt;/blockquote&gt;Quella intervista non fu dunque la causa scatenante, ma sicuramente fece accelerare una decisione che maturava già da tempo. In merito Avola dichiarò:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;“Avevo visto Giuseppe Fava in una trasmissione televisiva[…] C’era un giornalista che lo intervistava, mi pare che si chiamava Biagi[...] Ricordo che Fava, mentre parlava, gesticolava[…] e con un dito si toccava sempre la testa. E allora Aldo Ercolano, che era vicino a me, ha detto: gli devo sparare proprio lì[…]”.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La sentenza affermò categoricamente, quindi, che proprio nell’opera del giornale I Siciliani stava il movente dell’assassinio di Giuseppe Fava. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp; […] vanno ricordati i numeri della rivista, versati in atti, con i quali vennero evidenziati l’assassinio del generale Dalla Chiesa, ricollegato subito tra gli altri&amp;nbsp; anche a Benedetto Santapaola; quei numeri che rivelarono la guerra cruenta combattuta a quell’epoca tra le varie cosche mafiose che si contendevano il predominio su Catania ed il ruolo svolto in quest’ambito da Benedetto Santapaola con il prezzo di un centinaio di uomini uccisi mediamente per ogni anno; quei numeri con i quali, espressis verbis, vennero rappresentati, nella loro realtà triste ed al contempo ignobile, il c.d. “caso Catania” relativo ad una ispezione svolta dal CSM sull’attività della locale Procura della Repubblica, in particolare per il fatto che ai cavalieri del lavoro venivano rilasciate delle certificazioni che consentivano loro di partecipare alle gare di appalto, seppure in alcuni rapporti di polizia fossero emersi degli indizi di reato a loro carico (caso che coinvolse anche alcuni esponenti di spicco della magistratura catanese); la vicenda relativa ai contributi per miliardi assegnati dall’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, con il beneplacito dell’assessore regionale competente Aleppo ai cavalieri del lavoro (a seguito della quale il detto assessore fu costretto a dimettersi ed i contributi non vennero erogati); l’inchiesta sul sistema bancario siciliano, che chiamava in causa i cavalieri Graci e Costanzo, proprietari di istituti di credito in rapida espansione grazie al rapporto privilegiato con l’Assessore Regionale alle Finanze; l’inchiesta sull’appalto relativo al palazzo dei congressi di Palermo aggiudicato al cavaliere Costanzo, che disvelava il sistema di spartizione degli appalti in Sicilia governato dalla mafia, oltre a tutti gli altri articoli con i quali per esempio si denunciava la sistematica aggiudicazione da parte dei cavalieri del lavoro degli appalti di opere pubbliche per importi miliardari, che i mass media additavano invece come strumento fondamentale ed ineludibile per il mantenimento dei livelli occupazionali in favore dei cittadini catanesi in particolare[…]”.&amp;nbsp; Sentenza della Corte di Assise di Appello di Catania Sez. 2^, cit.&lt;/blockquote&gt;Il processo, come detto, mise in luce numerosi fatti della Catania di quegli anni e degli inizi degli anni ’90. Furono, ad esempio, messe agli atti 30 fotografie relative ad incontri più o meno pubblici in cui il boss Santapaola si intratteneva con politici: “C’è l’ex deputato regionale Salvatore Lo Turco, ci sono i presidenti della provincia regionale Giacomo Sciuto e Giuseppe Di Stefano, c’è l’ex sindaco Coco”, scriveva Natale Bruno su Il Mediterraneo raccontando l’udienza del 3 gennaio 1996. A riconoscere i politici nelle foto fu chiamato a deporre Claudio Fava. Le foto servirono a provare che le denunce de I Siciliani sulla collusione tra mafia e politica avevano delle basi solide. Il pentito Avola raccontò, come si legge nella sentenza, che nei primi anni novanta si sarebbe dovuto uccidere Claudio Fava nello stesso giorno in cui fu ucciso il padre:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“[…]il quale ha dichiarato all’udienza del 28.11.1996 che nell’anno 1992 aveva “attenzionato il figlio del giornalista, che per ordine di Aldo Ercolano si doveva assassinare[…] perché questo qui cominciava a rompere, qua, là, faceva dibattiti contro la mafia[…]”.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Le risultanze del processo provocarono nei redattori e nelle persone che furono vicine all’esperienza de I Siciliani, da una parte, soddisfazione per il riconoscimento del movente mafioso legato alla attività giornalistica e per le condanne emesse: l’ergastolo a Santapaola e Ercolano e 9 anni ad Avola; dall’altra, rammarico per le lacune della sentenza che non fece piena luce sugli esecutori materiali e sui cosiddetti mandanti esterni a “Cosa nostra”. Nel registro degli indagati per l’omicidio di Giuseppe Fava fu iscritto il cavaliere del lavoro Gaetano Graci, che però non fu giudicato al processo perché morì prima che esso avesse inizio. Oltre agli indizi che gli inquirenti avevano raccolto a carico di Graci, anche Siino aveva fatto il suo nome:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“[…]Siino racconta dei pessimi giudizi che Graci esprimeva nei confronti di Fava. Siino è un personaggio molto importante perché era soprannominato il ministro dei lavori pubblici della mafia, era cioè il legame tra la mafia palermitana e gli imprenditori siciliani[…]”. &lt;br /&gt;Avvocato Fabio Tita, intervista cit.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Gli altri cavalieri che al pari di Graci furono protagonisti in negativo della Catania di quegli anni non furono iscritti nel registro degli indagati anche perché Costanzo e Finocchiaro, quando fu istruito il processo, erano già deceduti, mentre Rendo fu chiamato a testimoniare senza però che gli fosse contestato nessun reato in merito alla morte di Giuseppe Fava. Durante la sua testimonianza ebbe modo di lamentarsi del trattamento riservatogli dalla rivista I Siciliani.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-2406986143922676321?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2406986143922676321'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2406986143922676321'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/06/una-verita-lunga-ventanni.html' title='Una verità lunga vent&apos;anni'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-3218883364067495413</id><published>2010-06-08T16:23:00.001+02:00</published><updated>2010-07-20T15:35:05.113+02:00</updated><title type='text'>La chiusura del giornale</title><content type='html'>In definitiva il mensile, che all’inizio era inteso come ponte per il quotidiano, non cambiò status. Dopo una pausa di assestamento redazionale verso la fine del 1995, il giornale tornò in edicola nei primi mesi del 1996. In seguito ad alcuni contrasti avvenuti all’interno della redazione, il giornale cambiò alcuni equilibri interni, la veste grafica e contenutistica. Ma gli inserzionisti pubblicitari continuavano a mancare. Il giornale cessò definitivamente le pubblicazioni nel giugno del 1996:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Nei cori di giubilo che in queste settimane salutano la sinistra e i suoi surrogati finalmente al governo, I Siciliani rischiano d’offrire una nota stonata. Come sempre, commenterà qualcuno. No, non è per il gusto d’esser irriducibili bastian contrari. Ci stiamo semplicemente chiedendo che accadrà dei tanti progetti che abbiamo custodito e coltivato nel lungo inverno della ragione, quando in questo paese regnavano gli ascari della Fininvest e di Fini. Noi ne avevamo uno: si chiamava quotidiano. Il primo quotidiano libero del Sud. Il primo quotidiano antimafioso della Sicilia. Un’idea alla quale in tanti abbiamo lavorato e abbiamo creduto. Fino al 27 marzo di due anni fa. Ci spiegarono, quando Berlusconi si prese l’Italia, che non c’era più un clima utile per un’iniziativa civile e imprenditoriale ambiziosa come la nostra. Non ce lo dissero i lettori né i sessanta colleghi professionisti che già s’erano dichiarati disposti a lasciar certezze e carriere per partecipare alla nascita del nostro quotidiano. Sapevamo bene che quel quotidiano andava fatto, che c’erano mercato, attesa, volontà. Mancava solo il denaro. Quello che alcuni amici imprenditori di sicura sensibilità democratica avevano deciso di investire, assieme ai Siciliani, nell’impresa. Ne discutemmo a lungo, formammo una società per azioni, ci accingemmo a fare le cose per bene: un’azienda, un progetto di fattibilità, il rigore d’una cultura d’impresa. Invano. La disponibilità dei nostri amici imprenditori sopravvisse fino al giorno delle elezioni. Poi dissero, uno dopo l’altro, che non era più tempo. Che occorreva serrare i ranghi ed attendere che la notte passasse. Ci dicono che la notte sia ormai passata. Berlusconi s’avvia al suo esilio, la destra mastica polvere, le forze democratiche e di sinistra governano questo paese. Ne siamo orgogliosi, abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo offerto il nostro contributo. Bene. Adesso però vorremmo capire, serenamente e con franchezza, cosa impedisce oggi di recuperare quel progetto coltivato e - per forza maggiore - accantonato due anni fa. E’ una domanda che, dopo tredici anni di vita e di battaglie, I Siciliani hanno il dovere di porre a quanti oggi gonfiano i cortei dell’Ulivo, ai menestrelli d’un nuovo tempo felice, ai cantori delle antimafie, ai molti capitani d’industria onesti e rinfrancati. A tutti questi amici vorremmo sommessamente dire che noi non siamo cambiati. Né è venuta meno l’esigenza d’un quotidiano libero, finalmente antimafioso, per il Sud. Se questo giornale non si farà, è giusto che i nostri lettori lo sappiano: non sarà certo per nostra colpa. &lt;br /&gt;Editoriale, I Siciliani nuovi, Maggio 1996.&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-3218883364067495413?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3218883364067495413'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3218883364067495413'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/06/la-chiusura-del-giornale.html' title='La chiusura del giornale'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-2542765860849720169</id><published>2010-06-08T16:12:00.001+02:00</published><updated>2010-06-08T16:19:33.647+02:00</updated><title type='text'>La giustizia (93-96)</title><content type='html'>Gli anni de I Siciliani nuovi furono quelli del passaggio da Prima a Seconda Repubblica. A cavallo di questo periodo arrivò l’accusa di associazione mafiosa per il più volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti; a lui fu dedicato un intero numero monografico nell’ottobre del 1995. Un dossier sui trent’anni di mafia e politica, una guida per seguire il processo che si sarebbe svolto a breve. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;L’attuale senatore a vita è stato il simbolo talvolta criticato e generalmente accettato di un intero sistema politico, perciò definito immarcescibile e invincibile. Oggi, questo personaggio-simbolo si ritrova addosso due accuse tremende formulate nei suoi confronti dalla magistratura italiana. Una come complice di Cosa nostra e l’altra come mandante dell’assassinio di Mino Pecorelli. Si tratta di due delitti politici, cioè relativi proprio all’attività svolta da Andreotti nell’esplicazione di quelle qualità che gli hanno guadagnato tanti e tali apprezzamenti. Del resto, la solidarietà politica gli ha consentito in numerose occasioni, attraverso il diniego parlamentare dell’autorizzazione a procedere, di sottrarsi al controllo dell’autorità giudiziaria ordinaria. […]Vito Ciancimino […] ha ricordato recentemente che in un comizio del 1979, nell’imminenza delle prime elezioni europee, Giulio Andreotti era sul palco insieme a lui, a Salvo Lima, che sarebbe stato eletto europarlamentare di lì a poco, e ad altri “democristiani di Sicilia” come ebbe a definirli la didascalia in calce alla tradizionale foto di gruppo.”&lt;br /&gt;A.Galasso, Andreotti: prima che lo giudichino, I Siciliani nuovi, Febbraio 1995&lt;/blockquote&gt;Guai giudiziari anche per il presidente della Provincia di Palermo, l’avvocato Francesco Musotto, detenuto per associazione mafiosa.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Il signor Musotto era, contemporaneamente, un avvocato di vaglia e il presidente della Provincia di Palermo. Aveva saputo affrontare con discreta sagacia gli inconvenienti della sua carica. Prima di finire in manette, infatti, Musotto l’avvocato aveva deciso di continuare ad assistere un imputato per la strage di Capaci, e Musotto il presidente aveva coerentemente rinunciato a costituirsi parte civile nel processo. Più tardi, Musotto era riuscito a trovare un fantastico equilibrio tra le ragioni del suo mestiere e quelle della pubblica decenza: avendo la Provincia, per salvar la faccia, deciso di costituirsi e chiedere la condanna dei boss, ogni volta che Musotto il presidente si vedeva passare davanti delibere su quest’argomento, Musotto l’avvocato si alzava e andava via.”&lt;br /&gt;G.Faillaci, Il partito degli avvocati, I Siciliani nuovi, Febbraio 1996&lt;/blockquote&gt;Iniziava intanto il processo per il super poliziotto Bruno Contrada, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, dopo le rivelazioni di alcuni pentiti. Contrada fu per anni a capo della Squadra Mobile di Palermo, diresse la Criminalpol della Sicilia occidentale, e fu capo di Gabinetto dell’Alto Commissario De Francesco [Alla fine del 1985, dopo un’inchiesta del settimanale I Siciliani, fu trasferito a Roma. Dopo l’inizio del processo nel 1994, l’anno seguente sarà condannato a dieci anni di carcere e tre di libertà vigilata]. &lt;br /&gt;Nelle pagine de I Siciliani continuavano sempre ad essere ricordati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino grazie anche alle testimonianze di Antonino Caponnetto e Carlo Palermo. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Ho rivisto Giovanni Falcone dopo la strage di Capaci, in un filmato di repertorio. Lui più giovane, con la barba ancora scura e ispida e le mani in tasca, e lo sguardo che non diceva, che non rivelava mai. Andava a compiere un rito triste, il sopralluogo per un amico ucciso. L’amico quella volta era il commissario Beppe Montana, assassinato sul molo di Porticello dai mafiosi a cui dava la caccia, in una sera di luglio palermitano (un’altra brutta estate, l’estate dell’85). Non era arrivato da solo, Falcone. Dietro di lui, in fila indiana sotto la luce livida dei riflettori, c’erano il vicequestore Ninni Cassarà e il giudice Paolo Borsellino. Nessuno di loro esibiva tensione, nessuno di loro mostrava collera. Eppure la intuivi, in quei pochi secondi di filmato, nei passi svelti e rigidi, e nelle mani in tasca che immaginavi contratte, indurite nei pugni. La rabbia dentro, solida come un macigno, solitaria come un tumore: era il prezzo di quel rigore, di quella dignità esteriore. Faceva parte del gioco. Fu quella volta che Cassarà lo disse. Lo soffiò d’un fiato a Borsellino, in un angolo del molo, e fu l’unico gesto d’impazienza che si concesse. Fu una frase breve eppure pareva - in quegli istanti, in quel luogo - un pensiero incredibilmente lungo. Disse: dobbiamo convincerci che siamo dei cadaveri che camminano. Cassarà sapeva d’essere il prossimo sulla lista. Fu lui a cadere, una settimana dopo Montana. Poi è toccata a Falcone. Poi a Borsellino”. &lt;br /&gt;C. Fava, I giorni di Falcone, I Siciliani nuovi, Maggio 1994&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Carlo Palermo oggi fa l’avvocato e nel processo per la strage del 23 maggio ‘92 assiste la famiglia di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta morti insieme al giudice e alla moglie, anch’essa magistrato. Secondo Palermo «ci sono elementi che fanno pensare che l’uccisione del giudice sia attribuibile anche ad altri apparati economici, finanziari e politici collegati alla mafia».&lt;br /&gt;- Avvocato Palermo, quali sarebbero questi elementi?&lt;br /&gt;«Mi riferisco, ad esempio, ad alcuni fatti accaduti nei mesi immediatamente precedenti e successivi alla strage: l’omicidio di Salvo Lima, l’intenzione di Falcone di recarsi negli Stati Uniti e le inchieste Mani pulite di Milano e Roma. Fatti apparentemente slegati l’uno dall’altro, ma che potrebbero aver causato una convergenza di interessi sfociata nella decisione di ucciderlo».”&lt;br /&gt;S.Gulisano, Una strage di Stato, I Siciliani nuovi, Maggio 1995&lt;/blockquote&gt;Ormai le fortune dei cavalieri del lavoro di Catania erano lontane. Questa fu la stagione nella quale si raccolsero i frutti delle inchieste svolte sul loro conto da I Siciliani. L’impero creato dagli imprenditori catanesi, in odor di collusione, era ormai incrinato sensibilmente. Erano distanti i tempi in cui i cavalieri avevano la protezione di Craxi.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Adesso che Craxi se n’è scappato ad Hammamet con tutte le fontane di Milano, Craxi che un giorno scese in Sicilia per dire ai giudici di smetterla, che non si mandassero più in galera gli industriali perbene - gli industriali perbene quella volta si chiamavano Rendo, Costanzo e Graci - e Carlo Palermo era da poco scampato alla strage di Pizzolungo ed ecco lì il presidente del Consiglio che prendeva l’aereo per venirlo ad insultare: «ci sono magistrati che soffrono di smania di protagonismo», disse.”&lt;br /&gt;G.Faillaci, F.Gallina, Carlo Palermo: “verità su Mauro”, I Siciliani nuovi, Giugno 1995&lt;/blockquote&gt;Alcune inchieste sugli affari degli imprenditori catanesi erano state svolte dal giudice Felice Lima.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Il giudice Felice Lima - uno di quei magistrati che non ti guardano in faccia se hanno da mandarti in galera - aveva appena fatto arrestare Pasquale e Giuseppe Costanzo: la solita storia di appalti truccati, di prezzi lievitati, di ospedali che dovrebbero già funzionare e che, invece, ancora non sono stati neanche costruiti. In città, in quei giorni, si parlava di altre inchieste, si aspettava l’arrivo del giudice Di Pietro, si facevano i nomi dei notabili per cui, da un momento all’altro, sarebbero potute scattare le manette. Al giudice Lima - tra parentesi - sanno tutti come sia finita: adesso sta al Tribunale civile, ad occuparsi di vertenze di condominio; e gli ispettori mandati da Martelli hanno proposto di allontanarlo dalla città per “incompatibilità ambientale””.&lt;br /&gt;G.Faillaci, Affari e lavoro: il ricatto, I Siciliani nuovi, Aprile 1993&lt;/blockquote&gt;Il cavaliere Gaetano Graci fu arrestato nel luglio del 1994 con l’accusa di associazione mafiosa.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;A Catania - spiega ora il magistrato che ha firmato l’arresto di Graci, il dottor Antonino Ferrara - questo sistema delle imprese funzionava semplicissimamente: «Nitto Santapaola risolveva tutti “i problemi” che nell’esercizio della sua attività il Graci incontrava». Se qualcuno, ad esempio, provava a fargli un’estorsione, c’era un’altissima probabilità che costui finisse prima o poi sparato. Le questioni sindacali si risolvevano ordinariamente con le minacce; e tra i problemi da far trattare a don Nitto era messa in conto anche la stampa «che dava un’immagine del clan e degli imprenditori non proprio esaltante». Per la stampa, spiega ancora il dottor Ferrara, la mafia aveva un’attenzione particolare. C’era pure, nel gruppo Santapaola, qualcosa di simile ad un apposito pool (gli Ercolano) incaricato «della “sorveglianza” sulla stampa locale, volta a evitare che venissero pubblicati articoli sgraditi all’organizzazione».”&lt;br /&gt;G.Faillaci, F.Gallina, I giorni del Termidoro, I Siciliani nuovi, Agosto 1994&lt;/blockquote&gt;Il cavaliere Finocchiaro ammise solo allora di aver pagato delle tangenti per alcuni suoi affari. Invece per il cavaliere Costanzo non si profilava più una collusione mafiosa per “stato di necessità” .&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Ha pagato i politici, Finocchiaro: e ora spiega d’averlo fatto perché, altrimenti, non avrebbe mai eseguito i “suoi” lavori; perché, altrimenti, sarebbe stato escluso da tutte le gare, avrebbe dovuto chiudere bottega e trasferirsi altrove. Ha pagato Tignino e la sua giunta, ha pagato i più importanti gerarchi della politica locale. E a sentir lui, sembrerebbe che l’abbia fatto per puro spirito filantropico, giusto per non lasciare le maestranze con le mani in mano e senza salario. «Tutti i miei guadagni se ne andavano così - ha spiegato il cavaliere - a Catania, noi, eravamo costretti a lavorare per i politici».&lt;br /&gt;Adesso Finocchiaro racconta di tangenti miliardarie. Racconta di politici rapaci e insaziabili, che ogni volta che l’incontravano gli chiedevano soldi. Adesso Finocchiaro si presenta come una vittima del sistema. Ma undici anni fa, lui, il sistema degli appalti lo descriveva in un altro modo. Con quell’intervista sul “Corriere della sera”, per esempio: due pagine comparse nella primavera dell’82 in cui tra l’altro si raccontava d’una riunione con gli altri cavalieri, negli uffici di Mario Rendo: «Nel settembre scorso ci siamo incontrati con i Costanzo, con i Rendo e con i Graci. E abbiamo stabilito un patto di ferro. Lasciamo ai piccoli le opere di uno o due miliardi, così possono crescere anche loro o almeno vivere. Al resto pensiamo noi».”&lt;br /&gt;G.Faillaci, S.Gulisano, Francesco l’africano, I Siciliani nuovi, Giugno 1993&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;L’impresa Costanzo, fin dai primi anni Settanta, «per esercitare la propria attività e acquisire nuovi appalti, si è avvalsa non soltanto dei tradizionali fattori della produzione, ossia il capitale e il lavoro, ma anche di un ulteriore elemento: la forza di intimidazione e di assoggettamento promanante da alcuni autorevoli esponenti mafiosi». A queste conclusioni è giunto Giuseppe Gennaro, sostituto procuratore generale della Repubblica presso il Tribunale di Catania, ribaltando la tesi dello «stato di necessità» prospettata dal giudice istruttore Luigi Russo, nel procedimento a carico della “famiglia” catanese di “Cosa nostra” capeggiata da Nitto Santapaola. Il processo è quello scaturito dalle dichiarazioni di Antonino Calderone, il pentito che ha raccontato al giudice Giovanni Falcone tutto ciò che sapeva sui traffici della mafia e sui rapporti tra i principali esponenti di Cosa nostra e i cavalieri del lavoro di Catania; in particolare su Carmelo e Pasquale Costanzo (detto Gino) e su Gaetano Graci. Per Russo, Graci e i Costanzo avrebbero agito in «stato di necessità», costretti dai clan, ai quali non si poteva dire di no, poiché tale scelta sarebbe stata «sempre e comunque perdente». Tutt’al più, i Costanzo - sostiene il giudice istruttore - possono essersi macchiati di numerosi reati di favoreggiamento personale, che però sarebbero estinti per effetto dell’amnistia. Adesso, dopo tre anni da quella sentenza, c’è un magistrato catanese, procuratore presso la corte d’Appello, che ribalta quel teorema: Giuseppe Gennaro sostiene che la tesi dello stato di necessità «non appare condivisibile»; l’analisi del materiale probatorio, da parte di Russo, inoltre, sarebbe sintetica e per larga approssimazione riassuntiva» e, perciò, sfocerebbe in una «interpretazione originale» degli atti processuali. Il sostituto procuratore generale ritiene invece che i fratelli Costanzo siano colpevoli di concorso in associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso e, quindi, chiede il rinvio a giudizio e «le conseguenziali statuizioni relative allo status libertatis» - cioè l’arresto - di Pasquale Costanzo (il cavalier Carmelo è morto nell’aprile del ‘90). Gennaro, nelle cinquanta pagine di motivi d’appello, ricorda i «rapporti del tutto sorprendenti ed inimmaginabili» tra l’imprenditore e «mafiosi di altissimo rango criminale» come Totò Riina, Francesco Madonia, Salvatore Greco “Cicchiteddu”, Salvatore Inzerillo, Giuseppe Di Cristina, Antonio Minore, Luigi Saitta, Giuseppe Calderone e Nitto Santapaola &lt;br /&gt;(gli ultimi tre si sono susseguiti, nell’arco di un ventennio, nella “protezione” dei Costanzo); ricostruisce ventisette episodi nei quali si racconta di contributi in denaro, favori, battute di caccia, subappalti, assunzioni di mafiosi, riunioni, offerte di spumante e panettoni ai detenuti del carcere di Piazza Lanza, battesimi, cresime e matrimoni, e persino di un omicidio. Alla luce di tali fatti, il rapporto tra i Costanzo e vari esponenti di Cosa nostra appare determinato da tutto fuorché da costrizione: i costruttori catanesi, sostiene il magistrato, «hanno strumentalizzato l’organizzazione criminale» per perseguire i loro fini imprenditoriali; inoltre, hanno contribuito in maniera «rilevante e consapevole» a « mantenere in vita» e far crescere Cosa nostra in cambio di “vantaggi”, il più rilevante dei quali è «il “visto d’ingresso” per lavorare in province come Trapani e Palermo, precluse all’imprenditoria sana».”&lt;br /&gt;S.Gulisano, “Arrestate Costanzo”, I Siciliani nuovi, Marzo 1994.&lt;/blockquote&gt;Per il voto di scambio vennero arrestati esponenti di spicco della politica siciliana: Rino Nicolosi, Calogero Mannino, Salvo Andò e Raffaele Lombardo.&lt;br /&gt;In una inchiesta del 1996 si riprese l’idea di Giuseppe Fava nel fotografare le dieci persone più potenti della regione: nella nuova rivisitazione dell’inchiesta, svolta a tredici anni di distanza, ritroviamo ancora Mario Ciancio, mentre tra i nuovi volti ecco il ragioniere Giuseppe Firrarello, l’arcivescovo Bommarito e il professore Umberto Scapagnini.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Bommarito è riuscito, negli anni, a trasformare e ingentilire la propria immagine al punto da essere citato, quasi quotidianamente, come simbolo dell’impegno antimafia. E dire che all’inizio per l’antimafia Bommarito non dimostrava gran simpatia. Aveva avvertito - poco dopo il suo arrivo a Catania, nell’88 - che «bisogna stare attenti alle leggi: sono dannose quelle dettate dall’emotività, che finiscono per intralciare l’imprenditoria siciliana». Il riferimento era alla legge La Torre, approvata all’indomani dell’omicidio del segretario regionale del Pci. Da buon pastore di anime ha sempre avuto un occhio di riguardo per i peccatori: Costanzo inaugura un supermercato? L’arcivescovo lo benedice. Graci apre un’altra filiale della sua banca? Il nastro lo taglia Bommarito. Qualcuno se la prende coi cavalieri? Il monsignore tuona contro «la retorica dell’antimafia». Fino al punto da provocare la reazione dei giudici catanesi: «Mi sorprende che qualcuno dal suo nobilissimo pulpito dica che l’antimafia sollevi polveroni», gli ha ribattuto il magistrato Giuseppe Gennaro, oggi al Csm. Fino ad un titolo di poche settimane fa, offerto dal quotidiano La Sicilia: «Bommarito ha incontrato Santapaola». Si trattava della visita ai detenuti che l’arcivescovo compie ogni anno e che questa volta aveva arricchito con un incontro particolare, quello con Nitto Santapaola e i suoi due figli, benevolmente riuniti per l’occasione insieme nonostante l’isolamento al quale sono sottoposti”.&lt;br /&gt;S.Gulisano, E.Fusto, Il lungo viaggio del potere, I Siciliani nuovi, Febbraio 1996.&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;br /&gt;Eurodeputato del Biscione, farmacologo di fama internazionale, il professor Umberto Scapagnini ha molte buone ragioni per apparire continuamente in televisione. Ed appare con una frequenza che rasenta l’ubiquità: facendo un po’ di zapping lo si può trovare, contemporaneamente, nel salotto del Costanzo show e tra gli ospiti della trasmissione di Lorenza Foschini, Misteri, su Rai 2. Il bello della differita, naturalmente. Cinquantatré anni, amico personale di Berlusconi, Scapagnini non è alla prima esperienza politica: per tre anni - dall’85 all’88 - è stato il fiore all’occhiello del Psi di Salvo Andò nel consiglio comunale di Catania, dove ha ricoperto le cariche di vicesindaco e di assessore all’urbanistica, e ha convissuto senza accorgersi di nulla con un drappello di consiglieri e assessori del Garofano che intascavano mazzette a più non posso”.&lt;br /&gt;Ibidem.&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-2542765860849720169?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2542765860849720169'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2542765860849720169'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/06/la-giustizia-93-96.html' title='La giustizia (93-96)'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-8511317292467700746</id><published>2010-06-03T18:35:00.003+02:00</published><updated>2010-06-03T18:44:31.624+02:00</updated><title type='text'>La mafia (93-96)</title><content type='html'>Dopo l’arresto di Totò Riina e di Giovanni Brusca si cercavano i profili dei nuovi esponenti di Cosa nostra. Venivano descritti i contorni dei nuovi equilibri della mafia e dei nuovi esponenti emergenti: l’attenzione ricadde su due personaggi, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Provenzano, settantenne, detto (con rispetto) “u vicchiareddu”, è coetaneo di Riina, nato e cresciuto a Corleone: di lui esiste da venti anni solo una foto segnaletica e la sua figura è circondata dal “mistero” dei vecchi padrini. Aglieri, invece, è coetaneo di Brusca, 37 anni, nuova guardia metropolitana, boss di Brancaccio; lo chiamano “u signurinu” poiché è elegante ed ha frequentato l’università, lo accusano dell’omicidio del parroco di Brancaccio don Pino Puglisi; infine, Provenzano è suo padrino di battesimo. […]&lt;br /&gt;E Provenzano? Come ogni “buon” padrino, avrebbe assunto il ruolo di “grande vecchio”, di “paciere”. Dopo l’arresto di Bagarella, don Bernardo sarebbe sceso in campo, con la sua autorità, per fare rappacificare Brusca con Aglieri. Riuscendoci in nome dei «comuni interessi». Quali? La Dia sintetizza così: «In attesa di tempi migliori, ognuno si cura ora gli affari di famiglia». Sul fronte politico, è nota la scelta di Provenzano.&lt;br /&gt;A.Roccuzzo, Brusca e poi?, I Siciliani nuovi, Maggio 1996&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;Tra questi c’è un personaggio che più di ogni altro incarna le tendenze della nuova mafia: la vocazione alla mediazione politica, l’uso composto, quasi scientifico della violenza. Si chiama Pietro Aglieri, in arte u’ signurinu. E’ un giovane di trentacinque anni, di media statura, stempiato, con la piega della bocca dura e amara, lo sguardo cupo e vagamente malinconico: un po’ da impiegato ad agosto, un po’ da boia. I pentiti lo indicano come un uomo essenziale nelle parole, composto nei gesti, curato nel vestire. Elegante, persino. Per questo nel suo quartiere - il quartiere della Guadagna, uno dei più vecchi e popolari di Palermo - sin da ragazzino gli avevano dato quel soprannome, dal tono all’apparenza sfottente, che riprendeva quello del nonno paterno: un allevatore di vacche che era solito pascolare le bestie infilato in un impeccabile abito bianco. U’ signurinu, appunto. Solo che questa volta non c’era più ironia. C’era quello che da queste parti - nel gergo duro e scarno dei mafiosi - chiamano rispetto. &lt;br /&gt;F.Gallina, Aglieri: ritratto di un boss, I Siciliani nuovi, Febbraio 1996&lt;/blockquote&gt;Per quanto riguarda Catania, dopo le dichiarazioni del pentito Calderone, fu confermato, anche dalle indagini della magistratura, come I Siciliani avessero individuato negli anni Ottanta alcuni dei personaggi chiave degli affari della mafia:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Al centro di Catania c’è una piazza quadrata. Da un lato il comando carabinieri del colonnello Licata: controlla gli scippatori della città, parallelamente a Santapaola. Sul secondo lato l’albergo dove ogni settimana s’incontrano i manager del narcotraffico, fra cui quelli della Famiglia Santapaola. Sul terzo lato le bische in teoria clandestine, ma in realtà frequentate da tutta la Catania bene, di proprietà dei Ferrera-Santapaola. Il quarto lato è il Palazzo di Giustizia del procuratore aggiunto Giulio Cesare Di Natale, non nemico di Santapaola. Al centro della piazza, un monumento-fontana e intorno al monumento una decina o più, secondo le sere, di tossicodipendenti. Catania era così, negli anni Ottanta.&lt;br /&gt;R.Orioles, Intorno al boss, I Siciliani nuovi, Giugno 1993.&lt;/blockquote&gt;Questa era stata la definizione di Santapaola, il rapporto del boss con la città, che I Siciliani avevano dato nel gennaio del 1985:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Qualunque città avrebbe potuto produrre un Santapaola. Ma solo questa può averlo tollerato. Solo questa città può averlo reso indispensabile: perché, a Catania, Santapaola è un pezzo indispensabile del sistema di potere. In una città dove i cittadini debbono votare per i candidati “giusti”, dove gli operai debbono lavorare senza pensare ai sindacati, dove gli imprenditori devono poter godere del dovuto rispetto, dove i giornalisti possono scrivere liberamente non più che sulle previsioni del tempo, in una città del genere, come si può fare a meno di un Santapaola? Se un giorno o l’altro lo ammazzano, ne faranno uno di legno.&lt;/blockquote&gt;Dopo la cattura del capo della mafia catanese, avvenuta nel 1993, ci si interrogava sui possibili successori. Nel luglio del 1995 venne uccisa la moglie di Santapaola, Carmela Minniti [l’anno seguente sarà incriminato per questo omicidio il pentito Giuseppe Ferone]. Era un chiaro segnale del cambiamento degli equilibri criminali in città dopo l’arresto del boss. L’ipotesi più probabile era che il controllo del clan fosse passato in mano ad Aldo Ercolano, luogotenente di don Nitto:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Trentacinque anni, i lineamenti scialbi da protagonista di soap opera, un’aria maledettamente sveglia. Ercolano è stato per lungo tempo il più fedele pretoriano, l’esecutore più deciso degli ordini di don Nitto. Durante la latitanza del boss era il suo sostituto alla reggenza del clan, autorizzato a prendere decisioni, quando i motivi di sicurezza avessero impedito a Santapaola di essere presente. Già da molto tempo, da questa posizione privilegiata, Ercolano ha potuto curare soprattutto i propri interessi. Senza scrupoli, senza troppi pudori.F.Gallina, S.Gulisano, Catania: dopo Santapaola, I Siciliani nuovi, Marzo 1996&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Il giornale  seguì e raccontò alcune storie di usura ed estorsioni ad opera della  criminalità organizzata.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Solo che ci sono più di  ventimila aziende, giù a Catania. Il 40 per cento - in un modo o  nell’altro - passano attraverso il setaccio del pizzo. O dell’usura. O  dell’arrembaggio mafioso. La storia del signor Castorina è la storia di  centinaia di piccole imprese passate di mano, silenziosamente, dalla  città alla mafia. Molti adesso si sono ribellati. C’è un’associazione,  ci sono stati molti processi, alla fine s’è dovuto costituire parte  civile persino il comune. Ma la guerra continua: l’arroganza dei  capimafia contro un pezzo di società ribelle. Qualcuno rischia la vita,  qualcun altro fa finta di non vedere.”&lt;br /&gt;C.Fava, Usura: Catania dei  denari, I Siciliani nuovi, Aprile 1993.&lt;/blockquote&gt;Accusò anche  la cattiva gestione delle banche siciliane che negavano i prestiti ai  clienti. Attraverso diverse inchieste venne svelato che paradossalmente  più le banche possedevano denaro in Sicilia e meno ne davano in prestito  [&lt;i&gt;cfr. G.Faillaci, Strozzini in doppiopetto, I Siciliani nuovi, Marzo  1996&lt;/i&gt;]: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;E prendiamo la Sicilcassa, la seconda  banca regionale. Gli ultimi dati parlano di sofferenze per 4457  miliardi. Di questi, 1837 se li sono spartiti i quattro cavalieri  catanesi ed il conte Arturo Cassina da Palermo. Gaetano Graci, da solo,  s’è portato all’altro mondo debiti per 680 miliardi: poco meno del  patrimonio della Cassa, che è di appena 900 miliardi. Ora non c’è dubbio  che, a chiunque altro si fosse trovato esposto per molto meno e non  avesse voluto o potuto pagare - come non ha pagato Graci - qualsiasi  banca avrebbe prima o poi pignorato la casa. Anche al cavalier Graci,  per la verità, la Sicilcassa ha preso qualche palazzo. Gliel’ha preso  con molta educazione, però: pagandolo. E pagandolo, qualche volta, molto  più di quel che valeva. Così, ricostruiscono adesso i giudici di  Palermo, il cavaliere poteva in parte rientrare dalle scoperture più  clamorose. E i suoi debiti con la banca venivano in sostanza pagati  dalla banca, o più precisamente dai suoi dipendenti. Perché i soldi per  comprare i palazzi arrivavano da uno speciale fondo della Sicilcassa; un  fondo istituito, originariamente, per garantire la pensione ai  dipendenti. […] Nell’inchiesta sul Banco di Sicilia si parla ad esempio  delle condizioni di estremo favore accordate ad aziende ufficialmente  sponsorizzate dai boss di Cosa nostra. Come il gruppo Aiello-Greco, di  cui faceva parte la Dea Srl, una ditta direttamente garantita presso la  banca dai boss di Ciaculli. Alla Sicilcassa invece la Finanza ha  sequestrato quattro camion di documenti. Si indaga su un riciclaggio di  denaro che i boss mafiosi avrebbero operato tramite gli sportelli  dell’istituto con l’aiuto di imprenditori compiacenti. E tra le aziende  passate al setaccio ci sono quelle dei cavalieri di Catania. Come al  solito. […] Qualche anno fa c’era un imprenditore, Libero Grassi, che si  ribellava da solo alle estorsioni. Era un cliente a rischio per le  banche: ragion per cui la Sicilcassa gli prestava sì il denaro, ma a un  tasso d’interesse che sfiorava il trenta per cento annuo. Ha combattuto  il racket ed è finito in mano, anziché a volgari usurai, a  rispettabilissimi strozzini in doppiopetto; adesso i suoi figli fanno il  possibile per onorare i debiti, e rimettere su la fabbrica. I suoi  figli: perché Libero Grassi, come si sa, è morto ammazzato dalla mafia.  Anche i cavalieri catanesi sono morti, di morte naturale. Ma i loro  debiti li stiamo ancora pagando noi.&lt;br /&gt;G. Faillaci, Sicilia 1996 e io  pago!, I Siciliani nuovi, Aprile 1996&lt;/blockquote&gt;Sul versante  dell’antimafia l’attenzione iniziò ad essere puntata sui capitali della  mafia, sulla possibilità di utilizzare i patrimoni sequestrati ai  mafiosi per poterli dare all’uso pubblico. Di questa idea si fece  promotore Don Luigi Ciotti tramite l’associazione Libera.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Un  milione di firme. E’ questa la prima iniziativa - una petizione  popolare - promossa da Libera, un movimento «contro le mafie» costituito  in queste settimane da cittadini e gruppi organizzati - che operano in  varie città d’Italia - che hanno deciso di «federarsi» in una  «associazione di associazioni». Obiettivo della petizione: confiscare i  beni ai mafiosi e ai corrotti, ed usarli per creare lavoro, servizi,  vivibilità. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele di Torino, è  uno dei promotori di Libera. «Confiscare le ricchezze illecite - spiega -  è strategicamente più importante che arrestare un boss. Non è un caso  che Pio La Torre (il deputato comunista che per primo presentò un  progetto sul sequestro dei beni ai mafiosi, poi diventato la legge  Rognoni-La Torre, ndr) sia stato assassinato dalla mafia. Oggi, rispetto  ai primi anni ‘80, è indispensabile fissare due punti: estendere la  confisca anche alle ricchezze prodotte dalla corruzione; e facilitare la  loro destinazione a usi sociali». Tecnicamente, spiega ancora Ciotti,  occorre modificare una legge del 65 - la numero 575 - che impone  procedure macchinose, specie nel momento in cui bisogna destinare i beni  sequestrati alle attività di comuni, enti, cooperative e associazioni  del volontariato. In particolare si chiede di istituire presso ogni  prefettura un fondo per l’attività di risanamento delle periferie e di  promozione d’impresa per giovani disoccupati, da alimentare con i beni  confiscati o con proventi della vendita di immobili improduttivi e di  aziende; di conferire rapidamente ai comuni, enti, associazioni di  volontariato e culturali, cooperative, gli immobili confiscati; di  estendere la cassa integrazione ai dipendenti delle aziende  sequestrate.”&lt;br /&gt;C.Nicotra, Signor Craxi quei soldi sono miei, I  Siciliani nuovi, Gennaio 1995&lt;/blockquote&gt;Furono anche gli anni  dell’uccisione di Don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio assassinato  dalla mafia, e della continuazione delle sue idee da parte di Padre  Turturro.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;E’ toccata a don Pino Puglisi, uno di quei  preti che lavorano duro e in silenzio ai margini della città. Uno che  dava fastidio. Uno che insegnava ai ragazzini di Brancaccio a diventare  carabinieri, o maestri, o qualsiasi altra cosa purché fossero diversi  dagli altri. Gli altri, gli adulti, i picciotti, quelli tutti di un  pezzo: Palermo ne è ancora piena, nonostante don Pino. Nonostante quelli  come lui.&lt;br /&gt;Quelli come lui non vanno in televisione. Non insegnano  all’università. Non discutono alle tavole rotonde. Un titolo, quelli  come don Pino lo strappano solo se muoiono ammazzati. Padre Turturro lo  sa bene. Perché lui e don Pino appartengono alla stessa razza cocciuta,  perché non hanno mai amato parlare di speranza, perché preferiscono  volare basso. «Io sto a Borgovecchio, di fronte all’Ucciardone. Di cosa  vuoi che parli a questi ragazzi? Della strada parlo. E della mafia».  […]&amp;nbsp; E lei, padre Turturro? Che chiesa è la sua? «Io ho inventato la  chiesa della strada: parlare ai figli dei mafiosi, convincere anzitutto  loro, fargli capire che la mafia è soltanto una fregatura. Il lavoro? E  quando mai quelli li t’hanno dato lavoro? La casa? Ma se a Borgovecchio  vivono ancora nelle baracche...». […]Da quel giorno padre Turturro ha  organizzato decine di roghi. Pistole vere, armi finte, ma anche  siringhe, bustine di eroina. Tutto. «Facciamo un baratto. Loro mi  portano una dose e io gli regalo un pallone».”&lt;br /&gt;Claudio Fava, Padre  Coraggio e la sua gente, I Siciliani nuovi, Settembre 1993 &lt;/blockquote&gt;Negli  stessi anni si scrissero le storie dei giornalisti assassinati per mano  mafiosa: si accesero i riflettori sul paese di Barcellona Pozzo di  Gotto, dove venne ucciso nel 1993 Beppe Alfano, corrispondente de La  Sicilia.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Trenta morti ammazzati, questo è vero, nel giro  di un anno: ma son morti di mafia e a Barcellona la mafia - dice la  Linea del Partito - non esiste. Dunque non esistono nemmeno quei morti e  in particolare non esiste l’ultimo di questi morti, il giornalista  Beppe Alfano. Che fosse un giornalista, per la verità, se ne sono  accorti solo dopo che è morto e gli hanno fatto, meglio tardi che mai,  il tesserino professionale alla memoria. Dalla “Sicilia” di Catania, il  giornale di cui era corrispondente, prendeva cinquemila lire a pezzo,  più eventualmente qualcosa per le foto; ha avuto anche una colonnina di  piombo il giorno dopo che l’hanno ammazzato e alcuni articoli elogiativi  - cosa che richiede una più matura riflessione - nei giorni dopo. […]  «Ho chiesto alla “Sicilia” la raccolta degli articoli di Alfano - dice  il giudice Olindo Canali, l’unico del paese che si ricordi ancora di lui  - Mi servivano per le indagini. Li sto aspettando ancora. Finora, non  me li hanno mandati».&lt;br /&gt;R.Orioles, D.Russo, Una storia di carta, I  Siciliani nuovi, Marzo 1993. &lt;/blockquote&gt;Si continuò a parlare  dell’omidicio di Mauro Rostagno avvenuto nel 1988 a Trapani e venne  riaperta l’inchiesta sull’assassinio di Peppino Impastato. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;   &amp;nbsp;In un articolo - Trapani: morire di normalità, Giugno 1995,  Faillaci Gallina, si parla del processo Rostagno, Carlo Palermo e si  disegna il profilo della “normale” città di Trapani. &lt;br /&gt;“Dice: a  Trapani non succede mai niente. Scivoli in macchina sulla marina, una  lingua d’asfalto tra gli scogli calcarei e le case, tutte diverse ma  tutte dipinte allo stesso modo, color zafferano. E pensi: chissà cosa  vuol dire. Poi ti fanno vedere una vecchia foto, l’istantanea d’una  macchina scassata, arrugginita, un rottame dentro il quale ormai cresce  pure l’erba e ti dicono: la macchina di Carlo Palermo, la Fiat 132  dell’attentato di Pizzolungo. E’ rimasta così per anni. Non dallo  sfasciacarrozze: al Palazzo di giustizia, in un angolo del cortile. Non  come monumento alla barbarie, mica per ricordare l’attentato: così,  perché proprio non si sapeva chi dovesse portarla via.”&lt;br /&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;«Le dichiarazioni del pentito di mafia Salvatore Palazzolo  hanno permesso la riapertura dell’inchiesta sull’omicidio di Peppino  Impastato, avvenuto nel maggio del 1978. A ordinare l’esecuzione del  giovane militante di Lotta Continua sarebbe stato il boss di Cinisi  Gaetano Badalamenti, attualmente detenuto negli Usa. Le rivelazioni di  Palazzolo confermano l’ipotesi da sempre sostenuta da familiari e amici  della vittima». Poche righe dell’agenzia Ansa, battute svogliatamente  giovedì 29 febbraio e riprese da un solo quotidiano nazionale, “Il  Manifesto”. Dopo averle lette, abbiamo fatto un piccolo esperimento.  Abbiamo chiesto ad alcuni colleghi, e ad alcuni amici romani, se  sapessero chi era Peppino Impastato. Soltanto uno conosceva la risposta.  Ma era siciliano. Eppure quella di Peppino Impastato è una storia che  andrebbe raccontata nelle scuole italiane, una storia limpida e  bellissima: quella di un giovane di sinistra, intelligente e fantasioso,  che si ribella alla cultura mafiosa di cui è vittima il padre, fonda la  prima radio libera di Cinisi, inventa un linguaggio ironico e  rivoluzionario per raccontare la mafia del suo paese. Cinisi, nei  racconti di Peppino, diventa un villaggio assediato dagli indiani. E  Badalamenti diventa «don Tano seduto». Un boss può a volte sopportare  l’accusa di essere un mafioso, e anzi trarne prestigio. Ma non può  sopportare di essere sfottuto. Peppino venne trovato dilaniato da una  carica esplosiva accanto ad un binario divelto della linea  Palermo-Trapani. Era lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di  Aldo Moro in via Caetani. I giornali titolarono: «Brigatista muore in  fallito attentato». In taglio basso, nelle ultime pagine”.&lt;br /&gt;Michele Gambino, Peppino e Don Tano seduto, I Siciliani nuovi, marzo  1996&lt;br /&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-8511317292467700746?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/8511317292467700746'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/8511317292467700746'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/06/la-mafia-93-96.html' title='La mafia (93-96)'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-6344125927060619517</id><published>2010-06-03T18:29:00.003+02:00</published><updated>2010-06-03T18:45:02.573+02:00</updated><title type='text'>I servizi e le inchieste (1993-1996)</title><content type='html'>La storia de I Siciliani è caratterizzata da un profondo rigore, dal senso etico e dalla professionalità nell’esercizio del mestiere del giornalista. Anche in questa nuova veste, a dieci anni di distanza dalla nascita del giornale e con la mancanza dell’ispiratore Giuseppe Fava, il giornale conservava una serie di caratteristiche che lo rendevano unico nel panorama editoriale. I Siciliani continuavano ad essere la spina nel fianco del potere politico; gli unici giornalisti non controllati e non controllabili.&lt;br /&gt;Il metodo Fava permeava ancora gli articoli degli anni Novanta: c’era ancora una attenzione alle storie di vita, ad una scrittura giornalistica di stampo letterario, al racconto come introduzione alla cronaca. La crescita dei giornalisti in erba avveniva alla stessa maniera degli anni passati. Il giornalismo è una palestra di vita: tutti i redattori iniziarono occupandosi di cronache e il pezzo consegnato era soggetto ad una attenta analisi che lo portava molto spesso ad essere riscritto più volte.&lt;br /&gt;Stavolta I Siciliani contavano sul bacino del movimento antimafia, sul risveglio della società civile ormai sensibile ai fatti di mafia. Sullo sfondo un inadeguato sistema politico, che si apprestava ad iniziare una Seconda Repubblica, caratterizzato da una profonda collusione mafiosa, e il sostegno di interessi di privati che convergevano spesso con gli affari della mafia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-6344125927060619517?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/6344125927060619517'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/6344125927060619517'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/06/i-servizi-e-le-inchieste-1993-1996.html' title='I servizi e le inchieste (1993-1996)'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-3257743850339130571</id><published>2010-05-26T18:57:00.001+02:00</published><updated>2010-05-26T18:58:23.216+02:00</updated><title type='text'>Un quotidiano per Catania</title><content type='html'>I Siciliani potevano contare su un gruppo valido e professionale di redattori. Gli sforzi profusi per le esperienze de I Siciliani giovani, dell’associazionismo, e del movimento antimafia potevano garantire al giornale una forte base di giornalisti, pronta per fare un quotidiano. Avevano organizzato un corso di giornalismo a cui parteciparono numerosi ragazzi, che cominciarono a scrivere al mensile assestandosi però su una routine professionale da quotidiano. &lt;br /&gt;I Siciliani potevano contare a Catania su appoggi forti, come quelli politici de La Rete e del PDS, oltre al sostegno del settimanale Avvenimenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 5 gennaio 1994 venne presentato il progetto del quotidiano in un teatro catanese.  I Siciliani avevano la disponibilità di alcuni imprenditori, e una quota di 100 milioni di lire di azionariato popolare già raccolti in poche settimane. Avevano anche il nuovo progetto grafico disegnato da Maoloni. Insomma quasi tutto era pronto. Ma non avevano fatto i conti con le elezioni politiche che si sarebbero svolte di lì a poco. Dopo lo scioglimento delle camere e le elezioni anticipate, l’industriale Silvio Berlusconi, da poco entrato in politica, diventò presidente del Consiglio. La vittoria delle destre e soprattutto di un esponente dell’alta finanza fece sì che molti di quegli imprenditori disponibili a finanziare il quotidiano si ritirassero dall’offerta, preferendo non finanziare un nascente giornale di sicura opposizione.&lt;br /&gt;Da quel momento in poi I Siciliani rimase mensile, seppur con un formato tabloid e stampato su carta povera da quotidiano, continuando a soffrire degli stessi problemi finanziari che hanno caratterizzato la storia del giornale. Il lavoro era basato esclusivamente sul volontariato e di soldi in entrata non se ne vedevano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gli anni Novanta de I Siciliani&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’esperienza parte nel 1993. In quell’anno Gianfranco Faillaci si occupa della redazione di Catania, che aveva una piccolissima sede in via Crociferi. Durante il primo anno il giornale, già impaginato da Orioles nella redazione di Avvenimenti a Roma, veniva trasferito attraverso un modem alla redazione catanese. L’anno seguente il giornale si trasferì in una nuova sede, metà di una villa liberty in viale Regina Margherita. Lì si svilupparono le due anime della redazione: da una parte quella tecnica, dove i giornalisti continuarono a fare il loro lavoro in maniera più professionale possibile, dall’altra una parte movimentista, quella dell’associazionismo, che si rivolse ancora alle scuole medie superiori, contraddistinguendosi per proposte importanti come quella del Foglio degli Operai dell’ITIN [&lt;i&gt;Una delle aziende del cavaliere Mario Rendo dove era in atto la delocalizzazione della impresa&lt;/i&gt;], il mensile per gli immigrati e la “holding dei poveracci”. Quest’ultima si basava sull’idea de I Siciliani di fornire gli strumenti tecnici a chiunque avesse voluto fare un giornale nel proprio paese. Rientrava nell’idea di ampliare la redazione e arrivare ad avere diversi corrispondenti da ogni parte dell’isola. Venivano distribuite delle gabbie tipografiche di un giornale già pronto, e veniva data alle nuove testate create la possibilità di essere un supplemento a I Siciliani nuovi, godendo così della registrazione legale e del possesso del Direttore responsabile. Era una maniera culturale di utilizzare un nuovo strumento tecnologico: il computer.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Riccardo Orioles aveva preparato una serie di gabbie tipografiche che dava a chi voleva farsi un giornale. Arrivarono così ragazzi da tutta la Sicilia centro orientale. Così nacquero tantissime testate: come Girodivite a Lentini, Il Corvo a S.G.La Punta, Il Paesano ad Agira, Fendinebbia ad Enna. Girodivite è l’unica del gruppo ad esistere ancora oggi. Il pellicolaggio e la stampa tipografica sarebbero state costose se fatte ognuno per conto proprio, così la holding coordinava l’attività di prestampa e stampa di tutti gli inserti e li portava in tipografia nello stesso momento per abbattere i costi”. &lt;br /&gt;Lucio Tomarchio, interv.cit.&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-3257743850339130571?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3257743850339130571'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3257743850339130571'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/05/un-quotidiano-per-catania.html' title='Un quotidiano per Catania'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-4207676671673152709</id><published>2010-05-05T12:42:00.002+02:00</published><updated>2010-06-03T18:45:45.052+02:00</updated><title type='text'>I Siciliani nuovi: Fondatore Giuseppe Fava 1993-1996</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S-FLiKcNt2I/AAAAAAAAAUc/oE5iNImA0Vw/s1600/Immagine+1.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S-FLiKcNt2I/AAAAAAAAAUc/oE5iNImA0Vw/s320/Immagine+1.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;L’attenzione dei giornalisti de I Siciliani alle cronache isolane non era mai mancata, anche negli anni successivi alla chiusura del giornale, avvenuta nel 1986. Da quel momento le vite dei redattori si erano divise. Riccardo Orioles era emigrato a Roma ottenendo dal 1989 il ruolo di caporedattore nel nuovo settimanale nazionale Avvenimenti [Avvenimenti – Settimanale dell’Altritalia, è stato un settimanale italiano, fondato nel 1989. Tra i giornalisti citiamo Diego Novelli, Claudio Fracassi (Direttore responsabile), Riccardo Orioles e Piero Pratesi]. Insieme all’aiuto di alcuni altri redattori de I Siciliani,&lt;br /&gt;tra cui Miki Gambino, aveva impresso un'impronta siciliana al settimanale romano.&lt;br /&gt;Dopo anni di esperienze passate altrove, i giornalisti si erano ritrovati per ripartire ancora dalla Sicilia. I Siciliani riaprirono all’inizio del 1993. Nel mese di marzo uscì il primo numero del mensile del nuovo corso: I Siciliani nuovi, fondatore Giuseppe Fava. In copertina " Allonsanfan parte seconda", e anche il numero di conto corrente con il quale era possibile sostenere la redazione. Raccontavano I Siciliani nel loro primo editoriale a proposito di quegli anni:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Tante cose si muovono, dopo tredici anni. Noi possiamo tornare in edicola oggi con “I Siciliani” anche grazie all’esistenza di un giornale libero e autogestito come “Avvenimenti”: che a sua volta difficilmente avrebbe potuto crescere se non avesse avuto alle spalle l’esperienza dei “Siciliani”. Oggi contiamo sull’aiuto, in quaranta città d’Italia, di un movimento giovanile come “L’Alba”; che è nato e si è sviluppato, quest’estate, riprendendo elementi dei Siciliani-Giovani degli anni Ottanta. Abbiamo fra i nostri primi interlocutori testate e associazioni come il Coordinamento antimafia di Palermo, Società Civile di Milano, la “Voce della Campania”, e altre ancora; ciascuna di esse ha imparato qualcosa dai “Siciliani”, e da ciascuna a nostra volta abbiamo imparato qualcosa. Decine di giornalisti, e centinaia di militanti civili, in giro per l’Italia sono nati in quegli anni. E’ il momento di unirsi, diciamo a tutti loro, di fare qualcosa di più grande ancora. R.Orioles, M.Gambino, C.Fava, Allonsanfan parte seconda, I Siciliani nuovi, Marzo 1993.&lt;/blockquote&gt;Durante gli anni Novanta ad Avvenimenti erano sempre state controllate le personalità di spicco dell’impunità siciliana. Come nel caso dell’inchiesta che coinvolgeva un giro di tangenti per la costruzione di un polo fieristico a Catania in cui erano imputati il cavaliere del lavoro Finocchiaro e il democristiano Nino Drago. L’inchiesta era stata redatta da due giornalisti de I Siciliani che erano corrispondenti di Avvenimenti da Catania, Sebastiano Gulisano, entrato nel gruppo dopo il 5 gennaio 1984, e Gianfranco Faillaci, uno dei ragazzi unitosi grazie all’esperienza de I Siciliani giovani. Altri giornalisti del nucleo fondatore de I Siciliani si erano sparpagliati per l’Italia, come Antonio Roccuzzo e Claudio Fava, mentre altri erano rimasti a lavorare, anche in altre professioni, alle pendici dell’Etna. &lt;br /&gt;Claudio Fava, dopo essere stato corrispondente dal Sud America per L’Unità e collaboratore di Avvenimenti, tornò in Italia per diventare uno dei volti principali del progetto politico de La Rete insieme a Leoluca Orlando. La Rete - Movimento per la democrazia nata nel 1990, a quanto pare proprio nella redazione di Avvenimenti dalle idee di alcuni intellettuali siciliani e non, proponeva un programma antimafia e una partecipazione gestita mediante una forma avanzata di democrazia dal basso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leoluca Orlando, al tempo sindaco di Palermo, sostenuto dai movimenti cattolici coordinati da padre Ennio Pintacuda, uno degli esponenti della primavera palermitana, diventò il simbolo della lotta alla mafia, soprattutto dopo essere uscito polemicamente dal partito democristiano, colpevole a suo avviso di forti collusioni mafiose.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Claudio Fava nel 1991 fu eletto all’Assemblea Regionale Siciliana, nel 1992 diventò deputato alla Camera e nel 1993 arrivò al ballottaggio con Enzo Bianco, altro esponente del centrosinistra catanese, per essere sindaco di Catania. Nella elezione comunale mancavano alcuni degli esponenti della DC e del PSI ormai inguaiati dalle inchieste della magistratura: Mannino, Nicolosi, Lombardo e Andò. Tutti erano stati inquisiti principalmente per voto di scambio. Le elezioni investirono Enzo Bianco della carica di sindaco di Catania.&lt;br /&gt;Quando ormai ognuno dei giornalisti che costituivano lo zoccolo duro de I Siciliani poteva ritenersi finanziariamente stabile, senza acqua alla gola, poterono cominciare insieme a pensare di sostenere una nuova riapertura del giornale, anche in una nuova veste. L’idea di Giuseppe Fava non li faceva smettere di pensare al quotidiano come mezzo indispensabile per cercare di cambiare il volto all’informazione regionale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il contesto storico&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La riapertura del giornale avvenne all’inizio del 1993. È l’anno successivo alle grandi stragi palermitane in cui persero la vita i magistrati Giovanne Falcone e Paolo Borsellino. Il 15 gennaio del 1993 era stato intanto arrestato Totò Riina, capo di Cosa nostra palermitana. Nello stesso anno ormai l’impero dei cavalieri del lavoro di Catania era notevolmente incrinato. Perseguiti dalla legge per diversi processi, per associazione mafiosa, tangenti e fatture false, sfuggivano comunque alla giustizia.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Il 3 ottobre del 1989 L’Unità pubblicava tre dossier dell’ex questore di Catania Luigi Rossi nei quali si chiedeva alla Procura di Catania di inviare al soggiorno obbligato, in quanto mafiosi, i cavalieri del lavoro Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo. La Procura archivia qualche mese più tardi. &lt;br /&gt;Il 2 aprile 1990 Gaetano Graci, Carmelo e Pasquale Costanzo sono prosciolti dall’accusa di essere mafiosi dopo le accuse del pentito Antonino Calderone. Gli imprenditori, per il giudice istruttore Russo, avrebbero agito in «stato di necessità», ovvero sarebbero stati costretti a subire la protezione del clan Santapaola, alla stregua di una sorta di «contratto di assicurazione». Calderone aveva anche citato un omicidio commesso dal clan Santapaola nell’interesse del cavaliere Costanzo. Tre anni dopo, il magistrato Giuseppe Gennaro impugnerà la sentenza, ma gli imputati saranno ancora prosciolti.&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;Il boss catanese Nitto Santapaola, dopo una latitanza di tredici anni, venne arrestato alle porte di Caltagirone. Intanto l’arresto e il pentimento di Antonino Calderone, fratello del boss Giuseppe ucciso nel 1978 proprio da Santapaola, portò alla ribalta numerose informazioni sui rapporti tra la mafia catanese e quella palermitana, con particolare attenzione alle collusioni con il mondo della imprenditoria e della politica. Si scoprì così che gran parte delle cose che I Siciliani avevano scritto in quegli anni, le collusioni mafiose dei cavalieri e dei comitati d’affare, erano tutte confermate dal pentito Calderone. &lt;br /&gt;Nel maggio del 1993 venne arrestato Nino Drago, uomo di fiducia di Andreotti, insieme al socialista Giulio Tignino. Furono incriminati per aver riscosso miliardi di tangenti per la costruzione del Centro fieristico di viale Africa a Catania. Vennero accusati dal cavaliere Finocchiaro, che aveva “vinto” l’appalto mediante un esborso notevole di tangenti. Nella stessa operazione furono raggiunti da avvisi di garanzia l’ex ministro Salvo Andò, l’ex presidente della Regione Rino Nicolosi e il deputato repubblicano Salvatore Grillo [&lt;i&gt;Nel luglio del ‘94, Andò, Nicolosi, Drago e Grillo saranno arrestati con l’accusa di associazione per delinquere, finalizzata al controllo degli appalti a Catania. Seguiranno altre inchieste, altri arresti, altri processi&lt;/i&gt;]. Lo scandalo, nel mese di ottobre del 1989, era stato denunciato dal settimanale Avvenimenti. &lt;br /&gt;Nel 1992 era avvenuta la chiusura dello storico quotidiano di Palermo L’Ora, appena prima delle stragi palermitane. C’era così la possibilità di inserirsi nello stesso spazio lasciato vuoto dal quotidiano palermitano. Inoltre l’impero di Ciancio in quel periodo soffriva una piccola crisi a causa di problemi nella raccolta pubblicitaria. Per I Siciliani era il momento giusto per fondare un quotidiano basato sulla iniziativa di alcuni imprenditori e sull’azionariato popolare. Sarebbe stato il primo quotidiano siciliano a poter essere stampato da una cooperativa di giornalisti. Una grande scommessa del Sud.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-4207676671673152709?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4207676671673152709'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4207676671673152709'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/05/i-siciliani-nuovi-1993-1996.html' title='I Siciliani nuovi: Fondatore Giuseppe Fava 1993-1996'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S-FLiKcNt2I/AAAAAAAAAUc/oE5iNImA0Vw/s72-c/Immagine+1.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-4872081186098743477</id><published>2010-04-23T11:21:00.000+02:00</published><updated>2010-04-23T11:21:36.051+02:00</updated><title type='text'>I compagni</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S9FmkuyXjgI/AAAAAAAAAUU/HCRPkDFiBRE/s1600/17.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S9FmkuyXjgI/AAAAAAAAAUU/HCRPkDFiBRE/s320/17.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Ma uno dopo l’altro, ancora impietriti dall’orrore,&lt;br /&gt;Li risvegliava l’affetto e li faceva parlare&lt;br /&gt;Sapendo, in quella pena, che c’era molto da fare&lt;br /&gt;Perchè non fosse inutile Perchè vivesse ancora&lt;br /&gt;Dieci creature sole, senza dei a portar doni&lt;br /&gt;Di genio o d’eroismo nella notte feroce:&lt;br /&gt;E una dopo l’altra prendono la parola&lt;br /&gt;Consigliando i compagni, inghiottendo il dolore,&lt;br /&gt;decidendo con calma ciò che faranno insieme&lt;br /&gt;Sapendo che lo faranno, fra dieci anni o domani&lt;br /&gt;E che in questo se stessi resta un uomo e il suo dono&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Riccardo Orioles&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;Allonsanfan&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-4872081186098743477?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4872081186098743477'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4872081186098743477'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/04/i-compagni.html' title='I compagni'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S9FmkuyXjgI/AAAAAAAAAUU/HCRPkDFiBRE/s72-c/17.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-4133260177839548463</id><published>2010-04-23T11:06:00.001+02:00</published><updated>2010-04-23T11:09:30.674+02:00</updated><title type='text'>La chiusura del giornale</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S9FjwDZBcXI/AAAAAAAAAUM/ifWGEAGMtvs/s1600/Immagine+1.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S9FjwDZBcXI/AAAAAAAAAUM/ifWGEAGMtvs/s320/Immagine+1.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;I Siciliani cominciarono con il tempo a sentirsi più isolati. Le casse del giornale erano vuote da tempo. I debiti si accumulavano e nessuno accettava di comparire a scopo pubblicitario nelle pagine del mensile. Quando i redattori offrivano alle imprese la pubblicità nel loro giornale, tutti gli imprenditori rifiutavano, e neanche in maniera anonima finanziavano la rivista. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I riflettori dopo l’omicidio di Fava li avevano adesso abbandonati e anche le più grandi promesse di solidarietà non erano alla fine pienamente rispettate. Per questi motivi nel giro di un anno la rivista aveva cambiato volto: la foliazione era diminuita di trentadue pagine, era stato aumentato il prezzo della copertina per far fronte alle spese della carta, diminuito i costi di stampa e ogni tanto il giornale usciva bimestralmente. I Siciliani probabilmente era l’unico giornale europeo a larga diffusione che stava riuscendo a vivere senza introiti pubblicitari e con il solo ricavato delle vendite. Nel corso del 1985 i lettori erano stati tenuti al corrente di questi problemi finanziari, cercando di far crescere il numero gli abbonamenti. Nel numero doppio di Marzo/Aprile il giornale uscì con una foto dei componenti della redazione in copertina con il titolo: “Chi vuole chiudere questo giornale?”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Siciliani però non poteva chiudere, non poteva così far cessare quella voce che stava facendo saltare gli equilibri mafiosi in città. Soprattutto era l’unico giornale che cercava di contrastare il monopolio informativo di Ciancio che dimostrava sempre meno attenzione all’informazione antimafia. È datata infatti 19 marzo 1985 la pubblicazione di una lettera che Santapaola latitante spedì al giornale La Sicilia che non esitò a metterla in prima pagina. Un articolo che difendeva il colonnello Licata e che era stato pubblicato come se fosse stato un articolo di un corrispondente, senza commento alcuno. &lt;br /&gt;Piuttosto I Siciliani volevano essere più presenti, più costanti. Per questo la scelta di cambiare la periodicità del giornale in settimanale dall’autunno del 1985. Il giornale soffrì degli stessi problemi finanziari del mensile, ovviamente amplificati. La condizione economica, dopo quasi un anno di settimanale, diventò ancora più insostenibile. Ciò portò I Siciliani alla chiusura nell’agosto del ‘86 quando salutarono i lettori con la speranza di rivedersi a settembre.&lt;br /&gt;Nel gennaio del 1987 ricorreva il terzo anniversario in ricordo dell’assassinio di Fava. Circolava un volantino firmato dalla redazione, in cui si leggeva:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Già da sei mesi “I Siciliani” sono assenti dalle edicole e, com’è evidente, un giornale che non esce è già virtualmente un giornale morto. “I Siciliani” sono infatti sul punto di chiudere. […] La chiusura de “I Siciliani” sarebbe l’ultima di una lunga serie di sconfitte del movimento antimafioso sorto in Sicilia - soprattutto fra gli studenti, ma anche nel mondo del lavoro e in vari settori della società - all’indomani della morte del generale dalla Chiesa: un movimento che ha chiesto verità e giustizia contro la mafia e le sue connessioni politiche e finanziarie, che ha rivendicato i diritti più elementari calpestati dal sistema di potere mafioso, che ha cercato di riempire di contenuti positivi e civili la propria opposizione alla mafia e ai suoi potenti ispiratori. […] I redattori de “I Siciliani” hanno fatto quanto era in loro potere per scongiurare una simile eventualità, ma nessun giornale al mondo può sopravvivere indefinitamente senza adeguate risorse economiche e senza pubblicità. […] La chiusura de “I Siciliani” concluderebbe logicamente - se chiusura dovrà esserci - l’operazione iniziata la sera del 5 gennaio 1984, a Catania, con l’assassinio di Giuseppe Fava. Chiudere la bocca alla società civile siciliana, non far parlare nessuno su quanto di nefando e delittuoso, ma anche di positivo e civile, accade in Sicilia, abolire le voci della democrazia: il silenzio era l’obiettivo di quella sera. […] C’è stato un movimento, in questi anni, in Sicilia, per la prima volta dopo molti decenni: un movimento che partendo dalla mafia e dal potere mafioso ha messo in discussione, senza zavorra d’ideologie ma con coerenza profonda, gli assetti di società e di potere su cui si basano l’infelicità di quest’isola e i mali oscuri dell’intero Paese. Di questo movimento civile, indifferente al Palazzo ma profondamente radicato nella gente che vive fuori, “I Siciliani” sono stati una voce, e forse anzi la voce. Ora, non possono più esserlo da soli.&lt;/blockquote&gt;Ad un certo punto, durante il 1986 e il 1987, ci furono delle possibilità concrete di riapertura: la redazione si era data da fare per trovare le condizioni ottimali per la ripresa del lavoro giornalistico. Sottoposero al PCI, al sindacato, alla Lega delle cooperative e alle associazioni culturali, un progetto di circa cinquecento milioni l’anno. Si impegnavano anche ad accettare un nuovo direttore, che potesse proseguire il sentiero tracciato da Fava dal 1983 e che godesse di garanzie professionali presso i finanziatori. Il giornale però non venne riaperto dopo estenuanti trattative. I partiti della sinistra siciliana che su quel giornale finivano per i loro intrallazzi, la lega delle cooperative che faceva affari con i cavalieri del lavoro, il partito comunista alla ricerca del gradimento dei potenti dell’isola, alla fine preferirono non accettare. Così mentre le cooperative nazionali accettavano di sostenere la propria quota, le cooperative siciliane respingevano il progetto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-4133260177839548463?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4133260177839548463'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4133260177839548463'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/04/la-chiusura-del-giornale.html' title='La chiusura del giornale'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S9FjwDZBcXI/AAAAAAAAAUM/ifWGEAGMtvs/s72-c/Immagine+1.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-6699787324627077882</id><published>2010-04-07T12:42:00.002+02:00</published><updated>2010-04-07T12:45:14.629+02:00</updated><title type='text'>La giustizia (84-86)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S7xh_LbaK3I/AAAAAAAAAUE/JakIM7X1P2Y/s1600/Immagine+1.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S7xh_LbaK3I/AAAAAAAAAUE/JakIM7X1P2Y/s320/Immagine+1.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Sul versante giustizia fu sempre il “Caso Catania” a tenere banco. Il CSM aveva archiviato, con 15 voti contro 15, le accuse mosse dall’inchiesta a Di Natale e Grassi.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;Il 27 ottobre dello scorso anno, con una decisione giocata sul filo di lana, 15 voti contro 15, il Consiglio superiore della magistratura disponeva l’archiviazione di tutti gli atti relativi alle presunte irregolarità commesse nell’esercizio delle proprie funzioni da due magistrati catanesi, il procuratore della Repubblica Giulio Cesare Di Natale e il sostituto procuratore Aldo Grassi. […] quel giorno l’organo di controllo della magistratura diede uno schiaffo alla giustizia, quella stessa giustizia che per dovere istituzionale avrebbe dovuto tutelare da ogni attacco e da ogni inquinamento: una parte del consiglio votò, quel giorno, non sulla scorta di una serena valutazione dei fatti, ma in base a precisi ordini di scuderia, e il CSM si spaccò in due: da una parte, decisi a far quadrato attorno ai giudici inquisiti, i magistrati appartenenti a Magistratura Indipendente e i membri laici eletti su designazione della DC, del PSI e del PRI; dall’altra i giudici appartenenti alle due correnti di sinistra, Unità per la costituzione e Magistratura Democratica, e i laici designati dal PCI. 15 contro 15, nemmeno un franco tiratore; un rispetto cieco delle consegne, una dedizione alla propria bandiera non riscontrabile nemmeno nelle aule di Montecitorio. Il “caso Catania”, sulla scorta di quel voto, venne archiviato, la legge La Torre continuò ad essere ignorata in una delle due capitali della mafia”&lt;br /&gt;C.Fava, M.Gambino, Dietro quelle toghe, I Siciliani, Settembre 1984.&lt;/blockquote&gt;In seguito il ministro di Giustizia Mino Martinazzoli inviò a Catania degli ispettori che elaborarono una relazione sull’operato dei magistrati sopraccitati. Successivamente il procuratore Di Natale lasciò anticipatamente la Magistratura, chiedendo subito la pensione, per non incappare in provvedimenti disciplinari. Simile sorte per Aldo Grassi che chiese il trasferimento a Messina, ma che in pochi anni approdò alla prima sezione penale della Cassazione, alla corte di Corrado Carnevale, il giudice “ammazzasentenze” dei processi alla mafia.&lt;br /&gt;Negli articoli de I Siciliani si raccontavano le storie di un altro giudice impegnato alla lotta alla mafia tramite una grande inchiesta sui traffici internazionali: Carlo Palermo. Era stato dedicato spazio alle sue indagini trentine, sul traffico internazionale di armi e droga già nel 1983 &lt;i&gt;[Orioles, Ti do i missili e carri armati, tu mi dai droga droga droga, I Siciliani, Giugno 1983]&lt;/i&gt;.&amp;nbsp;Per quella indagine scomoda per il governo di Bettino Craxi, fu trasferito a Trapani, dove si distinse per ulteriori indagini su mafia e droga, e sullo scandalo delle false fatturazioni.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;[…] l’inchiesta trentina del giudice Carlo Palermo. Traffici internazionali di droga, di mafie nostrane e turche - ma anche d’armi da guerra, e di servizi segreti. Nomi di boss mafiosi, di noti malavitosi, di criminali; ma pur nomi di «politici», di faccendieri piduisti, di generali. Cosche, Famiglie, logge coperte, P2: un inestricabile insieme. Mafia nel senso tecnico, ma anche ben più di essa; miliardi di stupefacenti, ma anche ben più ampi interessi. E solo di stupefacenti parlavano, nei loro frequenti incontri, il trentino Palermo, il fiorentino (su Firenze lavorava Ciaccio Montalto) Vigna ed il nostro Falcone; o di più complessi commerci? E solo il fronte dei Padrini combatteva, in quella primavera ‘82, il Generale onesto, o più insospettabili potenti? Come che sia, il giudice Carlo Palermo è stato costretto - alla fine di dicembre; coincidenza eloquente di date - ad abbandonare l’inchiesta. Per la prima volta dalla caduta del fascismo, un capo di governo è intervenuto pubblicamente ed esplicitamente contro un magistrato penale nell’esercizio delle sue funzioni; ed è facile prevedere che se alla fine di tutta questa storia - storia da colonnelli, storia da Grecia o Argentina - a Trento ci sarà un imputato, sarà il giudice indiscreto; già relegato nelle pagine interne, già nei trafiletti inosservati. «Questo cervello deve smettere di funzionare». E l’ordine s’esegue, docilmente”.&lt;br /&gt;R.Orioles, Da Trento alla Sicilia, dalla Sicilia a Trento, I Siciliani, Febbraio 1984.&lt;/blockquote&gt;Si meritò così l’attenzione della mafia, che rispose con l’attentato di Pizzolungo, a cui il giudice Palermo scampò, ma in cui persero la vita accidentalmente una donna e i suoi due gemellini. In seguito il giudice accettò una proposta di lavoro dal ministero di Grazia e Giustizia, lasciando Trapani, tra i dubbi sollevati dai colleghi.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;Un giorno qualcuno dovrà riscrivere la storia di questo trasferimento, del modo in cui il giudice Carlo Palermo è stato costretto ad accettare l’offerta del ministero, e di come in un tempo eccezionalmente breve tutto sia stato sistemato in modo da farlo partire». Salvatore Barresi, 34 anni, sostituto procuratore della Repubblica a Trapani, è un uomo minuto, nervoso e amareggiato.&lt;br /&gt;M.Gambino, E tutt’intorno terra bruciata, I Siciliani settimanale, Novembre 1985&lt;/blockquote&gt;Su un altro fronte, il 6 agosto del 1985 venne ucciso a Palermo Ninni Cassarà, capo della Squadra Mobile:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Ninni Cassarà, poco prima di essere ucciso, era stato a più riprese in Svizzera; per collaborare alle indagini della polizia elvetica su alcune ipotesi di riciclaggio di denaro sporco, ma anche per indagare sulle operazioni finanziarie effettuate in quel paese dal più potente degli imprenditori palermitani, Arturo Cassina. Un’inchiesta che andava avanti ormai da quattro mesi e della quale, negli ambienti imprenditoriali di Palermo, si cominciava cautamente a parlare. Se non altro perché nella categoria degli intoccabili palermitani Cassina è sempre stato, fino ad oggi, ai primissimi posti. […] Cassarà ricomincia da capo, individua i casi più delicati, ascolta tutti i pentiti, diventa il più stretto collaboratore del giudice Falcone. In tre anni memorizza migliaia di dati, nomi, fatti, circostanze: un archivio vivente. Un postulato gli premeva soprattutto capovolgere, il concetto di “contiguità”: politici corrotti e mafiosi su piani paralleli ma differenti. Più che di parallelismi, Cassarà preferiva parlare di convergenze, e su questa traccia lavorava da tempo, cercando conferme, prove reali, certezze probatorie; e i primi risultati - Nino e Ignazio Salvo in manette accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso - erano arrivati.&lt;br /&gt;C.Fava, M.Gambino, Stava indagando sui soldi di Cassina, I Siciliani settimanale, Novembre 1985&lt;/blockquote&gt;Nell’agosto del 1986 la Cassazione, tramite il giudice Corrado Carnevale, annulla gli ergastoli inflitti ai fratelli Greco per la strage di via Pipitone Federico a Palermo, quella in cui morirono Rocco Chinnici, il suo autista e il portiere dello stabile dove abitava il magistrato:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Stiamo scrivendo avendo appena appresa la sentenza di Cassazione con la quale si è annullato il giudizio di condanna emesso dalla Corte d’Appello di Caltanissetta nei confronti dei notissimi boss mafiosi Michele e Salvatore Greco. Vorremmo esser prudenti ed amabilmente obiettivi, analizzare serenamente il caso, «attendere la motivazione», come si dice. Ma ci sono troppi morti di mezzo. Questa sentenza dichiara che essi sono morti per niente. «In nome del popolo italiano!». «I mafiosi in galera, finalmente!» avevano pensato i siciliani, dopo molti e molti anni di «insufficienza di prove». I giudici di Caltanissetta, dando l’ergastolo ai Greco - due dei mandanti dell’assassinio mafioso di Chinnici - avevano parlato esplicitamente di «terrorismo politico-mafioso». Perché è stato ammazzato Chinnici? Chinnici non stava indagando sui mafiosi di mezza tacca. Stava indagando sugli omicidi più direttamente politici (vale a dire presumibilmente voluti da politici), quello di Mattarella e quello di Pio La Torre. E stava alacremente lavorando - col suo braccio operativo Ninni Cassarà - all’incriminazione dei più potenti e politicizzati finanzieri di Palermo, i Salvo; e sul groviglio di affari, di miliardi da riciclare e di assassini da cui la classe dirigente palermitana ha tratto le proprie fortune - non solo a Palermo - con l’appoggio, infinite volte dimostrato, dei poteri occulti della P2 e di varie altre massonerie. Nessuno ha ricordato un altro particolare estremamente significativo: dei quattro cavalieri catanesi accusati da dalla Chiesa almeno i due principali avevano qualcosa a che fare con la P2: Graci coinvolto nell’affaire Sindona, Rendo segnato nell’agenda personale (e segreta) di Gelli. Arrestati da Carlo Palermo, i quattro sono stati improvvisamente scarcerati - il tre settembre, anniversario di dalla Chiesa... - dalla stessa sezione della Cassazione che ora ha salvato i Greco. Alcuni hanno sottolineato il fatto che il magistrato presidente della sezione, Carnevale, compaia nelle cronache sulla P2 come difensore di piduisti e come veloce estensore di sentenze soprendentemente favorevoli a un parente di Gelli (Marsili, un magistrato aretino finito sotto inchiesta). Coincidenze, probabilmente. Ma coincidenze su cui ci sarà da indagare.&lt;br /&gt;R.Orioles, A.Roccuzzo, E lo Stato gridò: forza mafia!, I Siciliani settimanale, 19 Giugno 1986&lt;/blockquote&gt;Troveranno spazio negli articoli de I Siciliani anche i risvolti dell’indagine sull’assassinio di Giuseppe Fava. Dopo il passaggio dell’inchiesta nelle mani di Di Natale, il magistrato protagonista del “Caso Catania” e sotto inchiesta dal CSM, forti erano stati i dubbi dei giornalisti sulla conduzione delle indagini. Infatti il procuratore aggiunto non disattese le aspettative, applicando per la prima volta la legge La Torre, con una serie di certosine indagini bancarie sulle vittime della mafia. Dal giornale si venne a sapere che erano stati spulciati tutti i conti della famiglia di Fava, oltre alle fatture e gli assegni della vita economica dei collaboratori de I Siciliani. &lt;br /&gt;Le indagini dopo un anno erano ferme. Gli otto mesi dell’inchiesta gestita da Di Natale erano stati contraddistinti da ritardi ed eccessi di zelo che sembravano agli occhi dei giornalisti dei veri e propri depistaggi. La Criminalpol aveva convocato i colleghi che avevano visto per ultimi Pippo Fava in redazione: sotto l’interrogatorio del maresciallo Pellegrino, il giornalista Miki Gambino, in una parte non verbalizzata, era stato vittima di insinuazioni che avrebbero previsto un suo ruolo nell’omicidio del direttore &lt;i&gt;[I Siciliani, Gennaio 1985]&lt;/i&gt;. Il contenuto non verbalizzato, ma appuntato dal giornalista, di quegli interrogatori, venne pubblicato sul mensile e inviato in una nota all’Alto commissario De Francesco. &lt;br /&gt;Nel settembre del 1984 era accaduta un’altra cosa gravissima. Il quotidiano La Sicilia aveva pubblicato un articolo, firmato Enzo Asciolla, il cui titolo era “Un detenuto «pentito» della malavita catanese svelerà i nomi degli uccisori di Giuseppe Fava”; in quel servizio, il cronista spiegava che un pregiudicato catanese, Luciano Grasso, detenuto nel carcere di Belluno, aveva fatto sapere ai magistrati di avere delle rivelazioni da fare sull’assassinio mafioso di Pippo Fava. Una condotta scorretta quella del giornalista, che aveva dato questa notizia addirittura in anticipo rispetto al reale pentimento. avvenuto il giorno dopo, violando così il segreto istruttorio, e scrivendo, come se non bastasse, il nome del carcere che ospitava Grasso, la foto del “pentito” e l’indirizzo dei familiari. Per I Siciliani era stato un chiaro tentativo di intimidire Grasso che, la mattina del suo pentimento, aveva già ricevuto il quotidiano in cella. Eppure la missione del sostituto Torresi, giunto a Belluno per verbalizzare le parole di Grasso, era riservata; solo altri due giudici erano a conoscenza della missione, il procuratore aggiunto Di Natale e il procuratore generale Di Cataldo &lt;i&gt;[C.Fava, la mafia comanda…, cit., p. 122]&lt;/i&gt;.&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scrivevano a proposito i redattori: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;E’ opinione diffusa e di chi scrive che la fuga di notizie dal palazzo di giustizia sia stata agevolata dal procuratore aggiunto Di Natale. Un comportamento che si ricollega perfettamente al modo in cui Di Natale per otto mesi ha ritardato, ostacolato o depistato le indagini sull’uccisione di Giuseppe Fava. &lt;br /&gt;I Siciliani, Gennaio 1985.&lt;/blockquote&gt;Nel 1986 un altro articolo faceva il punto sulle indagini per l’omicidio mafioso di Giuseppe Fava. L’inchiesta però resterà ferma per svariati anni, ogni tanto smossa dalle deposizioni di alcuni pentiti, fino all’archiviazione nel 1991, in cui venne stabilito che non c’erano colpevoli. La riapertura dell’indagine avverrà nel 1994 e I Siciliani renderanno pubblici i risultati in quegli anni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-6699787324627077882?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/6699787324627077882'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/6699787324627077882'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/04/la-giustizia-84-86.html' title='La giustizia (84-86)'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S7xh_LbaK3I/AAAAAAAAAUE/JakIM7X1P2Y/s72-c/Immagine+1.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-7626777939929453184</id><published>2010-03-24T16:38:00.004+01:00</published><updated>2010-03-24T16:45:59.858+01:00</updated><title type='text'>La mafia (84-86)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6oyyLPQqdI/AAAAAAAAATg/wsci1cJgi5w/s1600/09.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6oyyLPQqdI/AAAAAAAAATg/wsci1cJgi5w/s320/09.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Tra il 1984 e 1985 cominciano ad arrivare i primi arresti per il “terzo livello mafioso”, quello politico. A Palermo viene arrestato l’ex sindaco Vito Ciancimino, amico dei corleonesi. In questa direzione si allargano le inchieste sugli amici dei politici mafiosi, una struttura che opera impunita alla luce del sole.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Ciancimino è, relativamente, un pesce piccolo; ma è il primo leader politico ufficialmente incriminato come mafioso. Questo fornisce un precedente, e una pista da seguire. Un precedente, perché adesso nessuno può più negare che il rapporto fra mafia e politica - il “terzo livello” di cui parlava Chinnici - esista veramente e vada dunque risolutamente individuato e colpito. Uno strumento perché, se Ciancimino è mafioso, la sua mafiosità non si sarà limitato ad esercitarla nel buio di qualche misterioso covo ma l’avrà utilizzata anche e soprattutto nei luoghi in cui faceva attività politica, alla luce del sole. E dunque, analizzando i dati di questa attività (di che corrente era? chi erano i suoi amici politici? chi ha votato per lui nella tale votazione per il tale incarico o il tale appalto?), se ne possono ricavare elementi preziosi non solo per una generica denuncia socio-politica ma anche per le specifiche indagini penali che seguiranno”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;A proposito di terzo livello, I Siciliani, Ottobre 1984&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;Alla mafia erano dunque toccati, in Sicilia, i seguenti dicasteri: Tesoro e Finanze, coi cugini Salvo; Enti Locali, cogli uomini di Ciancimino; Commercio con l’Estero, con Sindona. Ci limitiamo naturalmente ai soli incarichi pubblicamente ed ufficialmente conferitile, con le dovute procedure, dalle autorità competenti e non anche a quelli più o meno contrattati sottobanco; e solo a quelli scientificamente e indubitabilmente accertati dalla magistratura e non anche a quelli su cui la magistratura sta tuttora indagando. Diversamente, avremmo dovuto prendere in considerazione anche il Commissariato ai Rapporti con l’Europa dell’onorevole Lima, il Ministero degli Affari Da Non Nominare del fu Gioia, il titolare della Pubblica Omertà Drago, l’incorruttibile ministro degli Interni Liggio e anche il molto onorevole ministro dei Contributi Ai Mafiosi, Aleppo. In un modo o nell’altro, tutto questo apparato - che non era affatto nascosto ma operava alla luce del sole - ha pacificamente e, ripetiamo, ufficialmente governato la nostra Isola per molti e molti anni. L’onorevole Lima ha così potuto portare nei consensi europei la nobile voce di questa terra fiera e generosa, mentre il Commercio con l’Estero - ufficialmente riconosciuto da statisti della portata d’un Andreotti - trafficava alacremente con le terre più lontane. Ciancimino e i suoi amici, al Comune di Palermo e altrove, raccoglievano i soldi dei siciliani, che non sapevano che farsene, e li portavano in America; i buoni cittadini, nel frattempo, pagavano onestamente le tasse agli sportelli dei Salvo, che le investivano in opere di pubblica utilità. L’onorevole Drago predicava ai fanciulli che la mafia non esiste e l’onorevole Liggio - coadiuvato dai Prefetti Greco, Badalamenti, Marchese, Santapaola e Ferlito - manteneva inflessibilmente l’ordine nelle province e nelle città. Quanto al titolare dei Contributi A Quei Signori, lavorava come una bestia sedici ore al giorno, e talvolta anche di notte, pur di non rimandare a mani vuote nessuno dei suoi assistiti. A Catania i quattro Cavalieri disponevano appalti e Procure, a Palermo il gran Bali Cassina distribuiva onorificenze e commende, a Roma il ministro della Difesa Ruffini, buon amico dei signori Spatola, passava in rassegna i Regi Carabinieri ogni Quattro Novembre. E tutti vivevano felici e contenti, tranne quelli che non potevano tecnicamente farlo perché raggiunti da raffiche di lupara”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;Orioles, A chi toccherà adesso?, I Siciliani, Dicembre 1984&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;I redattori continuavano così a vigilare sulle figure di spicco della Sicilia di quegli anni: l’ex assessore Aleppo, il nuovo segretario regionale democristiano Calogero Mannino, l’onorevole democristiano Nino Drago, gli esattori di Salemi Antonino e Ignazio Salvo, il democristiano Salvo Lima, l’onorevole Lo Turco. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Nei primi anni ‘70, da assessore regionale alle Finanze, fu proprio Calogero Mannino ad inventare le cosiddette “tolleranze”, un meccanismo - frutto di alcuni decreti firmati ad hoc dal giovane assessore democristiano - che permetteva ai Salvo di trattenere in banca per diverso tempo, percependo interessi per miliardi, le enormi somme di denaro derivanti dalla riscossione delle imposte per conto dello Stato. Una circostanza che qualche anno fa consentì ad un altro notabile democristiano, Salvatore Sciangula, di definire Mannino «uomo dei Salvo». &lt;br /&gt;&lt;i&gt;M. Gambino, Mannino, Verzotto e la Sitas, I Siciliani, Maggio 1985&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&lt;/i&gt;«Santapaola, signor giudice? Un perfetto gentiluomo! Tratti signorili, modi cortesi! Un signore!». A rispondere così, davanti a Falcone che l’interrogava, era l’onorevole Lo Turco, socialdemocratico catanese. Che ci faceva Lo Turco da Falcone? Per via di certe foto, scattate in una certa festa catanese, in cui mezzo Consiglio comunale, democristiani e socialdemocratici in testa, brindava allegramente con Nitto Santapaola, boss della mafia catanese. […] L’onorevole Lo Turco, dicevamo, esercita adesso il nobile mestiere di campione della Legge e dello Stato contro il drago mafioso: in nome della Regione siciliana. Egli infatti, dall’ottobre ‘84, è uno dei componenti di quella Commissione regionale antimafia che, stando ai programmi, dovrebbe contrastare gli interessi delle cosche tanto palermitane quanto catanesi. […] Il partito socialdemocratico, il partito di Saragat e di Goethe, ha ritenuto opportuno farsi rappresentare dall’onorevole Lo Turco. C’è da dire , peraltro, che l’onorevole Lo Turco ha ritenuto molto raramente di onorare della propria presenza le riunioni della commissione; come pure l’onorevole La Russa, anche lui catanese, che alle riunioni non è venuto mai. Il comportamento di Lo Turco e La Russa è stato, per così dire, il modello del successivo comportamento delle forze politiche di maggioranza all’interno della Commissione. Per sabotare una commissione, infatti, non è necessario votare contro; basta far mancare il numero legale nei momenti giusti”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;R. Orioles, Antimafia regionale: il tredicesimo è di troppo, I Siciliani settimanale, 19 Marzo 1986&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Sui cavalieri del lavoro catanesi vennero  pubblicati: gli scritti promemoria per gli amici e i nemici del  cavaliere Rendo, l’inchiesta del giudice Carlo Palermo culminata  nell’aprile del 1985 con l’arresto dei cavalieri del lavoro, più le  denunce di una serie di appalti strategici e affari sottobanco.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Negli ordini di cattura, firmati il pomeriggio del 18 aprile, ci sono ventisette nomi: i cavalieri, i loro colletti bianchi, mezza dozzina di faccendieri trapanesi ed un noto mafioso. L’accusa è contenuta in poche battute, «associazione per delinquere finalizzata alla formazione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti». In altre parole, alcuni piccoli appaltatori trapanesi emettevano a favore dei cavalieri di Catania fatture per lavori ricevuti in subappalto e mai eseguiti; ed i cavalieri in questo modo avevano avuto buon gioco nell’evadere l’Iva per qualche decina di miliardi […] A recitare il ruolo-chiave nell’intera vicenda delle false fatturazioni, oggi troviamo proprio un uomo di Totò Minore, Francesco Pace: era lui che organizzava i subappalti, che sceglieva i piccoli imprenditori locali che avrebbero dovuto fare il gioco dei cavalieri catanesi, che incassava gli assegni con cui Rendo, Graci, Campagna, Parasiliti e Costanzo pagavano la sua disponibilità, che controllava il buon andamento di tutte le operazioni bancarie collegate al racket delle false fatture. Un’unica cordata, insomma, che parte dai Minore e, attraverso un personaggio del calibro di Francesco Pace, arriva ai cavalieri di Catania.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;C.Fava, M.Gambino, R.Lanza, R.Orioles, Fatture false perché i cavalieri, I Siciliani, Maggio 1985&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;In quell’occasione vennero arrestati Mario Rendo, Pasquale e Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Giovanni Parasiliti, insieme a diversi mafiosi. Erano accusati di false fatturazioni finalizzate all’evasione fiscale; successivamente fu formulata l’accusa di associazione a delinquere. “Ma la prima sezione penale della Corte di Cassazione (presidente Corrado Carnevale) annullerà i mandati di cattura. Quattro anni dopo, al processo, saranno tutti assolti dall’accusa di associazione a delinquere; dalla condanna per la colossale evasione fiscale li invece salverà un provvidenziale “condono” del ministro delle Finanze Rino Formica (Psi)”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;Dalla cronologia a cura di Sebastiano Gulisano su www.claudiofava.it/memoria&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;“Con un po’ di sfortuna il cavaliere del lavoro catanese Carmelo Costanzo, industriale con l’hobby del cemento e delle cattive compagnie, nel giro di qualche anno potrebbe iscrivere il suo nome nel guinness dei primati con un formidabile record: se una delle molteplici vicende giudiziarie che lo vedono protagonista dovesse concludersi con un processo ed una condanna, infatti, il baffuto cavaliere potrebbe essere il primo uomo in Italia, ma probabilmente nel mondo, ad essere processato in un’aula di tribunale costruita dai suoi operai, per poi essere rinchiuso in una cella progettata dai suoi costosissimi architetti”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;M.Gambino, P.Cimaglia, Catania: il carcere del cavaliere, I Siciliani settimanale, 31 Luglio 1986 &lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Sugli  esattori di Salemi, i cugini Salvo, pubblicarono ampie inchieste sul  riciclaggio di denaro, sul ruolo delle esattorie, sul proliferare di  nuove banche, sui rapporti con l’eurodeputato Salvo Lima soprattutto  alla luce delle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle colonne de I Siciliani era frequente il continuo appello all’utilizzo corretto della legge La Torre, che in quel momento faceva paradossalmente confiscare più terreni in Liguria che in Sicilia. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Qualcuno ci regala una statistica sulla legge La Torre. Trentacinque infallibili articoli con i quali faremo tremare la mafia, aveva promesso il ministro degli Interni: ed invece la statistica ci spiega che hanno confiscato più patrimoni in Liguria che in Sicilia, che ci sono più mafiosi nel Veneto che a Palermo o a Catania. Erano pronte tremila schede, aveva assicurato il ministro delle Finanze due anni fa, tutti i boss, i luogotenenti ed i gregari, tutti i patrimoni, i conti in banca, i terreni, tutto... Settembre 1984: i patrimoni confiscati appartengono quasi tutti a mafiosi di mezza tacca; il tribunale di Palermo ha restituito ai Greco di Ciaculli la maggior parte dei loro beni (ricchi possidenti di famiglia, si spiega nella motivazione...); due miliardi era il valore dei beni sequestrati alla famiglia Santapaola, ma sono stati restituiti tutti al legittimo proprietario; Bontade è un mafioso, sua moglie no, spiega il tribunale di Palermo, e quindi i beni intestati alla signora Bontade (terreni, immobili, conti in banca...) non si toccano”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;C. Fava, R. Orioles, Effetto dalla Chiesa, A chi fa ancora paura?, I Siciliani, Settembre 1984&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Un lungo lavoro permetteva adesso ai giornalisti di disegnare le mappe della raffinazione e dello smercio della droga. Resero pubbliche le raffinerie dell’eroina e della nuova “droga emergente” la cocaina. Denunciarono il sistema di trasporto di tonnellate di droga: dietro a quelle cassette di arance, spedite al nord, che partivano quotidianamente con i camion dalla Sicilia, si nascondevano spesso i traffici illegali di Cosa nostra; si raccontava così la storia di Lentini e di Scordia e di altri paesini utili agli affari della mafia.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;Le rotte dell’eroina sono ormai stabilmente collegate a quelle seguite dagli agrumi e dai prodotti delle serre, cioè all’intenso movimento di Tir che partono dai grossi centri agricoli a sud-ovest di Catania per risalire la penisola fino ai grandi mercati del Nord: un movimento di 60-70 camion al giorno garantisce un’efficiente ed insospettabile copertura. Ed è appunto questa - da Vittoria a Palagonia, da Scordia a Lentini - una delle principali zone di operazione del gruppo Santapaola”&lt;br /&gt;&lt;i&gt;C.Fava, M.Gambino, Santapaola Wanted, I Siciliani, Marzo 1985&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Dipinsero una mafia policentrica, che nella zona del catanese trovava un nodo fondamentale per gli affari di Nitto Santapaola. Il boss, ormai in latitanza da due anni, si aggirava per la Sicilia aiutato dalla quanto mai strana inerzia delle forze dell’ordine.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;Ad una richiesta di informazioni, proveniente dai carabinieri di Roma, su Benedetto Santapaola nel 1981, il rapporto in risposta, che portava la firma del tenente colonnello Licata, dichiarava Santapaola un elemento al di sopra di ogni sospetto, per nulla pericoloso. “Il tenente colonnello Serafino Licata, all’epoca comandante del gruppo di Catania, oggi incriminato per favoreggiamento personale nei confronti della Famiglia Santapaola. […] L’omicidio Ferlito, la strage della Circonvallazione e la professionalità dell’ufficio istruzione di Palermo (i primi mandati di cattura da Catania verranno spiccati solo due anni più tardi) segnano l’inizio della latitanza di Santapaola […] Si arriva perfino all’assurdo che l’unica foto segnaletica disponibile del boss latitante (risale ad una dozzina di anni fa: altro titolo di merito degli investigatori catanesi!) non venga distribuita nemmeno nei posti di polizia siciliani.”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;C.Fava, M.Gambino, Santapaola Wanted, I Siciliani, Marzo 1985&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;Il 22 giugno del 1986 vi furono le elezioni regionali in Sicilia. I Siciliani, tra i candidati alle poltrone dell’ARS, pubblicarono i dieci nomi da non votare.&lt;br /&gt;I contatti tra le banche e il riciclaggio di denaro mafioso furono al centro di numerose inchieste. Il Governatore della Banca d’Italia Ciampi si era rivolto all’antimafia: “Ci sono troppi sportelli bancari in Sicilia”. Su questa scia i redattori pubblicarono una serie di inchieste sul riciclaggio di denaro mafioso nelle banche, il proliferare e la repentina fortuna delle industrie-banche in Sicilia, gli affari degli esattori di Salemi, Nino e Ignazio Salvo.&lt;br /&gt;Si scoprì così che negli anni Ottanta c’erano più sportelli bancari a Trapani che a Bologna o a Genova e che la Sicilia era la regione d’Italia dove si cambiavano più lire in dollari. I giornalisti svelarono come alcune banche siciliane fossero gli attori principali nel grande riciclaggio internazionale delle “narco-lire”. Negli ultimi venti anni gli sportelli delle banche locali erano aumentati del 586% contro una media italiana del 83%. Un moltiplicarsi di nuove piccole banche, facilmente controllabili dai gruppi di potere mafiosi. Insomma la mafia si comportava da “mafia imprenditrice – diceva lo storico Pino Arlacchi -&amp;nbsp; facendo sue tecniche e comportamenti propri della società industriale”. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;«Ma i fenomeni più patologici - spiega in un documento la segreteria della Cgil-bancari - sono quelli delle industrie-banche: istituti di credito che prosperano con incredibile rapidità, pochi anni dopo essere stati creati, in una regione apparentemente povera». Ne costituisce un esempio la Banca Popolare S. Angelo di Licata, una cooperativa a r.l. che in poco tempo ha saputo moltiplicare sportelli (oggi è presente con venti agenzie in quattro province siciliane ed ha uno sportello perfino a Lampedusa) e depositi: 260 miliardi di mezzi amministrati nel 1982 con un incremento del 31,36% rispetto all’anno precedente, 47 miliardi di depositi in c/c, 250 dipendenti. L’esempio più calzante di quest’industria-banca siciliana resta comunque la Banca Agricola Etnea, l’istituto di credito catanese che appartiene al cavaliere del lavoro Gaetano Graci, uno dei quattro cavalieri - gli altri sono Mario Rendo, Carmelo Costanzo e Francesco Finocchiaro - imputati di associazione a delinquere nell’inchiesta sulle fatture false. «La crescita della Banca Agricola Etnea - e ancora la Cgil-bancari - ha veramente caratteristiche eccezionali. Da un unico sportello aperto nel 1970 a Raddusa, un paesino in provincia di Catania, la banca è arrivata oggi a raccogliere più di duecento miliardi l’anno di depositi». 218 miliardi e 770 milioni, per l’esattezza, nel 1982 con un incremento, rispetto al 1978, del 291%. Oggi la Bae dispone di 18 sportelli sparsi fra le provincie di Catania, Messina ed Enna, ha quattro agenzie stagionali a Panarea, Stromboli, Vulcano e Salina ed è al terzo posto nella graduatoria degli istituti di credito siciliani alle spalle della Banca Sicula di Trapani (che appartiene alla famiglia D’Alì) ed alla Banca del Sud di Messina. Nel dossier “mafia-banche” a cui da diversi anni sta lavorando Giovanni Falcone, un ampio capitolo è dedicato proprio alla Bae”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;C.Fava, M.Gambino, Mafia e Banche, I Siciliani, Aprile 1984&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;Altro filone d’inchiesta fu quello sui rapporti tra mafia e terrorismo. Venne a tal proposito individuato un filo diretto tra la strage del Natale 1984 in Val di Sembro e l’attentato di Pizzolungo, preparato per il giudice Carlo Palermo. Un connubio, quello tra mafia e fascisti, seguito anche dal vicequestore di Trapani Giuseppe Peri. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;«Esiste una potente organizzazione dedita alla consumazione dei sequestri di persona, con richiesta di altissimi riscatti per fini eversivi (...). I mandanti dei sequestri vanno ricercati negli ambienti politici delle trame nere e in ambienti insospettabili; questa organizzazione si è servita e si serve delle non meno potenti organizzazioni mafiose siciliane e calabresi (...). Sequestri di persona, attentati, omicidi, tutto fa parte di un’identica strategia intesa a determinare il caos scardinando i poteri di difesa dello Stato al fine di instaurare nuove condizioni di potere e di dominio...». Era l’autunno del 1977, ed il vicequestore di Trapani Giuseppe Peri concludeva con queste parole il suo rapporto: quaranta cartelle dattiloscritte inviate a sette Procure della Repubblica (Trapani, Marsala, Agrigento, Palermo, Torino, Roma e Milano) per ricostruire - sequenza dopo sequenza, responsabilità per responsabilità - la tragica storia di quattro sequestri di persona, sette omicidi ed una strage. Pochi giorni dopo, Peri veniva trasferito d’ufficio - senza alcuna apparente motivazione - in un ufficio periferico della questura di Palermo. Moriva due anni dopo, stroncato da un infarto mentre mani provvidenziali archiviavano definitivamente il suo rapporto”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Mafia e fascisti, I Siciliani, Giugno 1985&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Vennero condotte ulteriori inchieste sulle relazioni tra mafia e servizi segreti, e mafia e P2. Numerosi pezzi furono dedicati alla P2 di Gelli, in particolare ai nomi, resi pubblici, degli aderenti alla loggia. Tra questi ecco spuntare il nome del cavaliere Rendo e le amicizie di Graci con Sindona. Sul banchiere, iscritto alla P2, i giornalisti metteranno in risalto la sua protezione mafiosa e il suo ingegno nel far proliferare banche in Sicilia. I Siciliani seguiranno successivamente il processo a Sindona e la sua uccisione “al cianuro” nel marzo del 1986. Nelle pagine dello stesso anno figurò la storia del colonnello della Guardia di Finanza Salvatore Florio, uno dei primi ad aver investigato sulla P2 di Licio Gelli; firmatario di documenti riservatissimi su Raffaele Giudice, comandante Generale della Guardia di Finanza, Florio morì in uno “strano” incidente d’auto, e i documenti a cui stava lavorando scomparvero.&lt;br /&gt;Ancora su mafia e massoneria, nel marzo del 1986 viene scoperta a Palermo la loggia di “Via Roma 391”, nelle cui liste comparvero i nomi di importanti mafiosi, politici e imprenditori.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;[…] un’indagine partita da intercettazioni telefoniche su un traffico di droga tra Palermo, Marsiglia e Miami. Le indagini vengono condotte dal giudice Alberto Di Pisa e portano all’individuazione di ventuno trafficanti di eroina; tra questi ce n’è uno, Giovanni Lo Cascio, che frequenta uno strano appartamento in via Roma 391. Quando scatta l’operazione di polizia vengono perquisiti anche questi locali: si tratta di una loggia appartenente alla Massoneria universale di rito scozzese antico, legata all’obbedienza di Piazza del Gesù (ricordate un certo Gelli?). Tra i documenti vi è una lista di nomi, quella degli iscritti alla loggia, che si trova oggi sul tavolo del giudice Falcone. E’ una bomba: da tempo, diciamo da Sindona in poi, si parla dell’esistenza di un legame operativo fra settori deviati della massoneria (di cui fanno parte personaggi ben introdotti nelle istituzioni, nelle banche, nei giornali, nella politica) e mafia che spara. Ora questa scoperta viene a dare degli elementi di fatto alle ipotesi. Ci sono dentro i mafiosi: Salvatore Greco, fratello di Michele, Totò Greco, della famiglia di Croceverde Giardini, Giovanni Lo Cascio, di Agrigento. E accanto a loro ci sono anche i notabili, i cosiddetti insospettabili. Alcuni ormai noti alle cronache, come i fratelli Nino e Alberto Salvo; altri ancora tutti da scoprire.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Chi ha paura della loggia?, I Siciliani settimanale, 19 marzo 1986&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-7626777939929453184?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7626777939929453184'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7626777939929453184'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/03/la-mafia.html' title='La mafia (84-86)'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6oyyLPQqdI/AAAAAAAAATg/wsci1cJgi5w/s72-c/09.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-424673085348522361</id><published>2010-03-18T15:37:00.001+01:00</published><updated>2010-03-18T15:38:24.735+01:00</updated><title type='text'>I Siciliani: Fondatore Giuseppe Fava 1984-1986</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6I6sTIUQyI/AAAAAAAAASg/MTXaCZ8xVoM/s1600-h/07.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6I6sTIUQyI/AAAAAAAAASg/MTXaCZ8xVoM/s320/07.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;La notte del 5 gennaio i giornalisti de I Siciliani decisero di continuare il proprio lavoro e di non cedere al ricatto mafioso che voleva obbligarli al silenzio. Il 7 gennaio fecero circolare una piccola edizione straordinaria: “Un uomo” era il titolo della copertina, quattro pagine formato tabloid dedicate all’impegno del direttore e al coraggio utilizzato nel suo mestiere. Nell’articolo principale, a firma di tutta la redazione, si raccontavano gli anni appena trascorsi: la direzione scomoda di Fava al Giornale del Sud, la nascita e il primo anno de I Siciliani.&lt;br /&gt;Qualche giorno dopo arrivò in edicola il mensile di gennaio: “Ci scusiamo coi lettori per i tre giorni di ritardo di questo numero de I Siciliani” erano le prime parole nell’editoriale, firmato dalla redazione. Continuava l’editoriale: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Non ci interessa qui di rispondere a chi ammonisce che la mafia non esiste, a chi minaccia impaurite vendette. C’interessa rispondere al nostro compito, che è quello di dare una voce udibile e fedele alla Sicilia onesta. […] Ma ora bisogna andare avanti, in modo deciso e organizzato; abbiamo ben risposto all’emergenza, ma ora bisogna programmare. […] Non vogliamo piangere, vogliamo fare.&lt;/blockquote&gt;I redattori volevano dare, insieme alla città, una risposta forte alla violenza mafiosa. Fu il vero inizio del movimento antimafia catanese, che in quel periodo fu presente e forte in città. I giornalisti speravano che la morte del loro direttore potesse almeno servire a qualcosa, a mettere in luce le tragedie della città etnea, a far finire le impunità mafiose, e a raccontare la condizione anormale in cui versava la Sicilia dei prepotenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin da subito si potevano comprendere i motivi dell’uccisione di Fava. La motivazione lampante era che I Siciliani erano riusciti a cogliere nel segno, a dar fastidio a Cosa nostra a cui non era piaciuta la gestione di quel mensile che svelava finalmente alla città il suo volto più nascosto, quello nero degli affari mafiosi e delle sue amicizie con cavalieri e politici. Era stato un tipico omicidio di mafia, nell’esecuzione, ma anche un avvertimento agli altri giornalisti: la mafia voleva il silenzio. Stavolta Cosa nostra non aveva ucciso qualcuno, come già capitato in passato, che era a conoscenza&amp;nbsp; di operazioni segrete o inchieste scomode. Pippo Fava, intellettuale, moriva per ciò che rappresentava, un uomo che sapeva parlare alla gente, a cui raccontava, da uomo di teatro, la scena in cui ormai il popolo siciliano viveva, quella della mafia, dei potenti e degli invulnerabili.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;I giornalisti de I Siciliani decisero di continuare a lavorare, in quella terra che si era rivelata più volte ostile alla professione svolta con la schiena dritta. Il loro lavoro per alcuni aspetti cambiò status. Come militari in guerra attuarono delle modifiche alla professione: essere giornalisti a Catania, adesso, voleva dire anche possedere il porto d’armi, per due ragazzi della redazione; voleva dire firmare sempre in due un’inchiesta, in maniera che se avessero dovuto uccidere un giornalista sarebbe stato l’altro a continuarla. Chiesero inoltre aiuto ad un gruppo di intellettuali per svolgere il ruolo di garanti della loro professione: i testimoni del loro lavoro presso l’opinione pubblica nazionale, rappresentanti della società civile erano Pino Arlacchi, Nando dalla Chiesa, Alfredo Galasso, Guido Neppi Modona, Gianfranco Pasquino, Stefano Rodotà. Tutto quello che veniva scritto sul giornale era mandato anche a loro. Alcuni di quegli intellettuali divennero in seguito anche dei forti punti di riferimento della redazione, come nei casi di dalla Chiesa e Galasso.&lt;br /&gt;Il giornale cambia pelle, anche perché l’apporto fondamentale del direttore non vi è più. La rivista del dopo Fava è un giornale di “guerra”, come lo definiscono oggi alcuni di quei redattori. I Siciliani volevano vendicare l’uccisione del loro direttore, avevano trovato il loro nemico, mafia e cavalieri, e cercavano di puntarlo solamente attraverso il lavoro che Fava aveva insegnato loro, la rivoluzione tramite la parola. I settori culturali e di costume si indebolirono, i numeri risultarono meno bilanciati nelle loro diverse parti, mentre dall’altro lato le inchieste sulla mafia si ampliavano e si indurivano. Scrissero tante inchieste, sempre di tipo investigativo, il cui lavoro impegnava dei mesi, ma che alla fine davano grosse soddisfazioni e un grande contributo di conoscenza. Era come fare “giornalismo libero a Varsavia”, disse una volta Riccardo Orioles in occasione di un convegno organizzato dal sindacato nazionale dei giornalisti a Catania, dal titolo “Giornalista nel sud”. Il concetto era semplice: per farsi strada bisogna anche urlare. Qui in Sicilia c’è la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Siciliani diventa anche un movimento che cerca di fare coagulare intorno a sé la società civile catanese: studenti, associazioni, collettivi, tutti insieme contro la mafia. È la continuazione di quel movimento antimafia siciliano, nato il giorno dopo l’uccisione di dalla Chiesa. Animato dagli stessi ideali nasce il supplemento I Siciliani giovani, luogo di espressione giovanile, fatto dagli studenti delle scuole medie superiori e rivolto alle scuole: uno strumento originale che farà crescere dei ragazzi che saranno fondamentali nell’esperienza de I Siciliani negli anni Novanta.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;b&gt;I Siciliani giovani&lt;/b&gt; era un giornale che cercava di raccontare; lì c’è una idea che riprende l’idea di Fava, raccontare le storie di vita. C’è sempre una vicenda umana dietro il mattinale della questura e Riccardo Orioles ce lo aveva trasmesso; ci faceva riscrivere il pezzo tantissime volte fino a renderlo discreto. Ne I Siciliani giovani c’era il mestiere, c’era l’aggregazione politica e c’era il movimento; tutti arrivavano con le proprie motivazioni. Era una maniera per essere presenti, l’unico e il nuovo in quel momento. Un periodo che inizia nell’84 e finisce grosso modo nell’86. Sul versante movimento c’era stata l’idea del centro sociale, uno spazio vuoto da occupare, che all’epoca avevamo individuato ne “la centrale del latte”, nel quartiere Barriera di Catania. Sul versante del giornale, i ragazzi dei Siciliani giovani vanno a confluire ne I Siciliani settimanale attraverso le pagine della cronaca. Era una palestra, ogni giorno facevamo il giro delle questure e ospedali a caccia di notizie”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Gianfranco Faillaci, intervista]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Furono tantissimi i cittadini accorsi al primo anniversario della morte del direttore, il 5 gennaio 1985, quando venne organizzata una grande manifestazione: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Oggi, cinque gennaio, saremo in piazza, i siciliani onesti, per ricordare un uomo. Un uomo, e la sua lotta: cos’altro si può dire? Tutti sappiamo di che si tratta. Ritroviamoci dunque tutti insieme; questa sera, e nelle migliaia di giorni che seguiranno. Perché ci saranno ancora migliaia di giorni, migliaia di mattinate a Palazzolo, migliaia di dolci sere a Siracusa, migliaia e migliaia di giorni sulla faccia della terra; e migliaia di speranze, passioni, entusiasmi, delusioni, amicizie, progetti, ed ancora entusiasmi e delusioni, e rinnovate speranze ed amore; e in ciascuna di esse ci sarà qualcosa di Giuseppe Fava, qualche cosa di lui e di tutti gli esseri umani come lui. E a questo, non potranno sparare.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[La redazione de I Siciliani, Un uomo e la sua lotta, I Siciliani, Gennaio 1985]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Furono numerosi i partecipanti accorsi alla manifestazione: era il frutto del lavoro di un anno a contatto con la città. Nelle strade di Catania manifestavano i braccianti, gli studenti, i maestri di scuola, i bambini e i docenti universitari, tutti insieme per ricordare Pippo Fava. In via dello Stadio, luogo dove venne assassinato, alcuni ragazzi si arrampicarono su una parete per appendere una targa: “via Giuseppe Fava”. &lt;br /&gt;Nacque anche un’associazione, dal nome “I Siciliani”; non era più sufficiente essere semplicemente un giornale, c’era il bisogno che diverse iniziative, sostenute e gestite da tutti i cittadini, convergessero in un unico obiettivo, liberarsi dalla mafia. L’associazione diventò così il centro di nuove idee e proposte, e si fece promotrice, tra le altre, di una iniziativa&amp;nbsp; per la gestione pubblica dei beni sequestrati a Cosa nostra.&lt;br /&gt;Intanto nel 1985 I Siciliani decisero di diventare settimanale, per essere una voce più presente e rispondere ad una situazione d’informazione sempre più buia. Era un giornale disegnato sullo stile del vecchio “Espresso”. Avevano progettato un piano di finanziamento che si basava sulla solidarietà del movimento antimafia. Ma i riflettori sulla vicenda cominciavano già a spegnersi, e molte promesse non furono mantenute. &lt;br /&gt;Si apre così un periodo arduo per I Siciliani, senza soldi, poiché gli imprenditori continuavano a non esporsi così responsabilmente contro la lotta alla mafia, e con turni di lavoro ancora più serrati che arrivavano adesso alle diciotto ore. Ovviamente nessuno stipendio in vista per nessuno dei giornalisti professionisti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-424673085348522361?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/424673085348522361'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/424673085348522361'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/03/i-siciliani-fondatore-giuseppe-fava.html' title='I Siciliani: Fondatore Giuseppe Fava 1984-1986'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6I6sTIUQyI/AAAAAAAAASg/MTXaCZ8xVoM/s72-c/07.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-3301301163321940397</id><published>2010-03-18T15:17:00.004+01:00</published><updated>2010-03-18T15:32:24.451+01:00</updated><title type='text'>Con lui tutto continua</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6I31JxJHuI/AAAAAAAAASY/ZGdBkpOCSKo/s1600-h/catania-etna-panorama-veduta+copy.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6I31JxJHuI/AAAAAAAAASY/ZGdBkpOCSKo/s320/catania-etna-panorama-veduta+copy.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Al redattore de “Il Siciliano”&lt;br /&gt;che è comparso in televisione la sera&lt;br /&gt;del 7 gennaio 1984&lt;br /&gt;e che forse si chiama Ordales o Rosales&lt;br /&gt;vorrei dire la mia riconoscenza&lt;br /&gt;per l’intelligenza e l’esattezza,&lt;br /&gt;quelle che dal fondo della negazione&lt;br /&gt;e dello sconforto&lt;br /&gt;fanno capire che nulla è morto mai veramente&lt;br /&gt;se c’è la volontà di capire&lt;br /&gt;tranquillamente - e di volere la verità.&lt;br /&gt;A quel redattore&lt;br /&gt;che parlava da Catania&lt;br /&gt;come da Managua, da Ciudad de Guatemala,&lt;br /&gt;la riconoscenza, la gratitudine e anche il silenzio&lt;br /&gt;di un vecchio che venti anni fa a Catania&lt;br /&gt;parlò a cento o duecento studenti, forse anche a lui;&lt;br /&gt;e sa di essere stato compreso. Con lui&lt;br /&gt;tutto continua.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Franco Fortini, 7 gennaio 1984&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-3301301163321940397?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3301301163321940397'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3301301163321940397'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/03/con-lui-tutto-continua.html' title='Con lui tutto continua'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S6I31JxJHuI/AAAAAAAAASY/ZGdBkpOCSKo/s72-c/catania-etna-panorama-veduta+copy.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-2565625236600319373</id><published>2010-03-05T16:48:00.000+01:00</published><updated>2010-03-05T16:48:46.587+01:00</updated><title type='text'>Il 5 gennaio 1984</title><content type='html'>&lt;object height="385" width="480"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/qVlobenwBNI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;/param&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;/param&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/qVlobenwBNI&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel dicembre del 1983 Giuseppe Fava partecipò al programma “Film story” di Enzo Biagi. Una puntata monografica sulla mafia registrata il 18 dicembre e andata in onda su Retequattro il 29 dello stesso mese. Rilasciò in quella occasione una intervista in cui confermava le idee che avevano permeato il primo anno di attività editoriale de I Siciliani: “I mafiosi stanno in parlamento […] I mafiosi sono ministri, sono banchieri, sono quelli che sono ai vertici della nazione [...] Non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori […]”. È il potere politico, fatto di pensatori e grandi imprenditori, banchieri e capi di partito collusi, la vera mente della mafia. In quell’occasione Pippo Fava proponeva un reset politico-sociale, una Seconda Repubblica. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Fava venne ucciso la sera del 5 gennaio 1984: “alle 21 e 30 d’un piovoso giovedì. È in auto, una Renault prestata da un amico perché la sua vecchia 124 non ce la fa più. Gli sparano alle spalle, cinque colpi di 7.65 alla nuca” &lt;i&gt;[C.Fava, La mafia comanda...]&lt;/i&gt;. Ed è scontato che sia un omicidio di mafia. Cosa nostra stavolta aveva ucciso un intellettuale, un uomo che aveva trovato le giuste parole per raccontare e denunciare la mafia e le sue collusioni politiche e imprenditoriali. Per un anno ne aveva parlato in quel mensile. Una voce scomoda al punto da essere troncata in quella maniera plateale, cinque colpi in testa, cinque colpi alla verità e alla forza delle idee, delle parole, della libertà di espressione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È il primo cadavere eccellente di mafia a Catania. Non c’erano stati giudici uccisi, né politici. A quel punto diventava impossibile non affermare che non ci fosse mafia a Catania. Ma a Catania, quella della “sindrome Catania”, niente era impossibile. Durante i funerali di Pippo Fava, il sindaco Angelo Munzone riusciva a fare un discorso senza mai pronunciare la parola mafia, e per questo fu sommerso dai fischi indignati della gente accorsa alla funzione.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;La mafia? È ormai dovunque, nel mondo: ma qui, a Catania, no. Lo escludo. Davanti al mondo testimonio che mai pressione o intimidazione c’è stata, in questa parte della Sicilia, in questa città storicamente immune dal cancro che mi dite. Polveroni, chissà da chi ispirati&lt;br /&gt;[Intervista al sindaco Angelo Munzone su La repubblica, 9 gennaio 1984]&lt;/blockquote&gt;Un funerale svolto senza la presenza di una istituzione: nessun ministro, nessun sottosegretario, nemmeno un rappresentante dell’ordine dei giornalisti. Altri politici, come il democristiano Antonino Drago, lanciavano un duro monito: chiudere presto quell’indagine prima che a Catania accadessero “cose gravi”, come la fuga dei cavalieri ormai criminalizzati dalla stampa.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;[…] Chiediamo a Drago un’opinione sugli impressionanti risultati delle inchieste sul dopo dalla Chiesa, e delle stesse intuizioni del generale ucciso, circa un ponte, criminale e di potere, tra la Sicilia mafiosa e questa “altra” Sicilia. «Mi auguro che i magistrati chiudano rapidamente questa indagine, per ridare serenità alle attività pubbliche e alle attività economiche. Sennò, possono succedere cose gravi». Quali? Il messaggio che il capo della Dc catanese affida ai massmedia è pesante: «Questa gente può dire: io qui, d’ora in poi, non investo più una lira. I “cavalieri” da tempo criminalizzati, hanno costruito in quarant’anni veri imperi economici, ma hanno dato notevoli occasioni di lavoro alla città, che, è vero, vive anche di terziario e di altre piccole e medie aziende, ma in crisi […] Abbiamo avuto contatti personali. E questi ci hanno detto: vogliono andarsene».&lt;br /&gt;[Intervista a Nino Drago, l’Unità, 9 gennaio 1984]&lt;/blockquote&gt;Inviti raccolti dal procuratore aggiunto Di Natale, quello del “Caso Catania”, che, dirigendo l’inchiesta personalmente, intraprese la via del delitto passionale o dei debiti di gioco, investigando nei conti del giornale e in quelli della famiglia Fava. In pratica il metodo che la legge La Torre permetteva, veniva paradossalmente utilizzato per la prima volta contro le vittime della mafia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Catania aveva due volti: la gente comune, intontita e turbata dalla tragedia, che era accorsa numerosa ai funerali e si era stretta attorno ai giornalisti di Fava, e la città dei poteri forti e di Cosa nostra, che cercava di seppellire subito quel delitto scomodo, responsabile di aver indebolito gli equilibri della città già messi a dura prova dopo la criminalizzazione avvenuta dopo l’uccisione del generale dalla Chiesa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-2565625236600319373?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2565625236600319373'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2565625236600319373'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/03/il-5-gennaio-1984.html' title='Il 5 gennaio 1984'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-3639230436090127812</id><published>2010-03-05T16:28:00.002+01:00</published><updated>2010-03-05T16:37:48.534+01:00</updated><title type='text'>La cronaca di un successo</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S5ElQMgYdbI/AAAAAAAAARs/2NWfHouVRAw/s1600-h/Immagine+1.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S5ElQMgYdbI/AAAAAAAAARs/2NWfHouVRAw/s320/Immagine+1.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Il mensile riscosse un enorme successo. La tiratura, variabile a seconda delle finanze del momento, veniva quasi totalmente venduta. Era un successo per la Sicilia e i siciliani. E Fava non si esimeva dal sottolinearlo nei suoi editoriali:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;I Siciliani hanno conquistato la Sicilia. Il nostro giornale in meno di due mesi è riuscito in una impresa senza precedenti, diffondere cioè la sua presenza in ogni centro dell’isola, dalla grande città al paese più sperduto dell’interno, e dovunque con lo straordinario favore della pubblica opinione. […] Non c’era stato mai finora uno strumento di informazione, giornale o emittente televisiva, che avesse potuto o saputo penetrare così rapidamente e profondamente sull’intero territorio della regione e con una manifestazione di stima così spontanea. Come se nella coscienza siciliana ci fosse un grande vuoto della conoscenza, una specie di spazio deserto della cultura, che il nostro periodico è venuto ad occupare. […] Forse è la prima volta che la Sicilia viene interamente conquistata da Siciliani, i quali da questa conquista muovono per una avanzata verso la Nazione: non più oggetto o semplici destinatari, ma portatori, anzi protagonisti della cultura.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Giuseppe Fava, Una sfida al Sud, Marzo 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Ma cominciavano anche i problemi. Le inchieste davano fastidio in ogni ambiente, dalla stanza del mafioso latitante Santapaola alle scrivanie dei politici. Era l’inizio della strategia dei nemici che tentarono di isolare il periodico e di delegittimare Fava dipingendolo per lo più come un grande narratore di frottole. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Come previsto, la grande alleanza dei masnadieri contro il nostro giornale si va saldando. Da una infinità di piccoli, oscuri ma inequivocabili segni, appare sempre più chiara la identità dei nemici che via via si aggregano alla congiura. Chi sono costoro? Sono uomini politici corrotti, dirigenti di enti pubblici sperperatori, presidenti di aziende finanziarie che manovrano centinaia di miliardi senza paternità, alti funzionari che amministrano e distribuiscono denaro pubblico alle grandi clientele, operatori di vertice abituati a dominare dall’ombra giganteschi affari. Essi sono contro poiché hanno il terrore del successo imprevisto, clamoroso, incalzante de I SICILIANI […] poiché temono che, da un mese all’altro, su queste pagine, compaia il racconto della loro ribalderia. […] Ora noi vogliamo fare un discorso chiaro e definitivo. Noi vogliamo solo esercitare la nostra professione di giornalisti nel modo più puro, più morale e trasparente, esaminando serenamente i grandi problemi del Sud, proponendo le oneste soluzioni, valorizzando l’intelligenza, le virtù, l’intraprendenza del Sud. […] E tutto questo non si può realizzare se non attraverso la verità su tutto e su tutti. […] A questo punto, allora, un’altra cosa vorremmo fosse chiara e definitiva come una martellata in mezzo alla fronte, per tutti coloro i quali credono di poter ammansire o sopraffare “I SICILIANI”. Non ce la faranno mai. Ben vengano avanti. Noi li ringraziamo! Qualsiasi attacco disonesto, sleale o peggio, avrà soltanto il risultato di poterci fare identificare meglio i ribaldi, e concentrare quindi la nostra attenzione civile, la nostra durissima, incorruttibile azione di giornalisti e di cittadini verso gli uomini e gli enti responsabili. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Giuseppe Fava, A ciascuno il suo, Giugno 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;b&gt;Finanziamenti e Pubblicità&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Mentre I Siciliani avevano conquistato la Sicilia, tutta la Sicilia degli imprenditori rifiutava di pubblicare i propri annunci pubblicitari sul giornale di Fava. Gli introiti pubblicitari erano pochissimi, a fronte delle spese di stampa e distribuzione del giornale. Le spese aumentarono inoltre quando della stampa si occupò una tipografia di Roma, visto che la tiratura de I Siciliani cresceva e le macchine comprate si erano rivelate già vecchie all’acquisto. &lt;br /&gt;La situazione finanziaria della cooperativa era sempre stata critica: nessun giornalista percepiva uno stipendio, per nessun lavoro, visto che tutti i soci svolgevano più mansioni all’interno del giornale (grafici, distributori e perfino elettricisti).&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Intanto nessun imprenditore aderiva al progetto de I Siciliani. Solo qualche piccolo imprenditore amico del direttore. Eppure figuravano sulla rivista pagine di pubblicità nazionali, come le auto Fiat e Volvo, la birra Peroni e i pneumatici Pirelli. Era uno degli altri lavori di Riccardo Orioles che cercava di rendere appetibile la rivista presso gli inserzionisti pubblicitari.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Pubblicavamo pubblicità fasulla. Copiata da altri giornali per dare autorevolezza al giornale. Solo un albergatore, il signor Timpanaro forniva qualche inserzione pubblicitaria. Poi ogni tanto qualche ristorante di serie b, e nient’altro. [….] La lega delle cooperative aveva chiesto una pubblicità: una cooperativa di water mobili per le manifestazioni, che ci fu pagata dopo un anno. Fu l’unica consistente. […] Ogni tanto qualche giudice di provincia ci dava qualche annuncio istituzionale. Avevamo chiesto a tutti gli industriali puliti: tutti rispondevano “il mese prossimo”. Mentre il Banco di Sicilia pubblicava la pubblicità sui giornali di Mantova. Mettersi su I Siciliani voleva dire esporsi. Anche nell’ultima riapertura non avevamo pubblicità alla stessa maniera, neanche istituzionale”.&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Riccardo Orioles, intervista &lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Mai nessuno però fu invogliato a schierarsi così responsabilmente contro la mafia. Una pagina di pubblicità costava quattrocentomila lire: una somma modesta che neanche il Banco di Sicilia poté spendere, visto che rifiutò l’invito poiché quei soldi “per l’acquisto di una pagina pubblicitaria non rientrassero nei budget promozionali” &lt;i&gt;[C.Fava, La mafia comanda...]&lt;/i&gt;. Gli unici introiti, oltre alla vendita del giornale, erano quelli provenienti dall’inserto turistico. Erano dei servizi presenti nelle ultime pagine del giornale che i comuni siciliani acquistavano per pubblicizzare la loro storia, mediante dei pezzi, a cura dei comuni, corredati da foto e itinerari. Erano spesso Nanni Maione o lo stesso Giuseppe Fava, che giravano in lungo e in largo la Sicilia per vendere a qualche piccolo paese un servizio di questo genere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lo rileviamo noi il giornale!&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Erano state numerose le offerte per far tacere la voce de I Siciliani durante il loro primo anno di attività. Inizialmente il cavaliere del lavoro Graci, uno degli editori del Giornale del Sud, aveva contattato Fava per comunicargli la proposta di rientrare come direttore nel quotidiano catanese. Successivamente persone vicine al cavaliere Rendo parlarono con il direttore Fava al fine di offrire alla redazione la gestione della emittente televisiva catanese Telecolor, di proprietà dello stesso cavaliere. Tale offerta fu ricomunicata anche da Salvo Andò, politico socialista, successivamente Ministro della Difesa, che arrivò in redazione per convincere Fava ad accettare l’offerta del cavaliere Rendo. Infine sempre il cavaliere Graci, durante un diverbio con il direttore de I Siciliani, arrivò ad offrire duecentocinquanta milioni per entrare nella cooperativa. Erano tutte tecniche per cercare di addomesticare una redazione che si era rivelata scomoda, guidata da un direttore ormai considerato una spina nel fianco dalla mafia. Fava rifiutò amabilmente tutte le offerte che vennero fatte da tali persone che volevano comprare, a suon di denari, un progetto editoriale e la libertà professionale e di espressione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-3639230436090127812?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3639230436090127812'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3639230436090127812'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/03/la-cronaca-di-un-successo.html' title='La cronaca di un successo'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S5ElQMgYdbI/AAAAAAAAARs/2NWfHouVRAw/s72-c/Immagine+1.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-8300579554642518280</id><published>2010-02-19T21:00:00.000+01:00</published><updated>2010-02-19T21:00:53.858+01:00</updated><title type='text'>Sport, Cultura, Spettacolo e altro</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S37t7AhGbzI/AAAAAAAAARE/zwNn_GQvKiQ/s1600-h/sport.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S37t7AhGbzI/AAAAAAAAARE/zwNn_GQvKiQ/s320/sport.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Ma il giornale non si occupò solo di temi “pesanti”. Ampio spazio ebbe lo sport. Il calcio ovviamente, ma non solo, anche il rugby, la pallavolo e la boxe. Sono gli anni del Calcio Catania in serie A, gli anni del presidente Angelo Massimino, muratore prima, costruttore poi, diventato infine presidente del Calcio Catania &lt;i&gt;[Giuseppe Fava, In serie A il Catania sarà solo contro tutti, n.8 settembre 1983]&lt;/i&gt;. Viene raccontata la storia del “Terranova” di Gela, una squadra di provincia, che ha numerosi stranieri, un fenomeno strano per una squadra povera. Ambiente generoso che riesce a convincere i suoi “stranieri”a non andare via, a farli rimanere un altro anno ancora &lt;i&gt;[Rosario Lanza e Tiziana Pizzo, Solitudine e sogno dell’indio in Sicilia, in I SICILIANI, n. 4 aprile 1983]&lt;/i&gt;. Ma ciò che soprattutto viene messo in rilievo nei servizi sullo sport è il ruolo sociale che esso svolge. Fabio Tracuzzi dedicò un lungo articolo all’ Amatori&amp;nbsp; Catania: “C’è una squadra di rugby nata vicino all’aeroporto, nel «quartiere lager» di Santa Maria Goretti, una squadra che toglie ragazzi dalla strada, e milita nella serie A […]” &lt;i&gt;[Fabio Tracuzzi, Il rugby redime i ragazzi violenti del ghetto, in I SICILIANI, n. 2 febbraio 1983]&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;Tiziana Pizzo racconta che a Giarratana la squadra di pallavolo femminile riesce a vincere contro la prima in classifica, la pallavolo diventa l’attrazione del paese e le tribune si riempiono ad ogni partita: “[…] l’intero paese partecipa in maniera diversa, anche perché comincia a non trattarsi più di una stramberia o di un semplice passatempo[…]” &lt;i&gt;[Tiziana Pizzo, Rivoluzione di sei ragazze senza scialle, n. 2 febbraio 1983]&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;L’emancipazione della donna in Sicilia passa anche attraverso queste piccole grandi imprese.&lt;br /&gt;La rivista&amp;nbsp; racconta il lato umano e sociale dello sport. Uno sport visto come momento di emancipazione e di aggregazione, momento di rivalsa sociale per le classe più povere.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Oltre allo sport, a dare respiro al giornale furono le pagine dedicate alla cultura: gli interventi critici di scrittori come Addamo e Vincenzo Consolo; i racconti di Giuseppe &lt;br /&gt;Fava firmati spesso con vari pseudonimi; ma anche le rubriche di teatro, cinema, musica, arte curate da vari redattori, tra cui Gaetano Caponetto, Elena Brancati, Nello Pappalardo,&amp;nbsp; Giovanni Iozzia, Fortunato Grosso.&lt;br /&gt;In ogni numero era inoltre presente un servizio di circa due pagine, attentissimo ai problemi dell’ecologia, curato da Vittorio Lo Giudice.&lt;br /&gt;Altro appuntamento costante fu quello dedicato ai “Giochi” e nello specifico alla cartomanzia. A curarlo fu Giusy Caudullo. Uno spazio anche in questo caso breve, dove tra il serio e il faceto veniva spiegato di volta in volta il significato dei “tarocchi” o dei segni zodiacali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla televisione, fenomeno mediatico che in quegli anni era in piena evoluzione, venne dato uno spazio fisso che, servizio dopo servizio, riuscì a raccontare ciò che accadeva ad esempio in Sicilia nell’ambito delle televisioni private, oppure ciò che accadeva nei programmi Rai o di altre tv private nazionali. Erano gli anni in cui, un imprenditore del nord, Silvio Berlusconi, stava costruendo il più grande network televisivo privato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ogni numero c’era pure un articolo (in alcuni casi più d’uno) dedicato ad una località siciliana: un viaggio in una Sicilia poco conosciuta, spesso lontana dai grandi circuiti turistici, di cui si sottolineava la bellezza e la forte identità culturale.&lt;br /&gt;Negli ultimi due numeri si inaugurò inoltre “il viaggio alla scoperta del buon mangiare”, due ampi servizi di Giuseppe Fava in cui aspetti del patrimonio gastronomico siciliano venivano raccontati in maniera tale da evocare nel lettore i profumi e i sapori descritti.&lt;br /&gt;L’insieme di tutti questi servizi costituiva il 60% circa degli articoli e occupava in media una buona metà delle pagine dell’intero giornale. Erano articoli leggeri, agili, dal tono più disteso, volti anch’essi ad analizzare criticamente certe storture, ma soprattutto volti a far conoscere e valorizzare aspetti positivi e propositivi della realtà siciliana.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-8300579554642518280?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/8300579554642518280'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/8300579554642518280'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/02/sport-cultura-spettacolo-e-altro.html' title='Sport, Cultura, Spettacolo e altro'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S37t7AhGbzI/AAAAAAAAARE/zwNn_GQvKiQ/s72-c/sport.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-3557528911675185952</id><published>2010-02-19T20:52:00.001+01:00</published><updated>2010-02-19T20:52:27.591+01:00</updated><title type='text'>Il sogno fallito dell’industria in Sicilia</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S37r3FTAssI/AAAAAAAAAQ8/_tmxVha5i9k/s1600-h/sole+nero.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S37r3FTAssI/AAAAAAAAAQ8/_tmxVha5i9k/s320/sole+nero.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;La Sicilia è stata fondamentalmente terra di latifondi, di contadini, di braccianti. Nel dopoguerra e negli anni del boom, la Sicilia ha però vissuto un “sogno”: l’industria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Il bracciante sogna di diventare operaio, imparare il segreto di quelle macchine, avere un buon salario. Il padrone della terra sogna un giorno di essere il padrone di quelle macchine. Padroni e servi del Sud. Entrambi contadini ed entrambi storicamente vinti e nell’imminenza di un’altra sconfitta, sognano l’industria[…]”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Giuseppe Fava, Industria, il fallito sogno siciliano, n. 5 maggio 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;I Siciliani raccontò la nascita di questo sogno e la sua morte. In particolare fu condotta un’indagine sull’installazione dell’industria petrolchimica in Sicilia. Quattro grossi servizi, usciti nei numeri di gennaio, marzo, giugno e luglio, curati da Giuseppe Fava, Miki Gambino, Claudio Fava, Giovanna Quasimodo, analizzarono i retroscena della nascita dell’ASI, gli interessi dei gruppi petroliferi del Nord e dell’imprenditoria locale, le corruzioni politiche, le conseguenze da un punto di vista economico, sociale ed umano di quello che fu vissuto da molti come il sogno di emancipazione dalla terra, il passaporto per la modernità, la possibilità di un posto di lavoro, anch’esso faticoso certamente, ma molto meno pesante di quello agricolo e, soprattutto, sicuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La posizione del giornale fu netta: un atto di accusa che si sintetizza nelle parole ironiche e amare di G. Fava: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Così la Sicilia divenne la prima potenza industriale petrolchimica del Mediterraneo. Soltanto quindicimila addetti su una popolazione di cinque milioni di abitanti. Ecologicamente un delitto. Politicamente un bluff. Storicamente una canagliata”&lt;/blockquote&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Nei loro servizi i redattori de I Siciliani misero sotto accusa la miopia colpevole di questa scelta che considerarono non solo lontana dal tradizionale tessuto economico&amp;nbsp; siciliano e velleitaria per un territorio privo di infrastrutture, ma anche poco giustificabile all’interno della produzione petrolchimica nazionale ed europea:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“In realtà si sapeva che […] dieci quindici anni ancora e i paesi produttori petrolio[…] avrebbero costruito immense raffinerie accanto ai campi petroliferi e in quel momento avrebbero strangolato l’Europa. Forse anche i petrolieri italiani sapevano, ma pur solo per dieci o quindici anni, il polo petrolchimico siciliano permetteva egualmente favolosi guadagni”.&lt;/blockquote&gt;Denunciarono gli interessi degli industriali che “accorrevano dal Nord a cercare spazio e denaro pubblico per imprese che altrove non avrebbero potuto mai realizzare”, e l’avidità degli imprenditori e dei politici locali, le speculazioni e le corruzioni, le mazzette facili:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Oltre due miliardi di lire con i quali i Cameli avrebbero oliato i meccanismi della burocrazia politica siciliana. La fetta più grossa sarebbe toccata alla segreteria nazionale della DC (un miliardo tondo), 65 milioni li avrebbe intascati invece l’on Gioia, più di ottanta la presidenza della regione, e così via: 26 i beneficiari indicati nel tabulato tra politici, funzionari, partiti, associazioni, fino alle ottocentomilalire, per “spese varie”. Stando a quella velina tutti avrebbero avuto la loro parte, anche i socialisti (100 milioni) anche il PCI (30 milioni), perfino il PSIUP che, con i trenta milioni ricevuti, starebbe a dimostrare come la corruzione sia un’arte ben più sofisticata della politica”.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;Filippo e Sebastiano Cameli,&amp;nbsp; armatori genovesi, nel 1967 acquistarono la concessione dell’Isab (Industria Siciliana di Asfalti e Bitumi) divenendone presidente e vicepresidente. La velina citata riporta le informazioni in possesso dei magistrati genovesi che allora indagavano sullo “scandalo petroli”, tratte da&amp;nbsp; un elenco del maggio 1971 rinvenuto nei libri mastri dell’Isab, in cui erano indicate tutte le “spese extra” che sarebbero state pagate dall’Isab per ottenere in tempi rapidi i nulla-osta necessari per costruire la raffineria di Melilli. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Claudio Fava, Tecnica della corruzione al Sud, n. 3  marzo 1983&lt;/i&gt;]&lt;/blockquote&gt;In un lungo e articolato servizio di 16 pagine sul primo numero della rivista, Miki Gambino e Claudio Fava denunciarono l’inquinamento, la devastazione di trenta chilometri di costa&amp;nbsp; tra Augusta e Siracusa; raccontarono di un piccolo paese, Marina di Melilli, in provincia di Siracusa, raso al suolo per far posto alle industrie &lt;i&gt;[Miki Gambino e&amp;nbsp; Claudio Fava,&amp;nbsp; Ed un giorno decisero: distruggiamo il  paese, n. 1 gennaio 1983.]&lt;/i&gt;; raccontarono la storia di questo paese fantasma e di quelle quattro case rimaste in piedi per volontà dei proprietari che avevano deciso di non venderle allo Stato; denunciarono le malformazioni nei neonati, i decessi per tumori che erano aumentati insieme ai veleni delle raffinerie:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Le cifre che vennero fuori erano terrificanti: nel 1980,&amp;nbsp; 83 aborti spontanei e 12 nati malformati su 814 parti; altri 5 malformati nei primi mesi dell’81. […]Ad Augusta nel 1950 i morti per cancro furono l’8% sul totale dei decessi; nel 1980 la percentuale era arrivata al 29,9% cioè quasi il doppio della media nazionale, che è del 16%.[…]&amp;nbsp; su cento malati di tumore, settanta sono di sesso maschile, quasi sempre operai nelle fabbriche della zona industriale”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Miki Gambino e Claudio Fava, E la città partorì i mostri, n.1 gennaio 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Infine, nell’articolo Industria, sogno fallito del Sud, G. Fava&amp;nbsp; mise a nudo l’amara eredità di quel “sogno”:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Tutto il grande sogno dell’industria siciliana finisce lì, in quelle cento, duecento&amp;nbsp; ciminiere metalliche che sprigionano fuochi velenosi, notte e giorno. Il territorio che cominciava a morire, il mare di piombo senza più pesci, gli esseri umani che cominciavano a morire cinque o sei anni prima di quanto il destino e la costituzione fisica potesse loro consentire. Tutto il resto fu velleitarismo, spreco di intelligenza, dilapidazione di migliaia di miliardi e di speranze”.&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-3557528911675185952?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3557528911675185952'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3557528911675185952'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/02/il-sogno-fallito-dellindustria-in.html' title='Il sogno fallito dell’industria in Sicilia'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S37r3FTAssI/AAAAAAAAAQ8/_tmxVha5i9k/s72-c/sole+nero.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-5289255914920646967</id><published>2010-02-15T16:59:00.001+01:00</published><updated>2010-02-19T15:56:01.733+01:00</updated><title type='text'>I missili di Comiso</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S3lvQx3bSxI/AAAAAAAAAQ0/4CTvgc-VSCs/s1600-h/comiso.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S3lvQx3bSxI/AAAAAAAAAQ0/4CTvgc-VSCs/s320/comiso.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Un’altra delle battaglie condotte dal gruppo de I Siciliani fu quella contro l’installazione dei missili Cruise nella base Nato di Comiso. La rivista si schierò con il movimento pacifista che in quegli anni si mobilitava affinché i Cruise non fossero installati.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Un giorno accadrà che i nostri figli o nipoti che ancora debbono nascere ci guarderanno negli occhi con un sorriso sprezzante, e ci chiederanno: voi dove eravate quando fu deciso di costruire la base dei missili a Comiso e condannarci quindi a una vita provvisoria. Come vi siete permessi di appropriarvi anche del nostro destino umano prima ancora che fossimo concepiti. Un essere umano afflitto da un'atroce inguaribile deformità, il quale apprende che il padre pur sapendo che sarebbe stato malato, deforme, infelice, volle tuttavia egualmente farlo nascere, ha il diritto di sputare in faccia al padre”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Giuseppe Fava, Ti la scio in eredità i missili di Comiso, I Siciliani, n.1 gennaio 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Erano ancora gli anni della guerra fredda, il muro di Berlino non era caduto: da una parte il blocco occidentale, dall’altra quello sovietico e, paradossalmente, al centro l’Italia e la Sicilia. Nel cuore della Sicilia, a Comiso, in provincia di Ragusa, furono istallati i missili Cruise, senza chiedere il parere dei siciliani, in una delle tante basi Nato sparse nell’isola. Si creò un forte movimento e da tutta Europa arrivarono a Comiso i pacifisti. La rivista si schierò con loro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel consueto modo di lavorare furono condotte inchieste e reportage: 16 servizi firmati quasi tutti da Giuseppe Fava, Riccardo Orioles e Miki Gambino. Si rivelò il fatto che la mafia aveva acquistato e continuava ad acquistare terreni intorno alla zona della base per poter poi rivenderli agli americani per future costruzioni che sarebbero sorte intorno alla base. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Ci sono già più di quattromila ettari di ottimo terreno - tremilacinquecento ad Acate, dieci chilometri da Comiso, e cinquecento a Vittoria - in mano ai «palermitani», che si son messi a comprare fin dal '79. «Palermitani», si noti bene, non vuol necessariamente dire mafiosi; e infatti: «brave persone, tutte bravissime persone» teneva a dichiarare il sindaco di Acate, Salemi. Tuttavia, almeno qualcuno di loro, se non altro per via di parentela, una qualche idea di che cos'è la mafia potrebbe essersela pur fatta. Per esempio tale Giovanni Gambino, venuto qui nella lontana giovinezza (dodici anni di soggiorno obbligato) e rimastovi poi come rispettabile proprietario di una grossa fattoria in contrada. Poggiodiferro di Acate: suo cugino era don «Joe» Gambino, notissimo a Brooklin e dintorni e non precisamente per opere di bene. Sulla faccenda, adesso, stanno indagando da un canto il commissario all'Antimafia De Francesco e dall'altro la Procura di Palermo. Indagini del tutto fuor di luogo secondo il segretario democristiano Modica, persuaso che mafia non ce n'è e non ce ne potrà mai essere; indagini sante e benedette secondo il vecchio leader pacifista Cagnes, che già un anno fa aveva denunciato - ovviamente, inascoltato - il pericolo di un'invasione mafiosa a seguito di quella militare. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Riccardo Orioles, Referenziato ariano cercansi per guerra nucleare, n.6 giugno 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Oltre a questo fu denunciato il fatto che strategie militari prevedevano che altre numerose testate fossero dislocate su tutto il territorio siciliano e che in caso di attacco “nemico” i missili di Comiso fossero dislocati in altre zone più nascoste aumentando così la superficie delle zone a rischio di attacco nucleare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;La verità è che gli alti comandi - e naturalmente anche alcuni politici italiani di vertice - sanno che la situazione è ben più terrificante. I missili atomici in dotazione ufficiale alla base di Comiso saranno dislocati in tutta la Sicilia, sicché in caso di un conflitto, l'aggressore non colpirà soltanto l'impianto di Comiso, ma sarà costretto a colpire tutta la Sicilia, ogni luogo, ogni paese, bosco, profonda vallata, montagna dove i missili atomici potrebbero essere nascosti. La previsione è logica come un teorema: cinque, sette, dieci testate atomiche si abbatterebbero su tutta l'isola per distruggere sicuramente il potenziale di offesa nucleare. Non una città o una provincia, o territorio più remoto potrebbe sfuggire alla tragica successione di lampi atomici. L'ipotesi è di una distruzione totale per milioni di siciliani. Questo va garbatamente spiegato anche a catanesi, palermitani, trapanesi i quali magari sulla questione avranno avuto un maligno, spontaneo pensiero: tanto Comiso è nel centro degli Iblei.&lt;i&gt; &lt;br /&gt;[Giuseppe Fava, 5 milioni di siciliani bruceranno in un lampo, n. 3 marzo 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;La rivista contribuì alla riflessione critica sull’installazione: illustrò con servizi, tabelle, interviste, grafici la potenza e le caratteristiche tecniche dei missili Cruise e di altre eventuali testate atomiche&lt;i&gt; [Miki Gambino, Né acqua né turisti solo cannoni, n. 3 marzo 1983]&lt;/i&gt; ed evidenziò la pericolosità di una base di quelle dimensioni nel cuore della Sicilia; diede voce ad intellettuali che erano contrari all’installazione; raccontò e fotografò il movimento pacifista, il suo look, il rapporto con i cittadini di Comiso:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Sacchi a pelo fra l’erba alta, tende, mucchi di cartacce e lattine vuote rigorosamente raccolte in un canto dello spiazzo, e due bambine che osservavano con curiosità i poliziotti e i pacifisti. In fondo a destra, vicino al muro di cinta dell’aeroporto, c’era una ventina di giovani, seduti in circolo, che mangiavano mele e parlavano a bassa voce. Il milanese barbuto e scalzo che ci accompagnava diceva che erano quelli del coordinamento internazionale antimilitarista; stavano discutendo l’organizzazione della prossima marcia europea per la pace, in Sicilia a primavera. Mentre uno parlava, due ragazze facevano il giro del circolo, traducendo nelle varie lingue: un sorriso di comprensione passava così dall’una all’altra barba mentre esse andavano da un orecchio all’altro”.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[M.Gambino, R.Orioles, Quelli di Comiso, I Siciliani, Febbraio 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Il mensile testimoniò inoltre i giorni di festa e le manganellate; dipinse le cosiddette “donne di Comiso”, le donne pacifiste, siciliane e non, che conducevano le proteste, e infine condusse delle inchieste anche sulle altre basi satelliti e i centri radar che in Sicilia in quegli anni proliferavano.&lt;br /&gt;La battaglia sui missili di Comiso fu però persa e dal giornale si levò un’accusa amara verso la gran parte dell’opinione pubblica che era “rimasta inerte e sonnolenta dinnanzi all’evento”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;L’estate che volge al termine è infatti l’ultima estate che i siciliani vivono senza i missili atomici, cioè ancora con la speranza che, nel caso di guerra fra le grandi potenze, la Sicilia possa essere esclusa dai bersagli nucleari. La prossima estate sarà diversa: nella coscienza di tutti i siciliani, ricchi o poveri, geni o imbecilli, onest’uomini o lazzaroni, ci sarà la certezza dell’olocausto atomico in caso di conflitto. […]La prossima estate i bambini che ora hanno cinque, otto, dieci anni, acquisiranno l’incontestabile diritto, fra quindici, venti o trent’anni, a sputare in faccia ai loro padri, chiedendogli: e Tu, quando decisero di installare i missili a Comiso e quindi - per qualsiasi futura guerra mondiale - di offrirci al sicuro sacrificio atomico, Tu dov’eri? […] Questa è la cronaca e quindi il documento di una sconfitta! E’ inutile che stiamo ancora qui ad ingannarci con cose vecchie e inutili: il generoso slancio delle popolazioni siciliane, la passione di migliaia di giovani accorsi da tutta Italia, la coscienza civile della gente di Comiso, le veementi polemiche in Parlamento, ed altre inutili e sapute cose. Se vogliamo valutare la tragica vastità della sconfitta, bisogna avere l’onesto coraggio di guardare le cose come veramente accadono. Nella realtà l’opinione pubblica siciliana, quella erede dei Vespri e dei picciotti garibaldini, è rimasta inerte e sonnolenta dinnanzi all’evento. […] La buona gente di Comiso ha accettato i missili in casa. Taluni sono insorti ma sono stati sbeffeggiati, se avevano un partito spesso rinnegati dal loro stesso partito. I più hanno pensato a quanto sarebbe cresciuta di valore la terra, e quali potevano essere le aree fabbricabili, e quanti alberghi, motel, ristoranti, macchinette di war-game, bettole, botteghe di pizzicagnoli, appalti di trasporti, servizi, pulizie, potessero abbisognare agli americani, e quale dunque l’affare più lucroso, e come farsi pagare in dollari, qualcuno certo avrà persino riflettuto che l’ottanta per cento degli americani saranno giovani, e il cinquanta per cento scapoli, e segretamente sta già radunando ragazze per case d’appuntamento.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Giuseppe Fava, L’ultima estate senza i missili, I Siciliani, Settembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;I giornalisti non mancarono in seguito anche di raccontare l’arrivo dei missili in Sicilia e la loro dislocazione nelle Basi Nato regionali:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;A proposito di Cruise, finalmente sono arrivati i primi, sistemati provvisoriamente in quel luogo notoriamente lontano da centri abitati che è la base USA di Sigonella, a 15 chilometri da Catania, a 10 da diversi altri paesi della zona […]; l’unico punto oscuro nella storia di questi “sigari” micidiali è quello della “doppia chiave”: gli americani volevano darcela, ma noi per risparmiare l’abbiamo rifiutata, cosicché quando verrà l’alba fatale forse nemmeno ci sveglieranno per avvertire.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Miki Gambino, I missili in città, I Siciliani, Novembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;La Sicilia si trasformava in uno dei cardini della struttura militare della Nato e i siciliani sembravano non interessarsene: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;I siciliani sembrano non accorgersene, o fanno finta di niente. Un atteggiamento che amareggia e induce a delle riflessioni: essere siciliani non è una condizione solo geografica, ma anche dello spirito: essere nati in Sicilia, scegliere di restarvi, pone di fronte ad altre scelte, difficili ma inderogabili.&lt;i&gt;&lt;br /&gt;[Miki Gambino, I missili in città, I Siciliani, Novembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-5289255914920646967?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/5289255914920646967'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/5289255914920646967'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/02/i-missili-di-comiso.html' title='I missili di Comiso'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S3lvQx3bSxI/AAAAAAAAAQ0/4CTvgc-VSCs/s72-c/comiso.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-2234618266127615134</id><published>2010-02-14T00:46:00.001+01:00</published><updated>2010-02-14T00:49:00.486+01:00</updated><title type='text'>La giustizia</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S3c5viX4gQI/AAAAAAAAAQs/GvIceYVRDpE/s1600-h/procura.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S3c5viX4gQI/AAAAAAAAAQs/GvIceYVRDpE/s320/procura.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Un tema che occupò uno spazio notevole su I Siciliani fu quello della Giustizia. Tema vario che si intreccia con il già citato troncone tematico della mafia e dei suoi rapporti con la politica e il mondo economico-imprenditoriale.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;In pochi anni, a Palermo e a Trapani erano stati uccisi sette magistrati. A Catania, nessuno. È la prova che qui non c’è mafia, ripeteva la stampa di città. La lettura di quel paradosso purtroppo era diversa. Molto più semplice e inquietante: la mafia, a Catania, non aveva mai avuto bisogno di uccidere un giudice”.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Claudio Fava, La mafia comanda a Catania] &lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;b&gt;Il Caso Catania &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Alla fine del 1982 era scoppiato il “Caso Catania”. Il Consiglio superiore della magistratura aveva avviato una inchiesta sulle strane operazioni che avvenivano alla Procura di Catania: ritardi, omissioni, retrodatazioni a penna e insabbiamenti di alcune inchieste della Guardia di Finanza o di altre Procure che contestavano reati importanti all’imprenditoria catanese, principalmente nelle figure dei più volte citati cavalieri del lavoro. Era stato il prof. Giuseppe D’Urso, docente universitario e presidente della sezione siciliana dell’Inu (l’Istituto Nazionale di Urbanistica), ad inviare dei voluminosi dossier informativi al CSM. Il giornale durante il 1983 dedicò molto spazio alla vicenda, aggiornando mensilmente i lettori sugli sviluppi dell’inchiesta.&lt;br /&gt;Erano il procuratore capo aggiunto Giulio Cesare Di Natale e il sostituto procuratore Aldo Grassi, i principali indiziati dell’“Affaire Catania”.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Mentre a Palazzo dei Marescialli la commissione del CSM interrogava Di Natale, a Catania il sostituto Procuratore D’Agata spediva 56 comunicazioni giudiziarie per altrettanti imprenditori e faccendieri siciliani coinvolti in un colossale giro di fatture false e di frodi fiscali. Probabilmente solo una pura coincidenza che tuttavia, data la situazione di emergenza, a qualcuno (forse agli stessi magistrati del Consiglio superiore) dovette apparire bizzarra. Santo cielo: il rapporto della Guardia di Finanza era stato lasciato in un cassetto, negli uffici della Procura, per molti mesi; e improvvisamente, mentre a Roma si sceglieva il capo della Procura catanese, questo fascicolo delle Fiamme Gialle tornava a galla e partivano 56 comunicazioni giudiziarie […]” &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Claudio Fava, La Procura di Catania può saltare in aria, I Siciliani, Febbraio 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;I fatti contestati ai due magistrati catanesi erano gravi: principalmente un caso di certificati di carichi pendenti retrodatati e la storia di inchieste inviate dalla Guardia di Finanza su noti politici e imprenditori alla Procura di Catania retrocesse ad “atti relativi”. &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;I fatti: in data 14 settembre 1982 la Procura di Agrigento trasmette alla Procura della Repubblica di Catania un’inchiesta che indica, come possibili responsabili per associazione per delinquere, numerosi e noti imprenditori economici. Si tratta della nota vicenda della truffa IVA per la quale nel mese di dicembre 1982 […] verranno emesse circa 100 comunicazioni giudiziarie. A seguito della trasmissione di questa inchiesta viene aperto un procedimento e in data 14 settembre 1982 nei cartellini personali degli interessati viene iscritto il procedimento a carico. Dal documento del consigliere Giovanni Martone presentato nel corso della seduta del 27 ottobre riportiamo testualmente: «A seguito di tale iscrizione e della conseguente pendenza di procedimento penale, un’originaria richiesta del 19 settembre 1982 di 20 copie di certificato di carichi pendenti relativi a un noto imprenditore (Carmelo Costanzo n.d.r.) è stata modificata con la precisazione della data (12 settembre 1982) finale del periodo al quale doveva riferirsi la certificazione. I relativi certificati (nonché altre 20 copie nei giorni successivi e altre copie ad altri operatori economici) sono stati rilasciati dopo una consultazione del Segretario capo con il dott. Aldo Grassi preventivamente informato che la richiesta riguardava “quelli del procedimento...”». Come noto per partecipare ad una gara d’appalto l’imprenditore non deve avere carichi pendenti. Da qui l’interesse degli imprenditori a non far risultare quei procedimenti pendenti. Una richiesta di certificati presentata in una data, sarebbe stata dunque (secondo l’accusa) retrodatata per evitare che quel procedimento aperto dalla Procura di Agrigento e trasmesso a Catania risultasse nei cartellini personali, e tutto ciò, secondo le risultanze dell’inchiesta della prima commissione disciplinare del CSM, sarebbe avvenuto nella conoscenza di un magistrato della Procura.”&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[C.Fava , A.Roccuzzo, Giustizia è sfatta, I Siciliani, Novembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;Il rapporto della Finanza, con le sue incredibili ipotesi di reato, con il suo lungo, inquietante elenco di indiziati, rimase lettera morta negli uffici della Procura di Catania. Anzi (riferiamo sempre i termini delle denunce) accadde una cosa quasi grottesca: il dossier, nel quale si indicavano reati precisi sulla scorta di elementi probatori altrettanto inequivocabili, venne infilato nel cosiddetto fascicolo degli «Atti relativi». Il che, per un procedimento penale, equivale alla morte civile. Sotto tale voce, negli archivi giudiziari, vengono depositati i fascicoli che si riferiscono ad inchieste lunghe, generiche, non riferibili a ipotesi di reato precise (un’inchiesta, ad esempio, sulla prostituzione nella città di Palermo, oppure un’inchiesta sul contrabbando di sigarette nel golfo di Catania...). Inchieste che richiedono un’attività istruttoria lenta, meticolosa, dalla quale dovranno emergere - col tempo - i nomi degli indiziati e i reati ipotizzabili. Non era certo questo il caso del rapporto inviato ai magistrati catanesi dalla Finanza di Agrigento: la sua destinazione agli “Atti Relativi” fu una «retrocessione» immotivata (un insabbiamento in piena regola, suggeriscono spietatamente gli esposti spediti al CSM)”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[C. Fava, La procura di Catania...]&lt;/i&gt; &lt;/blockquote&gt;&lt;b&gt;L’uccisione del giudice Chinnici&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Un giorno di febbraio il giudice istruttore di Palermo, Rocco Chinnici, si trova a Siracusa, per parlare di mafia con gli studenti. Il giornalista Lillo Venezia lo avvicina per intervistarlo, anche a proposito dell’omicidio di Giacomo Ciaccio Montalto, giudice trapanese, ferocemente ucciso nel gennaio del 1983:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;Ecco, giudice, ma secondo lei che ogni giorno si ritrova dinnanzi questa forza oscura e crudele che sembra onnipossente nella nostra società, cos’è realmente la mafia?&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;«Potrei darle un semplice giudizio storico, e dirle che da 150 anni ci trasciniamo questo fenomeno mortale nato fondamentalmente dalla necessità di difendere comunque la proprietà, e dunque anche il privilegio, contro qualsiasi stravolgimento della società, dal banditismo, alle scorrerie dei briganti, alla miseria dei contadini che si trasformavano in predoni, alla stessa evoluzione della società. La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza.»&lt;br /&gt;&lt;i&gt;E in questa definizione, in questa immagine è possibile inserire l’ipotesi di un connubio costante fra mafia e politica?&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;«La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere […]&amp;nbsp;&lt;/blockquote&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;Ecco, torniamo alla legge La Torre. Lei ritiene veramente che essa abbia questa straordinaria validità che molti magistrati le attribuiscono?&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;«Senza dubbio! La legge antimafia recentemente approvata è certamente uno strumento di eccezionale validità, soprattutto se utilizzata con vigore, lucidità, intelligenza e implacabile decisione. Essa permette infatti l’uso di mezzi e strumenti che possono colpire il mafioso nel cuore stesso della sua attività: le indagini nelle banche, il controllo sugli appalti e sub-appalti.[…] Ma onestamente la sola legge La Torre non basta a contenere il fenomeno mafioso e aggredirlo in tutte le sue manifestazioni: abbiamo bisogno di mezzi che non siano soltanto giuridici, ma debbono essere anche strumenti concreti di lotta, intendo dire l’aumento dell’organico nelle varie sedi giudiziarie, l’aumento degli stessi organici di polizia giudiziaria attualmente insufficienti a far fronte alle necessità. Basti dire che gli organici giudiziari di Palermo sono gli stessi di quindici anni fa al cospetto di una criminalità organizzata che ha moltiplicato invece la sua potenza. Infine è necessario istituire la banca dei dati, ed è questa una drammatica necessità che abbiamo rappresentato anche al Capo dello Stato proprio in occasione dei funerali del povero Ciaccio Montalto. Oramai la mafia ha ramificazioni in tutta Italia, conseguenza di quella sciagurata politica del confino, che non solo non eliminava il mafioso dalla società, ma lo metteva in condizione di inquinare un territorio fin’allora sano della nazione. Spedire un mafioso in Toscana, o Piemonte, o Veneto e pensare che se ne stesse quieto a fare il bravo cittadino fu una illusione micidiale. Il mafioso resta tale in qualsiasi tempo e contrada e dovunque egli si trovi continuerà a esercitare la sua attività criminale. Se non ha alleanze, se le trova, se non ha complici li cerca. Inquina, ammala, contagia. Con l’istituto del confino abbiamo esportato la mafia in tutto il Paese e quindi esiste la necessità di uno strumento più moderno, appunto la banca dei dati, che metta in condizione di sapere istantaneamente chi sono i personaggi implicati nei vari delitti mafiosi e quali eventuali collegamenti possano esserci fra di loro &lt;i&gt;[Lillo Venezia, La rivolta dei giudici siciliani, I Siciliani, Marzo 1983]&lt;/i&gt;.&lt;/blockquote&gt;Il giudice Chinnici terminava la sua intervista con un messaggio chiaro alla mafia: “Noi giudici siciliani non ci arrenderemo mai. Non avremo mai rassegnazione o paura. Per ognuno che cade ce ne sono altri dieci disposti a proseguire con maggiore impegno, coraggio, determinazione”. E intanto Venezia lo incalzava, “riceve molte minacce di morte?”, e lui non rispondeva:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;L’interlocutore sorride e per un attimo resta a guardarci con curiosità come se noi avessimo posto una domanda per scherzo. Sembra quasi voglia capire fin dove la nostra domanda possa essere ritenuta candida e non ci sia invece una punta di impercettibile sarcasmo. Continua a sorridere, però amabilmente. Fa uno strano gesto interrogativo a sua volta e risponde con una domanda: «Lei che ne pensa?».&lt;/blockquote&gt;Chinnici era considerato un giudice “galantuomo”. Aveva assunto il proprio incarico all’indomani di un’altra uccisione di mafia, quella di Cesare Terranova, ucciso nel 1979. Un lavoro di quattro anni quello di Chinnici, che chiedeva, come i predecessori, nuovi mezzi, altri uomini e strumenti legislativi più efficaci. Ma non era solo un giudice. La sua lotta alla mafia era anche culturale; accettava di buon grado di essere testimone sociale della sensibilizzazione, nelle assemblee delle scuole o ai dibattiti culturali antimafia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La figura di Chinnici ricorrerà durante tutto l’anno 1983 negli articoli de I Siciliani. È l’anno dell’ennesima strage di mafia, in via Pipitone Federico a Palermo, dove una 126 verde, imbottita di tritolo aspetta sotto casa il giudice. Morirono insieme a lui due uomini della scorta e il portiere del palazzo, mentre rimasero ferite più di venti persone. Ci fu di nuovo un funerale di Stato e molte domande e sul ruolo del giudice Chinnici, un uomo lasciato solo anche da alcuni colleghi, secondo i diari ritrovati successivamente, e sulla banca dati sulla mafia da lui auspicata. Intanto un altro pezzo delle istituzioni dello Stato era scomparso. &lt;br /&gt;Giuseppe Fava nel Settembre del 1983 scrisse un malinconico articolo, a tratti tragicamente ironico, sui funerali di Stato e sulla morte di un altro giudice attivo per la lotta alla mafia:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;[…] Rocco Chinnici, assassinato in quel modo barbaro, coinvolgendo nella strage decine di vittime innocenti, persino bambini: una ferocia senza precedenti nella pur ferocissima storia mafiosa, poiché anche il giudice Rocco Chinnici doveva assolutamente morire, e doveva morire perché anch’egli stava per strappare il velo agli inviolabili santuari, identificare (ecco il punto) non soltanto coloro i quali eseguono gli assassinii, e coloro che ne sono i mandanti, i grandi strateghi degli affari mafiosi, ma soprattutto coloro i quali, da imperscrutabili cattedre politiche, finanziarie, forse anche governative, assicurano invulnerabilità.&lt;br /&gt;Ecco: l’assassinio di Chinnici ha un significato che, per esemplare crudeltà, scavalca tutti gli altri delitti precedenti. Significa infatti: tu magistrato coraggioso e onesto, fai pure il tuo lavoro, arresta, imprigiona, condanna coloro che uccidono, avvelenano il mondo con la droga, guadagnano migliaia di miliardi e, se ne sei capace, anche coloro che li comandano, i mandanti, gli strateghi, ma non andare al di là di un passo, non cercare di capire e conoscere coloro i quali li proteggono ed assicurano loro inviolabile potenza. Non un passo di più! C’è un funerale di Stato pronto per te! &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Giuseppe Fava, Funerali di Stato, avanti c’è posto!, I Siciliani, Settembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Quei funerali di Stato ormai si somigliavano tutti: arrivava Pertini “trascinato a Palermo, sempre più vecchio, sempre più vecchio, sempre più stravolto”, poi “la rovente omelia di Pappalardo” e la gente comune “che piange e applaude quelle misere bare con le quali uomini coraggiosi scompaiono”. Al funerale di Chinnici prendeva posto anche il presidente del Consiglio Amintore Fanfani, a cui si era rivolto il sindaco Pasquale Almerico prima di essere trucidato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-2234618266127615134?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2234618266127615134'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2234618266127615134'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/02/la-giustizia.html' title='La giustizia'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S3c5viX4gQI/AAAAAAAAAQs/GvIceYVRDpE/s72-c/procura.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-5675992253215431724</id><published>2010-02-08T12:23:00.000+01:00</published><updated>2010-02-08T12:23:39.940+01:00</updated><title type='text'>Sindrome Catania</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S2_z-2bMZGI/AAAAAAAAAQk/VYFfWadBuTQ/s1600-h/Immagine-1.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S2_z-2bMZGI/AAAAAAAAAQk/VYFfWadBuTQ/s320/Immagine-1.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;blockquote&gt;Sindrome Catania è quel tale stato d’animo per il quale, da un anno a questa parte, ovunque in Italia il siciliano viene innanzitutto ritenuto catanese. Ciò perché qualunque cosa sia accaduta in questi ultimi tempi in Sicilia, essa è accaduta a Catania o l’hanno fatta i catanesi. Sono catanesi i cavalieri del lavoro che hanno fatto impazzire mafiologi ed economisti di mezza Europa, che gestiscono ognuno centinaia di miliardi, che costruiscono in ogni parte della Sicilia e dell’Europa, dell’Africa, dell’America del Sud, autostrade, dighe, ponti, grattacieli, chiese, centrali nucleari, chiodi e locomotive. E’ catanese l’uomo che viene braccato sotto l’accusa di aver organizzato e personalmente eseguito con un Kalashnikoff l’assassinio del generale dalla Chiesa. E’ catanese la Procura generale sottoposta a inchiesta del consiglio superiore della magistratura per accertare se clamorose indagini su evasioni fiscali e collusioni mafiose abbiano subito colpevoli ritardi o siano state addirittura imboscate. Tutto sommato è anche catanese la cooperativa di giornalisti che realizza questo giornale, unica cooperativa giornalistica in tutta Italia che possieda i suoi strumenti editoriali, sia proprietaria del giornale che realizza e non abbia alle spalle alcun potere politico e finanziario che possa deviarla dalla verità.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[G. Fava, Sindrome Catania, I Siciliani, Aprile 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-5675992253215431724?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/5675992253215431724'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/5675992253215431724'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/02/sindrome-catania.html' title='Sindrome Catania'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S2_z-2bMZGI/AAAAAAAAAQk/VYFfWadBuTQ/s72-c/Immagine-1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-7443431476338200157</id><published>2010-02-08T12:20:00.001+01:00</published><updated>2010-02-08T12:20:59.806+01:00</updated><title type='text'>La mafia e le sue collusioni con la politica e l’imprenditoria siciliana</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S2_zKYFcHFI/AAAAAAAAAQc/GIULQh5AzCE/s1600-h/cavalieri.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="282" src="http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S2_zKYFcHFI/AAAAAAAAAQc/GIULQh5AzCE/s400/cavalieri.png" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;I servizi su questo tema costituiscono il 41% del totale dei servizi dedicati ai settori Attualità, Politica, Economia e Giustizia e le foto su omicidi di mafia o su personaggi accusati o “in odor” di mafia costituiscono il 30% circa delle foto relative a questa parte del giornale.&lt;br /&gt;Questi dati confermano come la redazione considerasse centrale nella realtà siciliana l’emergenza mafiosa e intendesse quindi, con le armi dell’informazione, denunciando ogni collusione e connivenza, partecipare alla battaglia contro quello che veniva definito un vero e proprio “cancro” della società siciliana, che già stava facendo metastasi in tutta Italia.&lt;br /&gt;L’inchiesta “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, apparsa sul primo numero del giornale, rappresenta uno dei capisaldi di questa denuncia: 21 pagine, frutto di due anni di lavoro al Giornale del Sud, in cui G. Fava espone le sue convinzioni sulla mafia e sulle sue collusioni con gli ambienti imprenditoriali e politici catanesi. “Per parlare dei cavalieri del lavoro bisogna prima avere chiara la struttura della mafia anni ’80 nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici” [&lt;i&gt;Fava, I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, in I Siciliani, n.1 gennaio 1983&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Egli inizia quindi a spiegare cos’era stata la mafia storicamente e cos’era diventata nei primi anni ottanta; il passaggio dalle estorsioni al traffico di droga e ai miliardi degli appalti pubblici; il ruolo fondamentale delle banche per il riciclaggio di denaro sporco. Fava si sofferma poi sui tre livelli della mafia: il primo della manovalanza, il secondo decisionale, quello di chi decide strategie ed escogita il modo di riciclare il denaro sporco, e infine il terzo, il più misterioso, quello politico.&lt;br /&gt;Disegnato il contorno, l’inchiesta punta dritto ai quattro cavalieri del lavoro catanesi, Costanzo, Rendo, Finocchiaro e Graci, “apparsi sulla grande ribalta nazionale” grazie ad alcune interviste del Corriere della Sera, ma soprattutto perché il generale Dalla Chiesa aveva fatto riferimento a loro nella ormai storica intervista a Giorgio Bocca su La Repubblica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fava li descrive fisicamente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Profondamente dissimili l'uno dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere, Costanzo massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente collerico, Finocchiaro soave, silenzioso e apparentemente timido, Graci piccolino e indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore, vestono però tutti alla stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali, abito grigio o blu anni cinquanta, cravatta, polsini, di quella eleganza senza moda propria dell'industriale self-made-man.&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;descrive le loro attività, i loro affari il loro modo di agire. Descrive anche i loro bunker, denuncia i loro complotti:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Già il fatto che questi quattro personaggi si siano riuniti insieme per discutere e decidere il destino futuro dell'imprenditoria e quindi praticamente dell'economia di mezza Sicilia, e stiano lì segretamente, due più due quattro, seduti l'uno in faccia all'altro, a valutare, soppesare, scartare, annettere, distribuire, in una sala che è facile immaginare di vetro e metallo, inaccessibile a tutti, nel cuore segreto dell'impero Rendo, con decine di uomini armati dislocati ad ogni ingresso del palazzo; e che al termine del convegno uno di loro, Costanzo, il più plateale, chiaramente tuttavia portavoce di tutti e infatti mai smentito, dichiari spavaldamente: «Abbiamo deciso di aggiudicarci tutte le operazioni e gli appalti più importanti, quelli per decine o centinaia di miliardi, lasciando agli altri solo i piccoli affari di due o tre miliardi, tanto perché possano campare anche loro!»; e che tutti e quattro siano giudiziariamente accusati di evasioni per decine e forse centinaia di miliardi, tutto denaro pubblico, quindi appartenente anche al maestro elementare, all'operaio, al piccolo artigiano, al contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C, all'emigrante, poveri innumeri italiani che sputano sangue per sopravvivere e spesso maledettamente nemmeno ci riescono; e che taluni di loro siano stati amici del bancarottiere Michele Sindona, o del boss Santapaola ricercato per l'assassinio di Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il cui capo venne trucidato insieme a tre poveri carabinieri di scorta: ebbene tutto questo non corrisponde all'immagine, secondo Costituzione, di cavalieri della Repubblica.&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Fu un’inchiesta ricca e densa, che citava politici e mafiosi, che nominava Nitto Santapaola, boss di Catania ancora sconosciuto alla maggior parte dell’opinione pubblica e di cui i giornali&amp;nbsp; minimizzavano l’importanza. Un’inchiesta scottante, sbattuta nel primo numero de I Siciliani. Il terremoto era già in corso e molti avrebbero cominciato a tremare [I Siciliani, A ciascuno il suo, n.6 giugno 1983].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei numeri successivi furono affrontati, anche con l’intervento di studiosi come Michele Pantaleone, altri aspetti del problema come i rapporti tra Mafia e Camorra, organizzazioni storicamente distanti tra loro, ma che nel traffico di droga avevano trovato un punto di contatto:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;La&amp;nbsp; mafia siciliana e la camorra napoletana, pur vivendo ed operando fatti delittuosi sotto lo stesso governo, in regioni quasi limitrofe, in situazione socio-economica similare, non avevano&amp;nbsp; mai mantenuto rapporti di collaborazione, di solidarietà o di mutua assistenza, nemmeno nei momenti di persecuzione della giustizia, come, invece, è avvenuto tra la mafia e altre organizzazioni delittuose, anche lontane dalla Sicilia. Difatti,&amp;nbsp; non&amp;nbsp; s’era mai detto che un boss della mafia era andato a cercare rifugio a Napoli, né che un camorrista sia mai stato ricoverato o assistito dalla mafia a Palermo[…]A creare le condizioni per la riappacificazione e la collaborazione fra napoletani e siciliani, sia in Italia che negli USA, fu Lucky Luciano, il grande trafficante di stupefacenti che non fece parte di nessuna “famiglia”, non ne creò una sua e, tuttavia, operò entro e fuori gli Stati Uniti d’America con una sua rete di spacciatori e “corrieri”. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[M.Pantaleone, Poi arrivò Lucky Luciano e anche Napoli fu Cosa Nostra, in I Siciliani, n.3 marzo 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Si passò quindi a denunciare connivenze presenti e passate con gli ambienti politici. “Il potere politico è colluso - scrive Fava - nella stragrande maggioranza. Chi non lo è viene ucciso come Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia, come Pio La Torre, segretario comunista” [Ne “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” Fava raccontò anche il caso di Pasquale Armerico, sindaco DC di Camporeale in provincia di Palermo, che aveva rifiutato la tessera al mafioso Vanni Sacco e ai suoi 400 scagnozzi. La Dc provinciale, guidata da Giovanni Gioia, fedelissimo di Fanfani, gli ritirò la tessera e lo espulse dal partito. Poco dopo fu ucciso dalla mafia].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo aspetto del problema il giornale ospitò interventi di M. Pantaleone le cui analisi sui rapporti tra mafia e politica venivano condivise dalla redazione:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;I partiti non hanno compreso - o non hanno voluto comprendere - che il problema della mafia è un fatto politico nazionale. E' un problema dei partiti, all'interno dei quali va iniziata la prima vera lotta per sradicare lo "spirito di mafiosità", inteso come solidarietà brutale e istintiva fra quanti vogliono conquistare il potere, "spirito di mafiosità" che soffoca la vita politica in Sicilia, ove il potere politico ha il carattere di tipica marca proconsolare.&lt;br /&gt;[Michele Pantaleone, Il cervello omicida non è sempre la mafia, in I Siciliani, n. 2 febbraio 1983]&lt;/blockquote&gt;In questa direzione andò l’inchiesta sull’Assessorato all’agricoltura “Evviva! Grandina, sono miliardi…” che destò particolare scandalo perché rivelò accordi e tangenti che per anni avevano sottratto fondi che sarebbero dovuti andare a sostegno della piccola e media impresa siciliana e dei piccoli contadini I Siciliani, e che invece entrarono nelle tasche di “una ventina di famiglie, sempre le stesse…”:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Le cifre sono semplici e documentabili. E sono contenute in un dossier che la Guardia di Finanza ha raccolto dopo decine di ispezioni bancarie e verifiche documentali: in cinque anni, dal 1976 al 1981 (la gestione dell'assessore Giuseppe Aleppo, per intenderci), l'assessorato regionale all'agricoltura ha erogato trenta miliardi di prestiti al 4% di interesse per i danni subiti dalle aziende agricole siciliane a causa di alluvioni, grandinate o siccità. Di questi 30 miliardi, diciannove sono andati ad un numero ristretto di imprenditori agricoli, non più di una ventina, su migliaia di richieste presentate all'assessorato da piccoli e medi agricoltori, da coltivatori diretti, da cooperative di contadini o di allevatori. Molti non hanno ricevuto neppure una lira: "esiguità dei fondi iscritti in bilancio" si sono giustificati i funzionari della Regione. Ma hanno taciuto quell'altra fetta di verità, emersa soltanto dopo che la Finanza ha potuto guardare negli archivi dell'assessorato all'agricoltura: quasi venti miliardi per venti famiglie, sempre le stesse, puntualissime a ripresentarsi, ogni anno, all'assessore Aleppo per ottenere un congruo risarcimento. Ed ogni anno, colmo della sfortuna, lamentando un danno diverso: vigne distrutte dalla grandine, arance e limoni marciti per la pioggia, bestiame ucciso dalla siccità... &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Miki Gambino e Claudio Fava, Evviva grandina, sono miliardi!, in I Siciliani, n. 9 ottobre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Nelle inchieste de I Siciliani un dato ricorreva, quasi fosse un marchio di fabbrica: i nomi. Non c’era servizio in cui non si facessero i nomi, mai nessuna allusione, ma nomi e cognomi; così fu anche per l’inchiesta sui fondi dell’Assessorato all’agricoltura. Chi usufruì dei finanziamenti elargiti dall’assessore Aleppo? “I cugini Salvo, due cavalieri del lavoro catanesi, Gaetano Graci e Mario Rendo[…] l'onorevole Aldo Bassi […] Salvatore Grillo, Gaetano Briuccia e Francesco Spina, grossi nomi della Dc trapanese, […] Alberto Martino, legato al boss Girolamo Marino […]” [&lt;i&gt;Miki Gambino e Claudio Fava, Cavalieri notabili mafiosi e baroni, in I Siciliani, n. 9 ottobre 1983&lt;/i&gt;]. La lista purtroppo continuava con altre cooperative e altri nomi di spicco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con un’altra inchiesta di 20 pagine che fu pubblicata nel numero 7 del luglio ‘83, venne tracciato il profilo dei 10 uomini siciliani più potenti, nel bene e nel male, raccontandone vizi e virtù, descrivendo attività e mestieri dei soggetti tirati in ballo. “[…] I coefficienti della potenza nella società siciliana sono soprattutto cinque: Denaro, Autorità, Politica, Popolarità, Talento […]” [&lt;i&gt;Giuseppe Fava, I dieci più potenti della Sicilia, in I Siciliani, n. 7 luglio 1983&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;I dieci più potenti, nel bene e nel male, risultarono essere: il cardinale Pappalardo, i cavalieri catanesi Rendo e Costanzo, l’imprenditore Cassina, i politici Gullotti, Capria e Lima, l’esattore Nino Salvo, l’editore giornalista Mario Ciancio, il presentatore Pippo Baudo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello de I Siciliani fu un incessante lavoro teso a sensibilizzare l’opinione pubblica, a raccontare le nefandezze che aveva compiuto e continuava a compiere la classe politica e economico-imprenditoriale regionale. Ma non solo quella regionale. In una serie di servizi la redazione richiamò l’attenzione dei lettori sul fatto che la mafia non era solo un problema siciliano, non operava solo a Palermo, ma era ovunque, a Roma come a Milano ed era anche all’interno dello Stato:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;La capitale "politica" della mafia forse è ancora Palermo, ma la capitale economica è diventata ormai Milano[…] Milano è probabilmente diventata nell'ultimo decennio una delle "piazze"sulle quali chi gestisce il traffico internazionale della droga ha pensato di reinvestire una fetta considerevole del denaro proveniente da quei traffici illeciti. Nella notte del 14 febbraio 1983, la prima (e finora unica) inquietante conferma di questo sospetto: "La notte di S. Valentino", così l'hanno definita i giornali. Si tratta della prima operazione antimafia operata da polizia e carabinieri in Italia in attuazione della legge La Torre. Di questo reato, associazione per delinquere di stampo mafioso, furono accusate circa cinquanta persone, catturate quella notte a Milano, Roma e in numerose altre città del nord Italia. Tutte queste persone sono sospettate di appartenere ad una associazione mafiosa che provvedeva al riciclaggio di denaro sporco proveniente da traffici illeciti. Protagonisti di questa storia quattro personaggi, ed altri comprimari più o meno di rilievo, che sembrano usciti da un fantastico romanzo mafioso: Antonio Virgilio, Luigi Monti e i fratelli Giuseppe e Alfredo Bono.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[A. Roccuzzo, L’armata mafiosa conquista Milano, in I Siciliani, n. 9 ottobre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Furono denunciati, per esempio, traffici illeciti condotti con la connivenza di apparati statali, come la vendita di armi a paesi in &lt;br /&gt;guerra, vietata dalla legge:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;“E' una prova agghiacciante: l'inchiesta del giudice istruttore trentino Carlo Palermo sul traffico di droga e armi. Essa dimostra perfettamente una cosa, tanto chiara quanto terribile: in quel traffico, forse il più nefando in assoluto nel pur tragico panorama criminale italiano, sono coinvolti direttamente o indirettamente grandi interessi economici statali, legati alla produzione di materiale bellico (l'Italia è una delle nazioni produttrici più competitive del mondo in questo settore) e quindi, visto che l'esportazione di armi è direttamente controllata dai servizi segreti in base alla legge, in quel traffico sono coinvolti anche apparati dello Stato. Quanto dire che è lo Stato che gestisce la mafia! Il giudice Palermo ha ricostruito così tutta la vicenda: anche l'Italia deve esportare armi verso altri paesi, ma la legge vieta di vendere o mediare armi per paesi in guerra e così, dal momento che questo "commercio" è necessario alla bilancia dei pagamenti italiana, le armi percorrono itinerari "illegali", clandestini.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Antonio Roccuzzo, La mafia: lo Stato sono io, in I Siciliani, n.10-11 novembre-dicembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Le denunce del giornale proseguirono senza&amp;nbsp; sosta, ma con un’amara consapevolezza: molti erano i caduti per la lotta alla mafia e molti e sempre uguali erano i funerali di Stato:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&amp;nbsp;Un anno dalla morte di Dalla Chiesa, e in questo anno che doveva essere quello della grande vendetta e giustizia, persino la regia del dopo assassinio è diventata perfetta. Uno spettacolo! Prima parte della recita i funerali, tutti i padroni del feudo Sicilia schierati attorno al feretro; il povero Pertini trascinato a Palermo, sempre più vecchio, sempre più stravolto, a piangere sulla spalla di vedove e orfani; la rovente omelia del cardinale Pappalardo che invoca il rugginoso gladio di Roma in soccorso della disperata Sagunto; la folla palermitana che piange e applaude quelle misere bare con le quali uomini coraggiosi scompaiono dalla vita; capi di governo, sindaci, ministri, sottosegretari, deputati, tutti in tetro ed elegante completo scuro, la faccia pallida di emozione e paura, tre squilli di attenti, la grande ovazione di addio, il summit in questura con i ministri degli Interni e Giustizia che riconfermano fiducia, precisano che comunque sarà dura e se ne vanno, l'opinione pubblica che trattiene il respiro, pensa, disperatamente pensa: forse stavolta qualcosa accadrà. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[G. Fava, Funerali di Stato, avanti c’è posto, in I Siciliani, n 8 settembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Molti di quei caduti avevano tentato quasi riuscendoci di avvicinarsi “al terzo livello” della mafia, avevano lottato e recriminato per riuscire ad avere gli strumenti necessari, ma senza esito. Anche a quelle recriminazioni I Siciliani dettero voce.&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Mentre la mafia possiede ormai, e sa usare, le tecnologie più moderne dal kalashinkov al computer, a un anno dall'assassinio di Dalla Chiesa gli uomini che lottano contro la mafia combattono ancora a mani nude. O meglio, sono armati: sono armati di carta e penna. Non è un modo di dire. Tutte le indagini, tutti gli accertamenti, tutti i dati faticosamente raccolti vengono dattiloscritti, infilati in carpette e archiviati alla meglio. Gli archivi sono tre, ognuno per conto suo. Migliaia e migliaia di informazioni, raccolte con la fatica più immane dai migliori uomini su cui può contare oggi lo Stato, e spesso col loro sangue, diventano così praticamente inutilizzabili, confuse nella massa delle carte che affollano i magazzini. Ci sarebbe un modo, certamente, per non rendere inutile il lavoro svolto - in condizioni, lo ripetiamo, d'indicibile difficoltà, rischio e fatica - da finanzieri, carabinieri e poliziotti. Basterebbe memorizzare tutti i dati, raccoglierli centralmente ed inserirli in una banca-dati elettronica […] Allora avrebbero un senso le indagini sull'appalto da un milione. Allora le indagini di routine non servirebbero ad ostacolare quelle veramente essenziali, allora veramente si potrebbe cominciare a tirar fuori, uno dopo l'altro i miliardi della mafia. Ma la banca-dati non c'è. Chinnici - perché non parlate della banca-dati, percristo, alle celebrazioni di Chinnici? - la chiedeva disperatamente, la banca-dati; non c'è magistrato impegnato, a Palermo, che prima o poi non ti porti ansiosamente il discorso sulla banca-dati. &lt;br /&gt;&lt;i&gt;[Riccardo Orioles, Storie di bombe, di miliardi e di una banca dati che non c’è, in I Siciliani, n. 8 settembre 1983]&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-7443431476338200157?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7443431476338200157'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7443431476338200157'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/02/la-mafia-e-le-sue-collusioni-con-la.html' title='La mafia e le sue collusioni con la politica e l’imprenditoria siciliana'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S2_zKYFcHFI/AAAAAAAAAQc/GIULQh5AzCE/s72-c/cavalieri.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-49344128275731026</id><published>2010-01-22T10:13:00.007+01:00</published><updated>2010-02-08T12:14:33.911+01:00</updated><title type='text'>I servizi e le inchieste del primo anno (1983-1984)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1lvn0BhDlI/AAAAAAAAAQU/yuSJh60Uiiw/s1600-h/28.png" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1lvn0BhDlI/AAAAAAAAAQU/yuSJh60Uiiw/s320/28.png" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Il giornale si caratterizzò subito per la corposa presenza di inchieste. Ogni inchiesta era curata nei minimi dettagli, un servizio “vecchio stampo”, che poteva arrivare anche a più di venti pagine. Essendo un mensile, l’informazione de I Siciliani doveva essere votata all’approfondimento ma, nello strano panorama editoriale regionale, il giornale di Fava si ritrovava spessissimo ad essere l’unico &lt;br /&gt;a scrivere certe notizie e a fare inchieste su alcuni argomenti:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“Quel silenzio informativo, prima e anche dopo che lo uccidessero, fece paradossalmente la “fortuna” del nostro giornale mensile: I Siciliani si faceva forte del fatto che gli altri non pubblicavano le notizie. Facevamo scoop per silenzio e omissioni altrui”&lt;br /&gt;[&lt;i&gt;Antonio Roccuzzo in La maestra e il diavolo&lt;/i&gt;].&lt;/blockquote&gt;A Giuseppe Fava bisogna attribuire le inchieste più importanti del primo anno. Tutte inchieste atte a far conoscere i veri potenti della regione e di Catania in particolare. Altre inchieste di grande interesse furono condotte dai giornalisti Claudio Fava, Miki Gambino, Riccardo Orioles e Antonio Roccuzzo, sempre sotto la supervisione di Giuseppe Fava, loro maestro e direttore.&lt;br /&gt;I servizi rilevanti furono quelli sulla mafia, nelle molteplici vesti e forme (mafia affari e politica, mafia e banche, mafia e camorra), sulla Giustizia e il “Caso Catania”, sullo stanziamento dei missili nucleari nelle Basi Nato siciliane  e sul fallimento del sogno industriale regionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era una rivista molto seria ma mai stancante. In questo il linguaggio e la grande sensibilità del direttore, giocavano un ruolo essenziale. Anche i servizi più pesanti, dal punto di vista psicologico, come quelli sulle stragi di mafia, diventavano il pretesto per uno sguardo talvolta ironico del drammaturgo Fava. Un giornalismo votato al racconto, alla narrazione di storie umane, al rispetto di ogni vita spezzata, alla ricerca del vero volto dei siciliani, ma anche provocatorio e grottesco. Così l’ennesimo funerale di Stato per Fava diventava l’occasione di parlare di quel signore, di mestiere becchino, che lavorava sempre a quei funerali così uguali a se stessi dove erano presenti le massime cariche di uno Stato assente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Erano state numerose le trovate letterarie che Fava aveva ideato durante quel primo anno di vita del giornale, come l’invenzione  e la pubblicazione dei  verbali segreti della mafia [&lt;i&gt;Giuseppe Fava, I verbali della mafia, I  Siciliani, Marzo 1983&lt;/i&gt;], l’inchiesta ironica su quanto costa un buon killer [descritti da Fava come “elemento di serena moderazione degli eccessi politici e di giusto equilibrio dei turbamenti sociali,[…] normale strumento di lavoro: di solito sono uomini politici, manager industriali, grandi operatori economici, i quali hanno una vera e proprio uscita in bilancio alla voce: spese varie e di ammortamento”. &lt;i&gt;Giuseppe Fava, Quanto costa un buon killer?, I Siciliani, Luglio 1983&lt;/i&gt;], fino alla teatrale messa in scena di una fantomatica arringa in difesa di un cavaliere mafioso [L’avvocato difensore di un cavaliere accusato di associazione mafiosa termina la sua arringa con queste parole: “Eccellentissimi, io vi chiedo perdono, forse voi appartenete a quella tale minoranza di imbecilli di questa nazione, i quali ancora lottano e credono che nella vita di ogni uomo si possa affermare il suo reale merito, e che ci sia un ideale morale di vivere. In tale ipotesi, chiedendovi di assolvere il qui presente cavaliere, io vi chiedo sinceramente perdono!” &lt;i&gt;Giuseppe Fava, Arringa in difesa di un cavaliere mafioso, I Siciliani, Ottobre 1983&lt;/i&gt;]. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scriveva Sebastiano Addamo a proposito dello stile della scrittura di Giuseppe Fava nelle inchieste de I Siciliani:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Più raro è invece il passaggio dal giornalismo alla letteratura. È avvenuto con Giuseppe Fava che nacque giornalista, e, del giornalista, seguì dapprincipio la sua vicenda più pura: la cronaca. L’esigenza di dire di più, di dire altro e in altro modo, la necessità di raccontare con più larghezza e più profondità, o di andare al di là della cronaca a seguire il filo teso dell’immaginario, lo avrà potuto condurre verso altre forme di espressione, a anche al romanzo. Perciò la differenza tra il suo essere giornalista e il suo essere narratore, non sta nella differenza tra una scrittura che riporta, e una scrittura che inventa. Inventare, del resto, significa più propriamente trovare: trovare tra le pieghe della cronaca, nel suo fondo sordido e amaro, quelle verità che essa cela e vanno rivelate, anche se non c’è alcunché che le sorregga. Il cronista si fa romanziere per la violenza stessa della cronaca. Questa cronaca virulente e imperversante, per Giuseppe Fava è stata la mafia.&lt;/blockquote&gt;Una scrittura che parlava alla gente, con un linguaggio sempre diretto, senza la ricerca di frasi auliche ad effetto, atta a sensibilizzare e continuare quella che doveva essere una riscossa culturale del popolo siciliano intero. Uscirono in edicola, sotto la direzione di Pippo Fava, dei numeri sempre bilanciati: accanto alle inchieste “pesanti” ecco le inchieste sulla donna e l’amore nel sud, le inchieste gastronomiche per le vie del buon mangiare siciliano, i servizi sul Catania in serie A e le storie degli sport minori siciliani, ma anche tanta cultura, con racconti, cinema, teatro e musica. Nel giornale erano presenti anche degli inserti, come quello fotografico, quello turistico, e quello dei fumetti. Centosessanta pagine diventate duecento nel corso dell’anno, pulsanti di cultura e vita siciliana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da dicembre 1982 a gennaio 1984 furono pubblicati undici numeri [il primo uscì il 22 dicembre 1982 e fu ristampato tre volte poiché le copie si esaurirono nel giro di una settimana e dunque il numero 2 dovette uscire nel febbraio 1983. Nell’agosto di quell’anno I Siciliani non uscì e a dicembre furono pubblicati in numero doppio il 10 e l’11].&lt;br /&gt;Una prima quantificazione dei contenuti della rivista durante il primo anno ha dato i seguenti risultati: su un totale di 314 servizi, il 41% riguarda i 4 settori indicati nell’indice come Attualità – Politica – Economia – Giustizia. Sono per lo più lunghi servizi, collocati nella prima parte del giornale e che occupano circa la metà delle pagine di ogni numero.&lt;br /&gt;Il restante 59% riguarda altri settori: Spettacolo (54 servizi), Cultura (38), Turismo (29), Costume (22), Natura (14), Umorismo (11), Sport (6) e curiosità varie (10).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’interno dei primi quattro settori&amp;nbsp; sono state individuate alcune macro aree tematiche:&lt;br /&gt;- il tema della collusione fra Mafia, Imprenditoria e Politica, centrale in 42 servizi e presente comunque con frequentissimi richiami anche in molti altri;&lt;br /&gt;- il tema della difficile amministrazione della giustizia in Sicilia, cui furono dedicati specificamente 26 servizi;&lt;br /&gt;- il problema dell’installazione dei missili Cruise a Comiso, oggetto di inchieste e riflessioni in 16 articoli;&lt;br /&gt;- il tema dello sviluppo economico della Sicilia e in particolare delle storture della industrializzazione dell’isola, affrontato in 11 articoli.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;Furono soprattutto questi i temi su cui il giornale condusse le sue inchieste e le sue battaglie principali, i temi che costituirono l’asse portante su cui I Siciliani costruì la sua identità mediatica e ideologica, la sua fisionomia di giornale teso con le sue denunce a dare un concreto contributo per frenare violenza e criminalità, corruzione e illegalità dilaganti.&lt;br /&gt;E’ importante però far notare che la differenza tra le macro aree tematiche non è netta, anzi spesso esse s’intrecciano tra loro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-49344128275731026?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/49344128275731026'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/49344128275731026'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/i-servizi-e-le-inchieste-del-primo-anno.html' title='I servizi e le inchieste del primo anno (1983-1984)'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1lvn0BhDlI/AAAAAAAAAQU/yuSJh60Uiiw/s72-c/28.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-7138524703205456785</id><published>2010-01-21T13:07:00.004+01:00</published><updated>2010-01-21T14:54:48.672+01:00</updated><title type='text'>I redattori de I Siciliani</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1hIimxwQAI/AAAAAAAAAQM/fNoBRZCBw5Y/s1600-h/29.png"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 206px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1hIimxwQAI/AAAAAAAAAQM/fNoBRZCBw5Y/s320/29.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5429169110157115394" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il nucleo fondatore della rivista I Siciliani proveniva, come si è detto, dall’esperienza del Giornale del Sud ed era formato da Elena Brancati, Cettina Centamore, Claudio Fava, Miki Gambino, Giovanni Iozzia, Rosario Lanza, Riccardo Orioles, Nello Pappalardo, Giovanna Quasimodo, Antonio Roccuzzo, Fabio Tracuzzi, Lillo Venezia.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Erano per lo più ventenni, alcuni con esperienze politiche, soprattutto nell’ambito della sinistra, ad esclusione di Fabio Tracuzzi che era di destra, altri semplicemente con interessi culturali e sportivi, ma tutti animati dal grande desiderio di diventare giornalisti. &lt;br /&gt;Per la maggior parte di loro l’esperienza al Giornale del Sud fu il primo vero approccio col mondo dell’informazione. Ci furono inoltre dei collaboratori:  Nanni Maione, Tiziana Pizzo, Agrippino Gagliano, Vittorio Lo Giudice, Gaetano Caponetto, Fortunato Grosso, Giusy Cadullo, Carmelo Maiorca, Roberto Milone, Ornella di Blasi, Antonio Speranza; intellettuali siciliani di spicco come, Sebastiano Addamo, Vincenzo Consolo, Michele Pantaleone; disegnatori e vignettisti di grande talento come Bruno Caruso, Alfonso Cucinelli, Gianni Allegra, Franco Donarelli, Amalia Bruno, Salvatore Terracchio, Francesco Giordano, Francesco Cogliandolo, Bruno Ferrigni; i fotografi: Salvatore Magrì, Giovanni Caruso, Serafino Costanzo, Salvo Lupo, Agata Ruscica, Mario Torrisi, Franco Zecchin, Ettore Martinez, Letizia Battaglia, Nunzio Bruno, Maurizio Avolino, Ezio Costanzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non di tutti è stato possibile raccogliere le testimonianze. Tuttavia sono state realizzate le interviste al gruppo centrale di redattori che furono accanto a Fava al Giornale del Sud, furono protagonisti al pari del loro direttore dell’esperienza de I Siciliani e soprattutto continuarono dopo la morte di Fava a tener viva la rivista. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Elena Brancati.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Nipote di Vitaliano Brancati, conosceva Giuseppe Fava da diversi anni e quando le venne  proposto di entrare al Giornale del Sud accettò entusiasta e si occupò del settore spettacolo.&lt;br /&gt;Nella redazione de I Siciliani, oltre a coordinare il settore spettacolo, svolse diversi ruoli tra cui quello di redattrice del “turistico” e firmò anche servizi di altra natura come l’inchiesta sulla donna e l’ amore nel sud.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Cettina Centamore.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Assunta inizialmente al Giornale del Sud come correttrice di bozze, svolse numerosi ruoli tecnici e giornalistici, dal richiamo di prima pagina alla verifica degli articoli di Fava. L’incontro col direttore avvenne quando si accorse che un articolo stava per essere impaginato pur essendo stato già pubblicato tempo prima. Fu ricevuta da Fava e lo avvertì dell’errore. Dopo quell’incontro iniziò a lavorare a stretto contatto col direttore. Nella redazione de I Siciliani si occupò sempre della gestione tecnica, fungendo da tramite tra i redattori e i tipografi e occupandosi direttamente della fotocomposizione. Inoltre divenne presidentessa della cooperativa Radar e svolse dunque il delicato ruolo di amministratrice delle poche finanze a disposizione, occupandosi personalmente del pagamento di tipografi e fornitori.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Claudio Fava.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Figlio del direttore, entrò a far parte del Giornale del Sud nel giorno del suo compleanno, all’età di 23 anni. Aveva già collaborato con Espresso Sera dal ‘75 al ’78 diventando pubblicista, poi con Antenna Sicilia occupandosi di cronaca. Al Giornale del Sud continuò come capo della redazione di cronaca nera, dove incontrerà i suoi futuri compagni. All’interno dei I Siciliani ebbe, come tutti, diverse mansioni. Si occupò soprattutto di inchieste pesanti: mafia e giustizia, ma anche politica, natura, industria. Insieme a Riccardo Orioles, curò il progetto grafico disegnando le pagine della rivista e occupandosi dell’impaginazione. Quando suo padre fu ucciso diventò il direttore responsabile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Miki Gambino.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Iniziò a scrivere giovanissimo per il settimanale Antenna Sud legato ad una televisione privata, Sirio 55, diretta dal futuro presidente della regione Nello Musumeci. Per incompatibilità politica decise di andar via, iniziando una collaborazione nel settore dello sport con Espresso Sera.&lt;br /&gt;Quando venne a sapere della nascita del Giornale del Sud, si presentò a Fava che lo incaricò di una piccola inchiesta sull’aborto a Catania. Realizzata l’inchiesta Fava gli comunicò, come accadrà anche ad altri redattori, che “in fondo a destra” c’era la stanza della cronaca ad aspettarlo.  &lt;br /&gt;A I Siciliani inizialmente si occupò di inchieste di costume, per poi approdare rapidamente ad argomenti più impegnativi. Sua e di Claudio Fava l’inchiesta sulle tangenti dell’assessorato all’agricoltura. In seguito, dopo la morte del direttore, si occupò quasi esclusivamente di mafia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giovanni Iozzia. &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Entrò a far parte del Giornale del Sud grazie ad una segnalazione del suo professore di Lettere al liceo, amico di Giuseppe Fava. Si occupò di spettacolo sia al Giornale del Sud che a I Siciliani dove lavorò soprattutto nel primo anno. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Rosario Lanza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Finiti gli studi liceali, bussò alla porta del Giornale del Sud, dove, come gli altri, trovò posto nella redazione di cronaca nera e si occupò soprattutto di giudiziaria. &lt;br /&gt;Nella redazione de I SICILIANI continuò a scrivere di giudiziaria, ma spaziò anche in altri settori come lo sport.  Curò inoltre “l’ufficio” abbonamenti postali e per far fronte ad alcune spese ricorda di aver dovuto vendere anche il suo amato motorino. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Riccardo Orioles. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;“Metà messinese e metà palermitano”, dopo dieci anni di militanza politica, anche tra le file di Lotta Continua, a trent’anni vinse una borsa di studio per il praticantato che decise di svolgere al Giornale del Sud, dopo aver conosciuto Giuseppe Fava.&lt;br /&gt;La sua aspirazione era di occuparsi di Esteri, ma Fava senza battere ciglio lo informò: “in fondo a destra c’è la stanza della cronaca nera”. A I SICILIANI si occupò del progetto grafico e di impaginazione, insieme a Claudio Fava. Come giornalista scrisse i pezzi che accompagnavano il “Fotografico”1, si occupò di inchieste pesanti, mafia e politica soprattutto, e seguì le vicende di Comiso.&lt;br /&gt;All’interno della redazione dopo la morte del direttore sarà una delle menti più lucide che affronterà lo scontro politico e guiderà il giornale.&lt;br /&gt;Chiusa l’esperienza de I Siciliani contribuì alla nascita e allo sviluppo del settimanale Avvenimenti. Nel 1998 ha creato la Catena di San Libero, e-zine elettronica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Nello Pappalardo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Entrò a far parte del Giornale del Sud perché chiamato da Giuseppe Fava che lo aveva conosciuto grazie al suo impegno per il teatro civile. Al quotidiano si occupò di cultura e spettacoli insieme a Giovanni Iozzia ed Elena Brancati. Anche a I SICILIANI continuò ad occuparsi dello stesso settore, contribuendo a dar respiro alla rivista. Restò a I Siciliani fino alla chiusura, nel 1986. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giovanna Quasimodo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Altro nome illustre della redazione, nipote di Salvatore Quasimodo, approdò, chiamata da Giuseppe Fava, al Giornale del Sud dopo aver lavorato per Telecolor e si occupò di cronaca giudiziaria. In un primo momento fu la presidentessa della cooperativa Radar. Come giornalista, a I Siciliani scrisse  alcuni servizi di costume e di argomento politico ed economico, come l’inchiesta sul sogno fallito dell’industria in Sicilia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Antonio Roccuzzo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Anche lui come gli altri redattori si sentì dire da Giuseppe Fava: “In fondo a destra c’è la porta della cronaca, di’ che ti mando io”. Un paio di giorni prima, come prova, gli era stato assegnato un articolo di colore su un morto ammazzato durante le festività della madonna del Carmelo. Il pezzo fu materialmente cestinato, tuttavia gli fu indicata la porta della redazione della cronaca nera.&lt;br /&gt;A I Siciliani, oltre a curare numerose relazioni pubbliche, si occupò di inchieste giudiziarie: suoi gli articoli sulla procura di Catania. Dopo la chiusura del giornale ha scritto per varie testate come il Manifesto ed altre del gruppo editoriale l’Espresso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Fabio Tracuzzi.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Messinese di nascita, catanese di adozione. Arrivò al Giornale del Sud chiamato da Pippo Fava conosciuto a La Sicilia dove entrambi avevano lavorato. Si occupò del settore sportivo, ambito che curerà anche all’interno de I Siciliani. Fu l’unico di destra in un gruppo di ragazzi di sinistra, ma ciò non comporterà mai problemi, anzi. Dopo l’esperienza ne I Siciliani, girerà varie testate anche fuori dalla Sicilia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Lillo Venezia.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;“Corrispondente” da Roma per il Giornale del Sud, nella capitale collaborò a Lotta Continua e fu protagonista nell’esperienza della rivista satirica Il Male. Tornato a Catania decise di aderire a I Siciliani dove si occupò soprattutto di interviste tra cui l’ultima rilasciata da Rocco Chinnici. Fece parte del consiglio di amministrazione della Radar e si occupò di svariate mansioni tecnico-amministrative. La sera del 5 gennaio 1984, a casa della signora Roccuzzo quando, dopo la morte di Fava, i redattori del giornale si incontrarono, fu uno dei primi ad esprimere con forza la necessità di stampare con urgenza il numero di gennaio e quindi di andare avanti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-7138524703205456785?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7138524703205456785'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7138524703205456785'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/i-redattori-de-i-siciliani.html' title='I redattori de I Siciliani'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1hIimxwQAI/AAAAAAAAAQM/fNoBRZCBw5Y/s72-c/29.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-2124292535739570024</id><published>2010-01-18T18:17:00.007+01:00</published><updated>2010-01-18T18:59:49.609+01:00</updated><title type='text'>I Siciliani: Direttore Giuseppe Fava 1983-1984</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1SdWV2c1OI/AAAAAAAAAQE/rcpUidX1rkA/s1600-h/Immagine+2.png"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 226px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1SdWV2c1OI/AAAAAAAAAQE/rcpUidX1rkA/s320/Immagine+2.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5428136458036499682" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La storia de I Siciliani inizia negli stessi giorni del licenziamento di Fava dalla direzione del Giornale del Sud. Si era parlato durante l’anno, tra le scrivanie della redazione del quotidiano, della possibilità di fondare insieme un nuovo periodico. Il sogno di Fava e dei suoi ragazzi era un giornale libero, popolare, senza padroni, edito e gestito da una cooperativa, in maniera che la proprietà fosse degli stessi giornalisti che ci lavoravano. Per questa idea i redattori cominciarono a riunirsi dal dicembre dell’1981,  lavorando al progetto editoriale durante tutto l’anno seguente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fava e i suoi ragazzi avrebbero voluto dare vita ad un settimanale o ad un quotidiano ma, visto le condizioni economiche di partenza, optarono per la scelta del mensile. Venne rilevata la cooperativa RADAR, una vecchia cooperativa di cui Pippo Fava era già membro, in cui entrarono tutti i giornalisti che gli erano stati accanto nell’esperienza del quotidiano catanese e che si erano battuti per lui nella scelta della proprietà di sollevarlo dall’incarico. Ricordiamo quei giornalisti, nucleo fondatore de I Siciliani: Elena Brancati, Cettina Centamore, Claudio Fava, Miki Gambino, Giovanni Iozzia, Rosario Lanza, Riccardo Orioles, Nello Pappalardo, Giovanna Quasimodo, Antonio Roccuzzo, Fabio Tracuzzi e Lillo Venezia. Non avevano più uno stipendio, ma avevano adesso un loro giornale per essere padroni delle loro scelte e della loro storia. Tutti non avevano avuto nessun dubbio a seguire il loro direttore.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;La cooperativa richiese e ottenne un fido regionale da duecentocinquanta milioni, con cui furono acquistate due rotative da un’asta in Svizzera, firmando delle cambiali. Avevano affittato uno scantinato ai piedi dell’Etna, a S.Agata li Battiati, dove installarono la tipografia (macchine e computer e un piccolo studio fotografico), e dove fu organizzata la redazione. Per dare una copertura economica al progetto avevano predisposto una tipografia commerciale al fine di racimolare qualche soldo in previsione del lancio del giornale. Per rodare le macchine lavorarono per qualche tempo a Walkie Talkie, un giornale in lingua inglese indirizzato agli americani della Base Nato di Sigonella. Parallelamente la cooperativa si dedicava anche ad altri piccoli lavori tipografici. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bisognava aspettare il momento giusto per partire con l’esperienza: &lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“A fine novembre, Pippo Fava arriva in redazione […] e fa: “Ragazzi, si fa il giornale”. “Quando?” “Con quali soldi?” “Io faccio il pezzo sulla Procura!” “Come lo chiamiamo?” “Io ho un’idea per il pezzo di colore” “Ma i soldi...”.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;[La redazione de I Siciliani, Un uomo, I Siciliani, Gennaio 1984]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Entro la fine del 1982 I Siciliani doveva essere in edicola. Quella di Pippo Fava era stata una forzatura sul piano dei tempi ma profetica, una mossa doverosa alla luce dei fatti di sangue di quell’anno: l’omicidio dalla Chiesa, che poco prima di essere ucciso aveva pubblicamente additato i cavalieri del lavoro di Catania di collusione con la mafia, e la strage della circonvallazione di Palermo, dove era stato ucciso il boss catanese Alfio Ferlito. Di questi due omicidi era stato incriminato Nitto Santapaola, boss della mafia catanese, già latitante, ma in “amicizia” da mesi con i suddetti cavalieri. Quello era il momento giusto per Pippo Fava per portare alla ribalta Catania, città in cui ancora si diceva che la mafia non esistesse sebbene fosse stata scossa dall’“Effetto dalla Chiesa”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;“Aveva ragione lui – ricorda Antonio Roccuzzo – non esisteva una testata che parlasse di Palermo e di Catania in modo organico. Non c’era un giornale che raccontava i fatti per quello che erano, che faceva inchieste e approfondimenti sulla realtà siciliana” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Antonio Roccuzzo interv. in L.Mirone, Gli insabbiati&lt;/span&gt;]. Tutto l’anno 1982 fu dedicato al lavoro per il giornale: furono mesi di grande dedizione, appagati, alla vigilia di Natale, dall’uscita nelle edicole del mensile che le macchine tipografiche avevano stampato. I Siciliani, anno I numero 1: una grande inchiesta sui “Quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, un servizio sulla difficoltà del mestiere dei giudici in Sicilia, e  “L’amore e la donna nel sud”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il metodo e la formazione dei giornalisti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pippo Fava per quei ragazzi che iniziarono con lui l’avventura de I Siciliani fu innanzitutto un maestro di vita e di giornalismo. L’impronta che Fava impresse sulla vita di ogni ragazzo fu fortissima; tutti ancora portano con sé quella straordinaria esperienza, tradotta ormai in una enorme coerenza nella propria professione. Erano insegnamenti continui quelli del direttore ai suoi giornalisti, ma sempre informali: se ne parlava al bar, si discuteva di occhielli e box tra un caffé e l’altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti i giornalisti avevano iniziato dalla cronaca nera. A chi si era presentato proponendo una collaborazione per gli esteri, Pippo Fava aveva declinato, e sorridendo aveva detto: “in fondo a destra c’è la cronaca nera, dì che ti mando io!”. La cronaca nera fu una palestra di vita; fu così che da una ingenuità a un’altra si cominciò a parlare di mafia a Catania, di una criminalità ben organizzata, evidente, tracciata seguendo la mappa delle famiglie vincenti, degli scontri fra clan, dei morti ammazzati nei quartieri popolari. I giornalisti redigevano così cronache e inchieste minuziose, sempre corredate dai nomi e cognomi dei mafiosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La lezione più importante era stata quella di affezionarsi alle cronache, parlandone con un profondo rispetto, immedesimandosi per capire la disperazione che c’è dietro ogni essere umano e ogni vita. Raccontare le storie, iniziando sempre dai personaggi e dagli uomini, narrando semplicemente attraverso immagini, come in una carrellata cinematografica, che produceva alla fine una cronaca dal gusto letterario. Fava cercava di stimolare nei giovani la curiosità per l’uomo che c’era dietro ogni notizia, cercando di trovare il “punto titolo” più efficace, di appassionare i lettori, attraverso anche una fruizione di articoli che sebbene parlassero di argomenti impegnativi non risultassero pesanti da leggere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Fava mostrava ai suoi giornalisti il bisogno di una grande autonomia e libertà nella professione. Ognuno doveva essere in grado, un domani, di potersi fare un giornale da solo. Fava insegnava a quei ragazzi la libertà di contare solo sulle proprie conoscenze, senza subordinazioni e senza ossequi. Per questo propose la cooperativa come strumento di autonomia professionale e “impose” ai giornalisti di imparare ad utilizzare i terminali, uno dei lavori manuali più umili, all’epoca illegale perché era vietato dal sindacato. Quel tempo utilizzato ad imparare come funzionavano i computer non era tempo perso, era un mezzo di libertà che i redattori si conquistavano3. E con I Siciliani erano proprio i giornalisti ad essere editori del giornale; ciò che garantiva per Fava la libertà assoluta di informazione e il primo fondamentale passo per la ricerca della verità.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-2124292535739570024?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2124292535739570024'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/2124292535739570024'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/i-siciliani-direttore-giuseppe-fava.html' title='I Siciliani: Direttore Giuseppe Fava 1983-1984'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1SdWV2c1OI/AAAAAAAAAQE/rcpUidX1rkA/s72-c/Immagine+2.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-5755426291895684936</id><published>2010-01-15T11:57:00.003+01:00</published><updated>2010-01-15T12:09:54.306+01:00</updated><title type='text'>La mafia in Sicilia all'inizio degli anni Ottanta</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1BM-gJkbQI/AAAAAAAAAPg/ZRSz1vUi-HE/s1600-h/generale-dalla-chiesa1.png"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 233px; height: 320px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1BM-gJkbQI/AAAAAAAAAPg/ZRSz1vUi-HE/s320/generale-dalla-chiesa1.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5426922187647118594" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il periodo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta fu definito come la stagione di mafia più cruenta. Furono uccisi esponenti di qualsiasi grado delle istituzioni. L’avviso era chiaro: nessuno doveva mettersi in mezzo. Nel giro di pochi anni vennero colpiti giudici (Cesare Terranova 1979, Gaetano Costa 1980 e Rocco Chinnici 1983), politici di primissimo piano come Piersanti Mattarella, democristiano, appena nominato presidente della Regione Sicilia e Pio La Torre, 1982, segretario regionale del PCI, da sempre attivo nella lotta antimafia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Repubblica, 10 agosto 1982&lt;/span&gt;]. Queste erano state le parole del nuovo prefetto di Palermo, il generale dalla Chiesa, spedito in Sicilia a combattere la mafia dopo essere stato determinante nella lotta al terrorismo.  “Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza” rispondeva dalla Chiesa alle domande dell’inviato Giorgio Bocca di Repubblica. Il generale era fiducioso che quei “poteri speciali” di coordinamento nazionale potessero arrivare presto. Non arrivarono mai. E lui circa un mese dopo morì, in una delle stragi mafiose sfortunatamente famose e ancora ricordate dall’opinione pubblica italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo Alberto dalla Chiesa era già stato in Sicilia tra il 1966 e il 1973, anni in cui era venuto a conoscenza della mafia agricola, alla guida della quale vi era Luciano Liggio. Una mafia, che tornato in Sicilia gli sembrava profondamente cambiata: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E’ finita la mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso? &lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Dalla Chiesa accennava ai quattro cavalieri del lavoro catanesi Costanzo, Graci, Rendo e Finocchiaro, ricchissimi imprenditori in odor di collusione con la mafia. Seguiva questa pista il prefetto di Palermo che doveva combattere la mafia, attestava che la geografia di Cosa nostra stava cambiando, che aveva annesso la città di Catania, dove indisturbati e impuniti facevano affari politici, imprenditori, mafiosi, ai margini dei quali una parte della magistratura non svolgeva il proprio compito. Voleva poteri speciali dalla Chiesa, anche per scendere a fondo nei conti di quelle imprese che costruivano grandi opere in tutta la Sicilia, avide come pescecani, non lasciando nessun appalto libero dalla loro gestione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mafia stava cambiando: più potente grazie agli accordi politici, ricchissima dopo essere diventata gestrice mondiale del traffico di droga e con nuove prospettive di allargamento e nuovi strumenti come il riciclaggio e la gestione degli appalti. E puntava sempre più in alto, con la necessità primaria di tessere rapporti con la finanza internazionale e con la politica mondiale. Continuava dalla Chiesa: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalla Chiesa fu ucciso il 3 settembre del 1982, dopo appena cento giorni dall’inizio del suo mandato, in viale Isidoro Carini a Palermo. Fu accusato della strage il boss catanese Benedetto Santapaola che già aveva cominciato la latitanza nel giugno dello stesso anno, incriminato per la strage della circonvallazione di Palermo, dove Alfio Ferlito, capo-mafia catanese nemico dei Santapaola, e tre carabinieri addetti alla scorta vennero barbaramente uccisi [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ancora sull’intervista di Bocca a dalla Chiesa, rilasciata a La Repubblica&lt;/span&gt;].&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;br /&gt;“Scusi la curiosità, generale – chiede Giorgio Bocca –  Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell’agguato sull’autostrada, quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell’assessore ai lavori pubblici di Catania?” “Si”, rispose dalla Chiesa”.&lt;/blockquote&gt; &lt;br /&gt;Eppure, qualche mese prima, Santapaola continuava a regnare indisturbato a Catania. Ci sono due istantanee di quella Catania di inizio anni Ottanta; quella città dove il potere politico, il potere economico e il potere mafioso lavoravano in perfetta armonia, coesistendo serenamente, scambiandosi cortesie vicendevolmente. La prima è una foto in cui il prefetto etneo Abatelli rende omaggio con la sua presenza all’inaugurazione del nuovo salone automobilistico di Santapaola. La seconda foto fu scattata all’inaugurazione del negozio di abbigliamento del boss mafioso Rosario Romeo, “ritratto con Santapaola, il sindaco di Catania Salvatore Coco, il presidente della Provincia Giacomo Sciuto, il deputato regionale socialdemocratico Salvatore Lo Turco, il segretario provinciale del Psdi Antonello Longo, il dirigente del servizio sanitario della casa circondariale di Catania Franco Guarnera, il medico chirurgo Raimondo Bordonaro, poi arrestato per traffico di droga e armi, il consigliere comunale Salvatore Di Stefano, i due nipoti del cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo – Giuseppe e Vincenzo – e il genero del cavaliere del lavoro Gaetano Graci, Placido Filippo Aiello” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;N. dalla Chiesa, Storie, p.9&lt;/span&gt;]. Storia ormai, di una città in cui non era necessario cercarsi le verità tanto erano lampanti. La mafia era lì, impunita, a stringere accordi e protezioni. Eppure non se ne faceva parola.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-5755426291895684936?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/5755426291895684936'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/5755426291895684936'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/la-mafia-in-sicilia-allinizio-degli.html' title='La mafia in Sicilia all&apos;inizio degli anni Ottanta'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S1BM-gJkbQI/AAAAAAAAAPg/ZRSz1vUi-HE/s72-c/generale-dalla-chiesa1.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-4503477232756368715</id><published>2010-01-08T23:24:00.003+01:00</published><updated>2010-01-10T05:00:55.350+01:00</updated><title type='text'>Giornalista in Sicilia, un mestiere difficile</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0ezNkW-d3I/AAAAAAAAAPY/Af3Uynw5hDI/s1600-h/typewriter.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0ezNkW-d3I/AAAAAAAAAPY/Af3Uynw5hDI/s320/typewriter.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5424501321870767986" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“La Sicilia è la regione d’Europa con la più densa storia di giornalismo militante e civile: ben otto giornalisti sono stati uccisi qui nell’esercizio del loro mestiere. Contemporaneamente, la Sicilia è la regione in cui l’informazione ufficiale è meno pluralista e articolata: da ben prima di Berlusconi, qui, i media sono soggetti a un monopolio (Ciancio e soci) sempre più pervasivo e assoluto”. &lt;br /&gt;Riccardo Orioles&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Tra il 1960 e il 1993  in Sicilia sono stati uccisi otto giornalisti nell’esercizio del proprio lavoro. Otto uomini, otto storie cittadine e di provincia, di professionisti assassinati, sequestrati, alcuni “suicidati” per inganno. È la storia di un’altra stampa in Sicilia, una scuola di un grande giornalismo antimafia e d’inchiesta. Uomini caduti nella quotidiana lotta al sistema mafioso, giornalisti militanti che, assumendosi le proprie responsabilità, vedevano nell’esercizio della professione un unico scopo, politico e sociale, incrinare il sistema mafioso, per  rendere possibile un cambiamento culturale, per svegliare le coscienze assopite, per uscire da una subalternità secolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti i giornalisti uccisi si sono contraddistinti per le loro inchieste sui poteri mafiosi; inchieste che difficilmente avevano spazio nell’informazione ufficiale. Due giornali principalmente, L’Ora e I Siciliani, ospitavano questi servizi giornalistici; dopo il 1996 nessuna di queste due testate è riuscita a sopravvivere nel panorama editoriale siciliano. Dietro ogni morto lo stesso meccanismo: la delegittimazione, i depistaggi, le calunnie. Solo dopo decenni è stato possibile accertare alcune responsabilità, sebbene per alcuni di questi morti ancora non si conoscano i mandanti e gli esecutori. “Una coincidenza? O la dimostrazione di trovarsi in una regione, in uno Stato a democrazia limitata, dove la libertà di informazione è stata sempre mal tollerata?” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Luciano Mirone, Gli insabbiati, Roma, Castelvecchi, 1999, p. 7&lt;/span&gt;]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Cosimo Cristina&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Corrispondente da Termini Imerese (PA) del quotidiano palermitano L’Ora. Collaboratore dell’Ansa, del Corriere della Sera e del Giorno. Cinque mesi prima della morte aveva fondato e diretto, insieme al collega Giovanni Capuzzo, il periodico Prospettive Siciliane. Con questo editoriale aveva inaugurato il nuovo giornale: &lt;br /&gt;“Con spirito di assoluta obiettività, in piena indipendenza da partiti e uomini politici, ci proponiamo di trattare e discutere tutti i problemi interessanti la nostra Isola, avendo come nostro motto: “Senza peli sulla lingua”. E poiché riteniamo che premessa indispensabile per ogni opera di rinnovamento sia la moralizzazione, denunzieremo quindi ogni violazione ai principi di onestà amministrativa e politica, sicuri anche in questo di interpretare i sentimenti e le aspettative di un popolo di antica saggezza” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Prospettive siciliane, dicembre 1959 cit. in L. Mirone, Gli insabbiati&lt;/span&gt;]. &lt;br /&gt;Dalle colonne del nuovo periodico Cristina aveva riaperto il caso Tripi, l’uccisione nel 1957 di un personaggio della malavita di Termini Imerese, e aveva scoperto importanti retroscena riguardo sia al suddetto delitto che sui collegamenti ad una serie di omicidi avvenuti nella stessa zona. Cristina fu ritrovato morto il 5 maggio del 1960 lungo i binari della ferrovia. Il caso venne archiviato dai magistrati come suicidio. Non venne ordinata un’autopsia e non gli venne celebrato il funerale. Anni dopo il questore Mangano riaprì le indagini sostenendo la tesi dell’omicidio di mafia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Mauro De Mauro&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Uno dei più importanti giornalisti d’inchiesta de L’Ora e tra i più bravi cronisti d’investigazione della storia del giornalismo italiano. Giornalista poliedrico: scrive di cronaca giudiziaria, di cronaca nera, di società e nell’ultimo periodo anche di sport. Insieme a Felice Chilanti scrive il “Rapporto sulla Mafia” del 1963. Nel 1967 invece firma “Tutti gli uomini della droga”, inchiesta d’impianto investigativo. Il 16 settembre del 1970 viene sequestrato. Il suo corpo non sarà più ritrovato. De Mauro era considerato uno che sapeva troppo; prima di essere rapito stava lavorando ad alcune inchieste importanti, ed in questi lavori andava ricercato il movente della sua morte. Le piste più battute furono quelle relative al traffico di droga e quelle riguardanti il lavoro di ricostruzione degli ultimi giorni di Enrico Mattei in Sicilia (commissionatogli dal regista Francesco Rosi). Nel 2005 il tribunale di Palermo chiuse l’inchiesta, risolvendo così anche un mistero durato 35 anni. L’uccisione di De Mauro fu commissionata dal clan dei corleonesi poiché il giornalista era venuto a conoscenza dei sostegni armati che la mafia aveva offerto a Borghese, ex comandante della X-Mas, per il suo progetto di colpo di Stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giovanni Spampinato&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Giornalista corrispondente da Ragusa per L’Ora, fondò L’Opposizione di sinistra, un quindicinale che nasceva come “strumento di informazione, o di controinformazione, indispensabile dato l’assoluto, incontrastato monopolio a livello locale della stampa borghese mistificatrice, asservita a precisi interessi di classe e di gruppi di potere” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;L’Opposizione di Sinistra, 1969 cit. in L. Mirone, Gli insabbiati&lt;/span&gt;]. &lt;br /&gt;Fu uno dei primi giornalisti a scoprire l’esistenza di “Gladio”, l’intreccio di neofascismo e servizi segreti che aveva il fine di evitare l’ingresso del PCI nel governo italiano. Attraverso inchieste sulla mafia ragusana e varie indagini sui referenti siciliani di Borghese, Spampinato era venuto a conoscenza della presenza a Ragusa di Stefano Dalle Chiaie, uno degli artefici della “strategia della tensione”. Venne ucciso nel 1972 dal figlio di un magistrato di Ragusa, vicino ad ambienti neofascisti e coinvolto nell’omicidio di un antiquario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Peppino Impastato&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Da Radio Aut, una radio privata creata  con i ragazzi del paese, denunciava le collusioni tra politica e mafia attraverso gli attacchi a Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi, organizzatore del traffico d’armi e droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Fu trovato morto il 9 maggio 1978, smembrato dall’esplosivo, lungo i binari che collegano Palermo a Trapani. Per tanti anni esso fu ritenuto un suicidio, essendosi sparsa la voce che era rimasto vittima dell’attentato terroristico che lui stesso stava costruendo. In seguito arrivò l’attestazione che si era trattato di un omicidio di mafia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Mario Francese&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Cronista giudiziario del Giornale di Sicilia, ucciso da Leoluca Bagarella nel gennaio del 1979. Nato in provincia di Siracusa, comincia, fin dagli inizi della propria carriera, a seguire i processi di mafia celebrati a Palermo. Diventa un grandissimo conoscitore della mafia palermitana, assistendo alle udienze più importanti: la strage di viale Lazio, il delitto Tandoj, le udienze di Luciano Liggio. La vicinanza con la città e la frequentazione dei quartieri popolari permettono al giornalista di costruirsi una fitta rete di informatori che lo aiuteranno a capire perfettamente gli interessi economici della mafia degli anni Settanta. &lt;br /&gt;Nel 1968, dopo il terremoto del Belice, i soldi stanziati dal governo per la ricostruzione diventarono un affare per la mafia; l’odore di tutti quei miliardi scatenarono una violenta guerra tra i clan per l’accaparramento degli appalti. Era iniziato un terremoto interno alla mafia, che causava una forte tensione tra vecchie e nuove generazioni. Approfondendo tra i misteri dei finanziamenti per la ricostruzione del Belice (che riguardava tre province: Trapani,  Palermo e Agrigento), Francese scoprì che alla base del forte scontro interno mafioso c’erano soprattutto i soldi stanziati per la costruzione della diga Garcia (alcuni terreni erano dei cugini Salvo, legati al democristiano Salvo Lima [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Cfr. L. Mirone, Gli insabbiati, p. 158&lt;/span&gt;]). Ricorda Felice Cavallaro: “Gli articoli di Mario finivano per porsi in antitesi con quei personaggi come i cugini Salvo e lo stesso Lima verso i quali il Giornale di Sicilia ha sempre avuto un reverenziale rispetto” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Felice Cavallaro, interv. in L. Mirone, Gli insabbiati, p. 159&lt;/span&gt;]. Dal 4 al 21 settembre 1977, Francese pubblica una clamorosa inchiesta in sei puntate in cui, ripercorrendo la guerra di mafia, scrive degli interessi, delle collusioni e delle corruzioni dietro l’affare della diga. In quella occasione Mario Francese fu il primo a fare il nome di Totò Riina e delle società ad esso collegate che parteciparono alla gara di appalti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Mauro Rostagno&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sociologo. Era stato anima del sessantotto e uno dei padri di Lotta continua. Trasferitosi in Sicilia per fondare una comunità di recupero per tossicodipendenti, era diventato il direttore di RTC, una televisione privata di Trapani. Raccontava in una lettera indirizzata ad un amico:&lt;br /&gt;“Ho cominciato a mandare le telecamere tra la gente, farla parlare, ho fatto un gran casino sull’acqua (che manca ed è inquinata), sulla monnezza (città sporche, i traffici loschi della nettezza urbana), sulle case popolari, sulle scuole antigieniche e carenti, sui palazzi di giustizia lasciati deserti dai sostituti procuratori, soprattutto sulla sanità pubblica. Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono. Sociologicamente si chiama “primato dell’esistenza sul teorico”: e già questo a Trapani è profondamente antimafioso”. &lt;br /&gt;Rostagno fu ucciso in circostanze ancora misteriose alle porte di Trapani, il 26 settembre del 1988. Sconosciuti i nomi degli assassini e dei mandanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Beppe Alfano&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), corrispondente de La Sicilia. Conduceva la trasmissione “Filo diretto”, per l’emittente Telenews (dell’editore Antonio Mazza, ucciso pochi mesi dopo Alfano), programma basato sugli interventi telefonici degli ascoltatori, dove gli amministratori erano chiamati a rispondere. Aveva scoperto gli scandali di un’associazione di assistenza dove avevano messo le mani insieme politici e mafiosi. Fu ucciso nel gennaio del 1993.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo elenco manca Giuseppe Fava, ucciso nel gennaio del 1984, a cui sono dedicati molti post in questo blog.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bavagghiu in siciliano vuol dire bavaglio. È la metafora che utilizza il giornalista Riccardo Orioles per titolare un pezzo scritto nell’aprile del 1995 su I Siciliani nuovi a proposito del rapporto tra i giornalisti uccisi e gli organi collettivi siciliani che li tutelavano:&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;“La Sicilia fra tutte le regioni d’Italia è quella che ha dato il più gran numero di giornalisti uccisi nel compimento del proprio dovere. I giornalisti hanno, a loro tutela: un sindacato unitario, che è la Fnsi, un Ordine professionale, un direttore di testata che, loro collega, dovrebbe in linea di massima proteggere i loro interessi contro chiunque. Dei giornalisti uccisi, Peppino Impastato (1978) non ebbe alcuna tutela in quanto non iscritto all’Ordine; molti colleghi si esercitarono liberamente a dargli del terrorista. Mario Francese, cronista del Giornale di Sicilia, fu ucciso mentre indagava su una questione di mafia; ma i proprietari del suo giornale, in un’intervista, misero in dubbio la matrice mafiosa della sua morte, senza reazioni apprezzabili da parte dei colleghi. Al funerale di Giuseppe Fava, nel 1984, sindacato e Ordine nazionale dei giornalisti furono assenti. Lo stesso per Mauro Rostagno, con la motivazione che non era regolarmente iscritto all’Ordine.&lt;br /&gt;Non era regolarmente iscritto neanche Giuseppe Alfano, solitario corrispondente de La Sicilia da Barcellona, ucciso dai mafiosi; lo iscrissero alla memoria dopo la morte, concedendogli finalmente di diventare un giornalista «vero». Il giudice che indagava sul suo assassinio dovette sudar sette camicie per farsi dare, dal suo giornale, gli articoli che gli servivano per indagare; poté averli solo minacciando il ricorso a mezzi legali. E così via. Tutto questo per dire che, se la storia dei giornalisti siciliani è spesso - individualmente - una storia gloriosa, non lo è altrettanto quella dei loro organi collettivi e dei loro giornali”.&lt;/blockquote&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-4503477232756368715?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4503477232756368715'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/4503477232756368715'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/giornalista-in-sicilia-un-mestiere.html' title='Giornalista in Sicilia, un mestiere difficile'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0ezNkW-d3I/AAAAAAAAAPY/Af3Uynw5hDI/s72-c/typewriter.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-7347525416577490904</id><published>2010-01-07T12:15:00.002+01:00</published><updated>2010-01-07T12:19:50.492+01:00</updated><title type='text'>I Siciliani perché?</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0XDTAWACoI/AAAAAAAAAPQ/H6kqMTz7vpY/s1600-h/disegno+fava.png"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 226px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0XDTAWACoI/AAAAAAAAAPQ/H6kqMTz7vpY/s320/disegno+fava.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5423956057514838658" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;“I Siciliani vengono avanti nel grande spazio della informazione e della cultura, nel momento preciso in cui il problema del Meridione è diventato finalmente, anzi storicamente, il problema dell’intera Nazione”. Era il 15 dicembre del 1982. Con questo editoriale il direttore Giuseppe Fava inaugurava la nuova rivista I Siciliani, fondata ed edita tramite la cooperativa Radar, un soggetto creato l’anno prima insieme ai giovani giornalisti che componevano con lui la redazione del giornale.&lt;br /&gt;In queste righe c’è la dichiarazione di intenti del gruppo, il manifesto che li accompagnerà nella loro lunga storia. C’è un problema di tutti: si chiama mafia. In uno “spaventoso lampo di violenza” mafiosa, in meno di due anni, erano stati uccisi rapidamente “uomini al vertice della società”. Dalla fine degli anni Settanta la mafia era uscita allo scoperto, colpendo sempre più in alto, tutti gli uomini che ostacolavano gli affari di Cosa nostra: gli ultimi in ordine di tempo erano stati Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia (ucciso il 6-1-80), Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo (6-8-80), Pio La Torre, segretario del PCI siciliano (30-4-82), e Carlo Alberto dalla Chiesa, generale dei carabinieri, nominato Prefetto di Palermo il giorno dopo l’agguato a La Torre (ucciso in via Carini il 3-9-82). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inizialmente alla guida del Giornale del Sud, quotidiano catanese nato nel 1980, Fava e i suoi ragazzi non avevano mai smesso di parlare di mafia, di collegare gli omicidi, di delineare la nuova geografia criminale. In una Italia dove nessuno voleva parlare di mafia, c’era anche una Catania dove in quegli anni si diceva ci fosse solo spicciola delinquenza. Non era questa l’idea de I Siciliani; erano sicuri dell’esistenza della mafia e per questo si erano ritagliati uno spazio editoriale nuovo, a proprie spese, una voce libera in un monopolio informativo compatto. Per la redazione del giornale i fatti parlavano chiaramente: Catania stava diventando fondamentale nella nuova geografia mafiosa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; “La mafia è dovunque – continuava Fava nell’editoriale – in tutta la società italiana, a Palermo e Catania, come Milano, Napoli o Roma, annidata in tutte le strutture come un inguaribile cancro, per cui l’ordine di uccidere dalla Chiesa può essere partito da un piccolo bunker mafioso di Catania, o da una delle imperscrutabili stanze politiche della capitale”. Il direttore proseguiva elencando altri problemi immensi, considerati per decenni “tragedie meridionali, cioè, secolari, inamovibili, distaccate dal corpo vivo della Nazione” che invece appartengono a tutti gli italiani, “costretti a sopportarne il danno, spesso il dolore, talvolta la disperazione”. Sono i problemi della Sicilia dell’inizio degli anni Ottanta: Priolo, uno splendido paese siracusano che si affaccia sul mare, di colpo diventato polo industriale e petrolchimico, ora devastato dall’inquinamento; Comiso, paesino del ragusano, scelto come parcheggio di testate atomiche statunitensi pronte ad essere lanciate in qualsiasi momento; poi ancora la camorra, “subalterna e alleata della mafia”, e l’emigrazione meridionale al nord, dapprima “speculazione del grande capitale sulla povertà e ignoranza” e ora nei giorni di recessione trasformata in “piaga sanguinosa che assedia le grandi città settentrionali”. Niente era di interesse regionale, secondo I Siciliani: “Tutto quello che accade a Milano, Roma, Venezia, Torino, nel bene e nel male, appartiene anche ai meridionali, ai siciliani. Quello che accade nel Meridione e in Sicilia, il bene e il male, la paura, il dolore, la povertà, la violenza, la bellezza, la cultura, la speranza, i sogni, appartiene a tutta la nazione”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo fu l’atto di nascita del giornale; una rivista che voleva conoscere e far conoscere i problemi che affliggevano la Nazione, tutta. Per farlo si servì dello strumento più importante del giornalista: l’inchiesta. Fava e i suoi carusi, formati da lui personalmente negli anni precedenti attraverso esperienze in varie testate, erano pronti e iniziavano con quel manifesto una nuova esperienza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“I Siciliani giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte […]. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno”.&lt;br /&gt;Il mensile arrivò in edicola alla vigilia di Natale del 1982, e nel giro di pochi giorni andarono esaurite le tremila copie di quel primo numero. Saranno indispensabili altre due ristampe che porteranno la data di Gennaio 1983, per un totale di diecimila copie vendute per l’esordio. Il successo non fu solo nelle vendite. La Sicilia ebbe finalmente una voce d’informazione in più. Una rivista cartonata di centosessanta pagine, diventate in seguito duecento, che parlavano di mafia, di questione meridionale, di cultura e costume. Una voce corretta, onesta e responsabile, senza padroni né padrini, il cui unico scopo fu quello di essere uno strumento di impegno civile per tutto il Paese, cercando e dicendo la verità.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-7347525416577490904?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7347525416577490904'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/7347525416577490904'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/i-siciliani-perche.html' title='I Siciliani perché?'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0XDTAWACoI/AAAAAAAAAPQ/H6kqMTz7vpY/s72-c/disegno+fava.png' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-1826198934901316451</id><published>2010-01-05T15:44:00.002+01:00</published><updated>2010-01-05T15:48:14.770+01:00</updated><title type='text'>Non scriveva per placare, tanto meno per assolvere, bensì per agitare</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NRJ0x24BI/AAAAAAAAAPI/umcfWYNmQ-A/s1600-h/palazzolo27.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 184px; height: 200px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NRJ0x24BI/AAAAAAAAAPI/umcfWYNmQ-A/s200/palazzolo27.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5423267605512642578" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Aveva il gusto (non l’ostentazione) della cultura e della condizione contadina da cui proveniva, pure egli praticando la modernità e il dinamismo del cittadino e del cosmopolita. Guardava l’Europa e il mondo, ma avendo scelto come prospettiva privilegiata la Sicilia. Il suo era uno sguardo che proprio perché tendeva a proiettare la Sicilia nell’Europa, per ciò stesso si identificava con il punto di vista della Sicilia. Aveva una visione apocalittica e una predilezione per la lotta. Non scriveva per placare, tanto meno per assolvere, bensì per agitare. Il suo modo di scrivere era conseguente al suo essere. Era il suo modo d’essere. La scrittura era perciò imputatoria e blasfema. Nessuna finalità catartica né il giuoco estetico l’animava. Lo scrivere insomma faceva parte del lavoro di Giuseppe Fava, del suo diverso impegno umano e civile. Romanzo, teatro, cronaca o inchiesta giornalistica, non venivano di volta in volta scelti per una preferenza di generi, ma essenzialmente relativamente all’efficacia, e relativamente ai destinatari. Il romanzo, per Fava, non era che cronaca ma per destinatari i quali non erano in grado di avvertire la immediata tragicità che balza alla cronaca.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sebastiano Addamo, I Siciliani, Gennaio 1984&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-1826198934901316451?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/1826198934901316451'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/1826198934901316451'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/non-scriveva-per-placare-tanto-meno-per.html' title='Non scriveva per placare, tanto meno per assolvere, bensì per agitare'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NRJ0x24BI/AAAAAAAAAPI/umcfWYNmQ-A/s72-c/palazzolo27.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-8450608027494843662</id><published>2010-01-05T14:58:00.006+01:00</published><updated>2010-01-05T15:53:36.515+01:00</updated><title type='text'>Il Giornale del Sud</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NO-_kA3uI/AAAAAAAAAPA/K4M7LxXJaoY/s1600-h/05012010.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 147px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NO-_kA3uI/AAAAAAAAAPA/K4M7LxXJaoY/s200/05012010.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5423265220405550818" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Nel 1980 gli imprenditori etnei Recca e Lo Turco contattarono personalmente Fava, che ormai si era stabilito a Roma. Avevano un’offerta importante: affidargli la direzione di un nuovo giornale catanese, un quotidiano del mattino che si prefiggeva di mettersi in concorrenza con La Sicilia, presentandosi come una voce indipendente e libera. In realtà l’intenzione politica era ben altra, adesso facilmente intuibile, all’epoca difficilmente decifrabile. I nomi che si celavano dietro la proprietà del nuovo giornale erano quelli del cavaliere del lavoro Gaetano Graci, di due politici, il socialdemocratico Salvatore Lo Turco e il democristiano Giuseppe Aleppo (già assessore all’Agricoltura), e dell’esattore comunale Salvatore Costa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“I loro nomi, allora, dicevano ben poco […] tipi ambiziosi, astuti, pragmatici. Nient’altro” (&lt;span style="font-style:italic;"&gt;C.Fava, La mafia comanda a Catania, p.99&lt;/span&gt;). Quel giornale in teoria doveva essere al servizio dell’editore, uno strumento utilizzabile a fini elettorali, visto che all’orizzonte c’erano le elezioni del 1981. Ma non solo, la creazione di quel giornale era una operazione di “riequilibrio” che riguardava la proprietà del sistema informativo etneo. Infatti, tra i potenti cavalieri del lavoro catanesi, l’unico a non avere un organo d’informazione era proprio Gaetano Graci (Rendo allora era proprietario di Telecolor, mentre Costanzo si diceva fosse socio di Mario Ciancio a La Sicilia, oltre ad avere l’emittente Telejonica) [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;A. Laudani in C.Fava, L’istruttoria, Catania, Fondazione Fava, 2005, p. 47&lt;/span&gt;].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli editori volevano così comprare la possibilità di poter dire la propria nel “solito” panorama editoriale catanese. “Lo Turco, Graci, Aleppo e Costa erano soltanto gli editori rampanti d’un nuovo quotidiano, ricchi e spregiudicati. Apparentemente inoffensivi” [C.Fava, La mafia comanda...]. Qualche anno più tardi fu proprio la redazione de I Siciliani a far luce sugli affari di quel gruppo di imprenditori: tangenti e collusioni con la mafia erano le principali violazioni. Fu Tony Zermo, giornalista di punta de La Sicilia, a consigliare all’imprenditore Recca di prendere in considerazione la possibilità di affidare la direzione del giornale a Fava [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;A Laudani in C.Fava, L’istruttoria, p. 47&lt;/span&gt;].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Fava fu scelto perché era ritenuto uno dei giornalisti più bravi in circolazione, non possedeva tessere di partito ed aveva il coraggio necessario per iniziare da zero l’esperienza di un nuovo giornale. Fava accettò la direzione, non prima però di aver scritto di propria mano il contratto da stipulare con la proprietà. Claudio Fava a proposito ricorda alcune parole del padre: “se io vengo, se mi chiamano, sanno chi sono e sanno di chiamare un giornalista che farà questo giornale con il massimo grado di libertà. E siccome non mi fido di nessuno, me lo metto per iscritto” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Claudio Fava, intervista&lt;/span&gt;]. Aveva preparato di suo pugno un contratto in cui in dieci righe si trattavano gli elementi economici, mentre nelle restanti quattro cartelle erano contenute, con una sorta di editoriale, tutti i suoi diritti di Direttore, le libertà principali e ciò che aveva diritto assoluto di fare in quel giornale, “contratto che onorò, mettendo la proprietà in grande disagio” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Claudio Fava, intervista&lt;/span&gt;].&lt;br /&gt;Mise in piedi una redazione giovanissima, chiamando alcuni dei ragazzi arruolati durante l’esperienza de l’Espresso sera. Nessun collega de La Sicilia si offrì di aiutarlo [“Quando nacque questo giornale mio padre pensò subito a qualcuno dei suoi vecchi colleghi de La Sicilia. Li cominciò a chiamare uno ad uno a quei 5 o 6 colleghi, della sua età, a qualche passo dalla pensione. Gli dissero tutti di no”. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Claudio Fava, intervista&lt;/span&gt;]. L’età media era di ventitre anni, e molti di quei giovani erano alle prime armi. Grazie a quella esperienza giornalistica molti di quei ragazzi impararono il mestiere. Fava li aveva scelti e formati ad uno ad uno. Iniziarono tutti dalla cronaca nera, il genere informativo per cui si contraddistinse il giornale:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Il Giornale del Sud concentrò i suoi sforzi su quello che viene considerato a torto un genere minore: la cronaca nera. Cominciò a raccontare le stragi, gli attentati, gli omicidi e tutta la violenza che flagellava Catania al ritmo di un morto ammazzato al giorno, facendo per la prima volta nomi e cognomi dei capiclan. Il Giornale del Sud non scriveva che la vittima era stata uccisa per una guerra tra clan rivali, scriveva che un commando di Santapaola aveva ammazzato un killer del clan Ferlito.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sebastiano Messina in M.Finocchiaro (a cura di), La maestra e il diavolo, p. 51 &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;I giornalisti del Giornale del Sud furono i primi a parlare di mafia, scrivendo con “nomi e cognomi: la mappa delle famiglie vincenti, la loro consistenza “militare”, le rotte dei loro traffici, le contiguità politiche” [C.Fava, La mafia comanda...].&lt;br /&gt;Il primo numero uscì il 4 giugno del 1980. Fava nell’editoriale parlava dei tre principi che avrebbe seguito nella conduzione del quotidiano: “tutti i giornali che vengono alla vita, nel primo giorno di pubblicazione, affermano sempre assolutamente tre parole. Tre principi: popolo, giustizia, verità!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Soprattutto la verità, che “non è quella che arriva ai giornali attraverso i comunicati ufficiali, le conferenze stampa, i discorsi del potere, i mattinali della questura, i bilanci della società, le sentenze dei magistrati, ma quasi sempre un’altra più segreta e difficile, nascosta fra le cento pieghe ostili della società, camuffata in mille modi, deformata da una infinità di interessi, menzogne, corruzioni. La verità non arriva mai con le sue gambe sui tavoli di un giornale, ma bisogna andarla a cercare dovunque, scovarla dove essa sia e dove l’hanno intanata, riconoscerla perfettamente per raccontarla nella sua vera identità”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Noi viviamo in un paese sporcato dal sangue – continuava Fava – dalla imbecillità, dalla vanità e dalla violenza del potere. […] c’è la strafottenza politica di noi siciliani, popolo, siciliano intendo, cinque milioni di esseri umani che continuano a delegare il loro destino ai meno capaci. Cioè cinque milioni di esseri umani intelligenti i quali potrebbero essere al centro della civiltà mediterranea e non riescono a organizzare il loro destino.&lt;br /&gt;Ecco, noi siamo giornale del Sud per questo; per dare ai siciliani quella presenza politica e culturale che aspettavamo. Diciamo politica poiché tutti i problemi della società, la giustizia, la violenza, l’economia, la morale, costituiscono politica. E diciamo cultura poiché noi vi racconteremo tutto quello che accade, nella attualità dell’Italia e dell’estero, nella cronaca di Catania e delle altre città siciliane, nell’arte, nello spettacolo, nello sport, e di ogni cosa che accade cercheremo sempre, onestamente e profondamente di capire il come e il perché. Questa è cultura. Ecco appunto, noi vogliamo lottare ogni giorno (e non c’è alcuna retorica in questa parola, ma solo collera, amore e orgoglio) per organizzare il destino di noi siciliani.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giuseppe Fava, Con amore collera e speranza, Giornale del Sud, 04/06/1980&lt;/span&gt;  &lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Lo strumento alla ricerca della verità era quel tabloid di trentadue pagine  - divise tra nazionali, esteri, sport e cultura - piene zeppe di vita della città: di cronaca, degli affari della mafia, dell’impunità e della cattiva gestione del potere politico, del fallimento delle opere pubbliche, dell’inquinamento del mare siciliano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il contrasto con gli editori si palesò molto presto. Inizialmente fu il cavaliere Graci ad intervenire personalmente, venendo allo scoperto, in seguito delegò il proprio avvocato Alfio Tirrò allo svolgimento di un lavoro di controllo, con funzioni censorie, di tutti gli articoli prima della loro pubblicazione. Erano sotto accusa non solo gli articoli che andavano “contro la proprietà” ma soprattutto quelli che riguardavano Cosa nostra catanese, nella figura del capo indiscusso Benedetto Santapaola, che un giorno si presentò personalmente nell’ufficio del cavaliere, con cui già andava a caccia [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;A.Laudani in L’istruttoria, p. 48&lt;/span&gt;]. Furono diverse le occasioni di scontro con la proprietà del giornale, che addirittura tentò di imporre alla direzione il licenziamento della giornalista Giovanna Quasimodo, autrice di inchieste sull’irregolarità dell’amministrazione comunale [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Riccardo Orioles, interv., in L.Mirone, Gli insabbiati, p. 180&lt;/span&gt;].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Chi ha detto che a Catania non c’è mafia?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nessuno era ancora convinto, guardando al degrado e alla violenza della città, che si potesse affermare che a Catania ci fosse una mafia, solida e radicata, che si stava sviluppando davanti agli occhi inerti dell’opinione pubblica e davanti all’impotenza dello Stato. Il Giornale del Sud ogni giorno pubblicava molti servizi sui morti ammazzati, cominciando timidamente a delineare la mappa degli interessi mafiosi e delle famiglie vincenti. Ma c’era da sensibilizzare anche la gente comune che pensava che la mafia fosse una malattia che attanagliava solo Palermo e che non coinvolgeva altre realtà isolane:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Da sempre si suole dire che la Sicilia orientale è immune dalla mafia e che questo tragico fenomeno devasta soltanto la vita sociale nell’occidente dell’isola. Cioè come se esistesse, a metà della Sicilia, una specie di immaginaria linea di confine: da una parte stanno i buoni e dall’altra i sanguinari. Palermo, imponente e sonnolenta sarebbe la sovrana della Sicilia terribile, Catania ironica e laboriosa la capitale della Sicilia mansueta. Praticamente si verrebbe a determinare questo incredibile fenomeno storico: che la mafia, capace di stravolgere le grandi città del mondo da New York a Milano, da Los Angeles a Marsiglia e Napoli, arrivata sulla sponda sassosa del fiume Imera, lungo la vallata fra Caltanissetta ed Enna, si ferma. &lt;br /&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Fava continuava illustrando le caratteristiche della mafia moderna, tre componenti precise, riscontrabili anche nella Sicilia orientale: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Primo l’appropriazione con la violenza, se necessario con la morte del concorrente  di una ricchezza (appalti, commerci, mercati) e quindi la costituzione di un diritto negato dalla legge. Secondo la impotenza dello Stato e quindi dei suoi strumenti civili, magistrati, polizia, parlamento, a imporre il suo diritto, che è la legge di tutti i cittadini. Terzo, infine, la rassegnazione degli stessi cittadini alla impotenza dello Stato e alla incontrastata potenza dei violenti. […] A Catania e nella provincia di Catania gli assassini si susseguono con una costanza allucinate,  e non c’è mai una componente sentimentale all’antica, la gelosia, la sfida malandrina, la ragion d’onore. […] L’industria che vanta a Catania il più alto fatturato è certamente quello delle estorsioni: migliaia di commercianti, negozianti, operatori economici o di mercato, appaltatori, pagano mensilmente un prezzo alla criminalità per non essere assaltati. […] Non è stato scoperto mai l’autore di un solo assassinio, e gli operatori economici continuano a pagare […] potranno magari frodare cento volte il fisco, ma non sgarrano un giorno a pagare il pizzo. Così l’economia catanese sta morendo. Una delle ragioni, forse quella essenziale per cui tutta Catania sta morendo. Le componenti ci sono tutte: l’appropriazione violenta del diritto alla ricchezza, la totale impotenza dello Stato a fare giustizia, la rassegnazione vile del cittadino.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt; Giuseppe Fava, Chi ha detto che a Catania non c’è mafia?, Giornale del Sud, 23/08/80&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;L’attentato&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La notte tra il 18 e il 19 gennaio del 1981 la redazione subì un attentato intimidatorio. Una bomba carta era stata posta davanti l’ingresso secondario del giornale, nell’unico giorno in cui il Giornale del Sud non lavorava. Un segnale intimidatorio preciso. Queste furono le parole di Fava il giorno seguente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Un attentato è stato compiuto la sera di domenica contro il nostro giornale: una potente carica esplosiva ha divelto la pesante saracinesca di uno degli ingressi, devastando il locale adiacente, fracassando le grandi vetrate e danneggiando due auto in sosta. Nessuno – sia esso mercante politico, operante di malaffare o criminale – ha rivendicato l’ignobile gesto. In realtà coloro i quali hanno compiuto questi atto di violenza, hanno sbagliato tutto. Non hanno cioè capito che il Giornale del Sud è nato anzitutto per dire la verità, la onesta limpida verità su tutto e tutti, su qualsiasi problema, fatto, evento, in modo che i siciliani possano essere sempre informati sulla società dentro la quale vivono e quindi operare in coscienza le loro scelte. E in questa società siciliana, spesso maltrattata e offesa da una informazione parziale o interessata, il Giornale del Sud – ben al di là di suoi eventuali meriti di stile e di cultura – rappresenta questa voce assolutamente onesta, assolutamente indipendente da qualsiasi potere e intende, ogni giorno, battersi per tre principi fondamentali: la verità, la libertà e la giustizia. Lo abbiamo scritto sulla prima pagina del nostro primo numero e possiamo confermarlo, senza retorica ma con decisione morale. Non ci sarà attentato o violenza che potrà per un attimo fermare il Giornale del Sud. Dentro il quale lavorano uomini i quali (tutti) di questi principi hanno fatto una idea della vita.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giuseppe Fava, Attentato al nostro giornale, Giornale del Sud, 20/01/81&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Quella che all’inizio sembrava una battuta (“secondo me la bomba se la sono messi loro stessi perché ormai si spaventavano del loro stesso giornale”) fu confermata molti anni dopo dalle dichiarazioni di alcuni pentiti che confermarono che i mandanti dell’attentato erano stati gli stessi editori [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Michele Gambino, Nel nome di Graci, I Siciliani Nuovi, Giugno 1994&lt;/span&gt;].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Gli euromissili a Comiso&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nell’agosto del 1981 Fava pubblicò una serie di editoriali ed articoli contro la decisione del governo di installare dei missili americani nella Base Nato di Comiso, paese in provincia di Ragusa.&lt;br /&gt;La posizione del Giornale del Sud era stata netta e chiara: “No ai missili atomici” aveva titolato il giornale di Fava, schierandosi a favore del movimento pacifista e ribadendo il chiaro rifiuto ai cruise americani. Questa dichiarazione contrastava con gli interessi della proprietà, a tal punto che venne fatto recapitare a Fava un telegramma nel quale gli si ricordava che il giornale si muoveva nell’ambito del Patto atlantico. La tensione fra la proprietà e la direzione in quel momento fu altissima: una delle prime mosse architettate da parte degli editori al fine di “addomesticare” la redazione fu quella di affiancare a Fava il giornalista Umberto Bassi come vicedirettore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il caso Ferlito&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Catania intanto diventava sempre più centrale nello scacchiere del traffico di droga internazionale. “La via dell’eroina ora passa da Catania […]. La malavita catanese nel traffico ormai c’è da più di due anni”, erano state le parole di Riccardo Orioles, cronista del Giornale del Sud, che in quel periodo si stava occupando di un’inchiesta atta a tracciare le rotte mondiali della droga, collegate allo spaccio di eroina e cocaina nella città etnea, controllato da alcune famiglie mafiose catanesi (i Cutaja, gli Ercolano e i Ferrera, tutte famiglie collegate al boss Santapaola) [L.Mirone, Gli insabbiati, p. 181].&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Verso la fine di settembre del 1981 Alfio Ferlito, boss della famiglia rivale ai Santapaola, era stato arrestato alla periferia di Milano con un camion carico di droga. Il Giornale del Sud dedicò all’avvenimento un largo e dettagliato spazio nella cronaca: la storia del boss Ferlito, i rapporti d’inimicizia con il clan Santapaola, il tutto sottolineando la parentela con l’assessore ai Lavori pubblici del comune di Catania. Ricorda il giornalista Antonio Roccuzzo che, poichè nella vicenda era coinvolto un noto mafioso il cui cugino era un assessore al comune etneo, “la Catania che contava faceva il giro delle redazioni per far cancellare la cronaca dai giornali: e ci riusciva” [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Antonio Roccuzzo in M.Finocchiaro (a cura di), La maestra e il diavolo, p. 161&lt;/span&gt;]. Proprio quel giorno il direttore Giuseppe Fava si trovava a Roma. Il servizio, preparato dai giornalisti Claudio Fava e Riccardo Orioles, venne fermato sui tavoli del vice Bassi. L’articolo fu ridimensionato e “corretto” da Tirrò, l’avvocato di Graci, sotto l'assenso del vicedirettore. &lt;br /&gt;Claudio Fava ricorda a proposito che spesso la proprietà, dopo avergli affiancato il vice, approfittava delle assenze del direttore per censurare alcuni articoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il licenziamento e l’occupazione&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Poco più di una settimana dopo arrivò per Giuseppe Fava il telegramma di licenziamento. Il motivo principale per cui Fava veniva congedato era che aveva ridotto in deficit i conti del giornale. Non era un motivo accettabile per i redattori che, essendo a conoscenza dei precedenti attriti con la proprietà, scelsero democraticamente di occupare per protesta la sede del giornale per cinque giorni. L’occupazione finì il sesto giorno dopo l’intervento pacificatore del sindacato, che spiegò ai redattori che il direttore era stato licenziato per una giusta causa. Le proteste dei giornalisti non vennero ascoltate, avallando così la nomina a direttore del vice Bassi. Giuseppe Fava così lasciava la direzione del giornale, appena dopo aver affermato il suo manifesto intellettuale di giornalista, nello spazio delle lettere al direttore: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffazioni. le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giuseppe Fava in Rubrica delle lettere, Giornale del sud, 11/10/1981&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giorno dopo Fava si congedava dai suoi lettori, con un articolo intitolato “Una lotta civile”, raccontando la sua esperienza alla direzione del giornale e descrivendo lo stato attuale del quotidiano:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Esattamente nel gennaio 1980 un gruppo di imprenditori catanesi, che non conoscevo personalmente, ma che mi offrirono tutte le garanzie morali e professionali, mi invitò a dirigere un nuovo giornale a Catania, il Giornale del Sud che doveva rappresentare la voce di una generazione nuova e intraprendente di siciliani. Io avevo lavorato per quasi trent’anni in giornalismo, in tutti i settori, avevo scritto centinaia di articoli, inchieste, servizi. Trent’anni sono tanti, metà della vita, e io li avevo spesi appassionatamente in una professione che, prima d’essere lavoro, è arte di vivere. […] In questo anno e mezzo la consistenza dell’azienda editoriale […] si è però modificata. L’intenzione civile  e la posizione politica sono diverse, rispetto a quelle che erano al momento in cui accettai di creare questo nuovo giornale. E dunque, per rispetto verso l’azienda, verso me stesso, e soprattutto verso i siciliani, me ne vado! Bisogna anche dire che, tenuto conto della inconciliabilità delle rispettive posizioni etiche (la concezione stessa del valore e della funzione di un giornale nella società) e politiche (l’azienda aveva da sostenere interessi politici che io respingevo) l’editore mi ha anche civilmente proposto di rassegnare le mie dimissioni, concordando una formula che fosse la più amabile possibile, come è nella tradizione borghese del giornalismo italiano. Ho rifiutato perché fosse chiaro dinnanzi a tutti che non abbandonavo il posto di lotta e che fino all’ultimo avevo tenuto fede ai miei impegni civili verso i compagni di lavoro e verso i cittadini&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Lascio un giornale perfettamente vivo e valido, creato dal niente e tuttavia in sicura espansione, con una redazione di giovani avviati alla professione […]. Li considero l’opera più bella della mia vita di giornalista. Auguro loro di non tradirsi mai e di poterli incontrare ancora [&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giuseppe Fava, Una lotta civile, Giornale del sud, 12/10/1981&lt;/span&gt;].&lt;br /&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Il nucleo storico de I Siciliani nacque quel giorno, “una dozzina di ragazzi in tutto: per un’avventura del destino e per merito del loro direttore, quel gruppo umano aveva imparato più rapidamente d’ogni altro cos’era diventata Catania. […] Nell’autunno del 1981, quei ragazzi rappresentavano per la città il primo autentico movimento d’opinione antimafioso” [C.Fava, La mafia comanda...].&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-8450608027494843662?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/8450608027494843662'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/8450608027494843662'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/il-giornale-del-sud.html' title='Il Giornale del Sud'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NO-_kA3uI/AAAAAAAAAPA/K4M7LxXJaoY/s72-c/05012010.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-9123523839517443103</id><published>2010-01-05T14:36:00.003+01:00</published><updated>2010-01-05T14:57:50.622+01:00</updated><title type='text'>Gli anni dell'Espresso sera</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NFNiLyIqI/AAAAAAAAAO4/NiYwa0a_H5s/s1600-h/fava.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 160px; height: 200px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NFNiLyIqI/AAAAAAAAAO4/NiYwa0a_H5s/s200/fava.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5423254475101053602" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dal 1956 al 1978 Giuseppe Fava collaborò al quotidiano catanese del pomeriggio Espresso Sera, sempre in qualità di capocronista. La testata fu rilevata, intorno agli anni Sessanta, dall’editore Mario Ciancio Sanfilippo. La Sicilia e l’Espresso Sera, dal 1968, ebbero una sede congiunta in un moderno palazzo costruito lungo la circonvallazione di Catania.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Gli anni all’Espresso Sera furono importanti per la maturazione del giornalista Fava. Da capocronista, per anni, si occupò dell’organizzazione delle pagine di cronaca nera, seppur la sua firma comparisse principalmente nelle recensioni cinematografiche e nella terza pagina. Dal 1974, poi, Fava iniziò a scrivere anche articoli di fondo e lettere aperte, spunti e stimoli per un dibattito culturale sull’attualità catanese. Erano gli anni in cui Catania stava mutando vesti. Si era meritata il soprannome di “città nera”, inizialmente per il successo elettorale del MSI, secondo partito catanese dietro la Democrazia Cristiana, poi come città insanguinata dai continui delitti e omicidi, alcuni riconducibili al clima politico di teppismo neofascista, altri, la maggior parte, dovuti agli scontri per regolamenti di conti nella faida criminale tra le famiglie catanesi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Nelle sue “lettere aperte”, indirizzate a figure delle più importanti istituzioni etnee - sindaci, onorevoli e procuratori - Fava descriveva e analizzava le cronache di una città stravolta dalla violenza, scagliandosi contro l’inerzia del potere, responsabile dello stato di miseria e disperazione che la città attraversava:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Catania in definitiva è una città in cui questa facilità di ricchezza e questa inesorabilità della miseria, questa continua possibilità di imbroglio morale e politica nella conquista della vita, questa continua negazione di ogni diritto o principio di pubblica morale, provoca in migliaia di giovani una irresistibile vocazione alla violenza […]. Ora Catania è questa, sanguinaria, immorale, spietata, ingovernata, una città dove la società attuale, cioè questa interpretazione della democrazia, sta sperimentando tutte le sue infamie ed i suoi inganni, una città che fa paura ed ha paura. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giuseppe Fava, Cosa accadrà a Catania, Espresso Sera, 29/12/1975&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 5 aprile del 1976 Fava parlava per la prima volta del cancro che stava ammorbando la città. Non era più semplice delinquenza: sullo sfondo estorsioni, corruzioni, malgoverno. Catania era la città dove: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;le piccole orde giovanili, nella impossibilità di continuare nell’assalto alle banche, agli uffici postali, alle gioiellerie, si sono dedicate a una speculazione criminale più oscura, più sordida e più tranquilla, vale a dire l’estorsione ai pubblici esercizi. […] Questo sta accadendo a Catania. E questa è mafia. Qualunque cosa si possa dire, questa è mafia. Poiché la mafia è lotta tra opposti interessi criminali, tesi a saccheggiare gli interessi economici di una città ed a creare un monopolio della violenza e della paura per sottomettere il cittadino. &lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ci sono dubbi per il giornalista, in una città “quasi dissanguata dalla corruzione, paralizzata dalla incapacità politica, ammorbata dalle immondizie, istupidita dalla mancanza di cultura. Bene, ora ha anche un cancro che si chiama mafia!” (&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giuseppe Fava, La mafia ha vent’anni, Espresso Sera, 05/04/1976&lt;/span&gt;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto Fava attraversava, sull’altro fronte, uno dei periodi più prolifici della sua produzione: erano gli anni della sua consacrazione letteraria, nei quali firmò opere teatrali come La violenza, Il proboviro, Bello bellissimo e romanzi come Gente di rispetto e Prima che vi uccidano.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il giornalismo cominciò una collaborazione con il quotidiano La Sicilia, per cui scrisse una serie di inchieste giornalistiche per raccontare la sua terra: girando per l’amata isola, Fava affrescava il ritratto di una regione fortemente contradditorio, fatto di bellezze tragiche e di felicità mancate. Un reportage di gusto letterario in cui mette sotto “processo”, cercando colpe e responsabili, la Sicilia tutta. Le inchieste vennero poi pubblicate nel volume Processo alla Sicilia [1967] e riprese come spunto ne I Siciliani [1980], quando ripercorrerà lo stesso itinerario per il “secondo appello”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vecchio direttore di Espresso Sera, Girolamo Damigella, andava in pensione. L’ambiente catanese dava per scontata una direzione Fava, che già dagli anni Settanta si occupava di tutta la gestione operativa ed editoriale del giornale. Le forti resistenze interne impedirono però l’attribuzione del ruolo di direttore a Fava, a cui venne proposto in cambio un periodo di prova a La Sicilia come redattore aggiunto alle province. Dopo questa proposta, probabilmente provocatoria vista la fama nazionale di cui ormai godeva, Fava lasciò Catania ed il giornale con cui per più di venti anni ne aveva seguito la cronaca. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si trasferì a Roma dove condusse per la RAI la trasmissione radiofonica Voi ed io e dove iniziò a collaborare alla terza pagina del Corriere della Sera. Nel 1980 il film Palermo oder Wolfsburg, del quale Fava aveva realizzato la sceneggiatura, ispirandosi al suo recente romanzo Passione di Michele, vinse l’Orso d’oro al Festival cinematografico di Berlino. Nello stesso anno pubblicò il volume I Siciliani, da cui trasse dei contenuti che vennero utilizzati per una serie di inchieste televisive trasmesse dalla RAI.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-9123523839517443103?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/9123523839517443103'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/9123523839517443103'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/gli-anni-dellespresso-sera.html' title='Gli anni dell&apos;Espresso sera'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0NFNiLyIqI/AAAAAAAAAO4/NiYwa0a_H5s/s72-c/fava.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-3282778404859344313</id><published>2010-01-05T11:58:00.005+01:00</published><updated>2010-01-05T14:36:26.761+01:00</updated><title type='text'>Giuseppe Fava, giornalista e direttore</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0Mc4nuZxqI/AAAAAAAAAOw/rCCFMA_Shek/s1600-h/giuseppe-fava.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 186px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0Mc4nuZxqI/AAAAAAAAAOw/rCCFMA_Shek/s200/giuseppe-fava.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5423210135346071202" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Per raccontare la storia de I Siciliani è doveroso iniziare parlando di Giuseppe Fava, il giornalista che diede vita alla redazione del giornale. In particolare parleremo degli anni della maturazione del giornalista Fava, attraverso le esperienze da capocronista dell’Espresso sera e da direttore del Giornale del Sud. Tramite questo percorso è possibile capire meglio l’etica professionale di Fava, e il tipo di formazione che egli offre ai giovani giornalisti, alcuni dei quali, conosciuti nei giornali sopraccitati, ritroveremo nell’esperienza de I Siciliani. Inoltre questo excursus è fondamentale per capire il clima dell’informazione a Catania negli anni di piombo della violenza degli scontri tra i clan mafiosi rivali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Fava nacque a Palazzolo Acreide (SR) il 15 settembre del 1925. Figlio di insegnanti elementari, provenienti da una famiglia di origini contadine, frequentò le scuole a Siracusa. Si trasferì a Catania per studiare Giurisprudenza, dove conseguì la laurea nel 1947. La professione di avvocato però non lo aveva mai entusiasmato, così da subito abbandonò l’esercizio per dedicarsi alle sue tre grandi passioni: teatro, letteratura e giornalismo. Cominciò così a collaborare con alcuni giornali minori catanesi dell’epoca (La campana, Il Giornale dell’Isola, il Corriere di Sicilia, Le ultimissime). Venne abilitato alla professione di giornalista nel 1952. Qualche anno dopo diede inizio a collaborazioni come redattore e inviato speciale con riviste nazionali come La domenica del Corriere e Tempo illustrato. In quest’ultimo pubblicò una intervista al capo mafioso Genco Russo, che possiamo trovare in parte nel volume Processo alla Sicilia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il profilo intellettuale di Giuseppe Fava è stato paragonato, durante questi anni, a quello di Pier Paolo Pasolini, per la capacità di utilizzare efficacemente diversi strumenti letterari. &lt;br /&gt;La sua produzione letteraria, giornalistica e artistica risulta vasta, poliedrica e variegata: è il frutto coerente delle sue idee che diventano storie raccontate in teatro, nei romanzi, sulle riviste e nei suoi quadri. Fava dedicò più di trentacinque anni all’esercizio della professione di giornalista, animato dalla convinzione che questo mestiere potesse servire al riscatto culturale della Sicilia e a far capire e risolvere i problemi dei siciliani. Molti dei suoi articoli sono permeati da questa passione civile, soprattutto quando Fava racconta la mafia ai propri lettori. Ci occuperemo più approfonditamente di questi ultimi, degli articoli che probabilmente hanno segnato la sua condanna a morte. Ma è importante sottolineare che la carriera giornalistica di Fava è ricca altresì di numerosissimi articoli di cultura, di inchieste letterarie, di terze pagine e di recensioni cinematografiche. &lt;br /&gt;In questo lavoro prenderemo in esame gli articoli caratterizzati dal profondo sentimento antimafioso e dalla continua denuncia all’impunità dei potenti: “Fava si occupava della sua terra e quindi di mafia. Non come “metafora” astratta, ma come sistema di potere e di relazioni. Lo faceva con lo strumento della cronaca, ma anche in teatro, con le sue acqueforti, nei libri. Senza provincialismo” (Antonio Roccuzzo in M.Finocchiaro (a cura di), La maestra e il diavolo – Atti della giornata studi dedicata a Giuseppe Fava, Catania, Agorà Edizioni, 2002, p.159).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-3282778404859344313?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3282778404859344313'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3282778404859344313'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/giuseppe-fava-giornalista-e-direttore.html' title='Giuseppe Fava, giornalista e direttore'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0Mc4nuZxqI/AAAAAAAAAOw/rCCFMA_Shek/s72-c/giuseppe-fava.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-6772155646128487419</id><published>2010-01-05T11:55:00.002+01:00</published><updated>2010-01-05T12:09:53.641+01:00</updated><title type='text'>La morte addosso</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0MbWM-6X_I/AAAAAAAAAOo/UoFqfDYncIw/s1600-h/pistola2.jpeg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 134px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0MbWM-6X_I/AAAAAAAAAOo/UoFqfDYncIw/s200/pistola2.jpeg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5423208444540379122" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;"La causa umana fondamentale della mafia è la miseria senza vie d’uscite, cioè la miseria che riunisce l’ignoranza, la malattia, la superstizione, la sporcizia, la violenza. Anche le cose futili della vita diventano essenziali. In un paese dove ogni individuo maggiorenne ha la possibilità di lavoro ben retribuito, non si troverà mai un uomo disposto ad uccidere per centomila lire o per un milione".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;G. Fava, La morte addosso, in Processo alla Sicilia, Catania, Ites, 1967, p. 192&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-6772155646128487419?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/6772155646128487419'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/6772155646128487419'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/la-morte-addosso.html' title='La morte addosso'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0MbWM-6X_I/AAAAAAAAAOo/UoFqfDYncIw/s72-c/pistola2.jpeg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5122313965018598853.post-3554992411326162150</id><published>2010-01-04T21:48:00.002+01:00</published><updated>2010-01-04T22:11:37.885+01:00</updated><title type='text'>Storia di un giornale antimafia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0JXIhJWNbI/AAAAAAAAAOg/accWDzv2j2E/s1600-h/Immagine+1.png"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 221px; height: 320px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0JXIhJWNbI/AAAAAAAAAOg/accWDzv2j2E/s320/Immagine+1.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5422992705155642802" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il 5 gennaio del 1984 moriva a Catania, assassinato in un agguato mafioso, Giuseppe Fava. Quasi sessantenne, Fava era uno scrittore di fama nazionale oltre ad essere principalmente un giornalista e autore di teatro. Da un anno aveva fondato, insieme ad un gruppo di giovani giornalisti suoi soci nella cooperativa Radar, il mensile I Siciliani. Nell’editoriale del primo numero aveva elencato i temi di cui la rivista avrebbe cominciato ad occuparsi: la crescita spaventosa della mafia, il sogno fallito dell’industria, la corruzione politica, l’inquinamento delle coste e la campagna pacifista in risposta allo stanziamento di missili nucleari nelle Basi Nato della regione. I giornalisti, attraverso lo strumento dell’inchiesta, riuscivano così ad approfondire temi e questioni che l’informazione siciliana fino a quel momento non aveva preso in considerazione. Il tutto condito da una cronaca di stampo letterario, il continuo racconto delle storie di vita, un grande laboratorio di scrittura e nuovi linguaggi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così quel mensile di approfondimento diventava il manifesto della libertà di stampa in Sicilia: un giornale “senza padroni e né padrini” che si era rivelato un vero e proprio terremoto nel mondo della stagnante informazione regionale siciliana, oltre a diventare una spina nel fianco dei politici collusi e dei mafiosi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel primo numero era presente l’inchiesta probabilmente più importante di tutta la storia de I Siciliani: “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, un servizio dedicato ai quattro maggiori imprenditori catanesi, Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro. Di loro aveva parlato il generale dalla Chiesa prima di essere ucciso dalla mafia, rispondendo all’intervista di Giorgio Bocca: “I quattro maggiori imprenditori catanesi oggi lavorano a Palermo - aveva detto dalla Chiesa - lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’era una nuova mappa del potere mafioso, e I Siciliani, che avevano seguito le cronache di quegli anni, lo avevano capito e ne cominciavano a delineare i contorni. Non fu un caso così scoprire che uno degli imputati dell’omicidio dalla Chiesa era stato proprio Nitto Santapaola, boss in ascesa della mafia catanese, fino all’anno precedente ritenuto un semplice imprenditore rampante, amico delle istituzioni e del mondo degli affari, nonché protettore dei cavalieri del lavoro. &lt;br /&gt;Negli anni de I Siciliani, nella Sicilia scossa dall’“effetto dalla Chiesa”, si scopre così da quel giornale che la mafia a Catania è ben radicata, che il territorio etneo sta diventando di primissimo piano nello scacchiere della criminalità organizzata, rivelandosi centro nevralgico degli equilibri economici di Cosa nostra. Tutto ciò sebbene i catanesi non lo avessero ancora sospettato, tranquillizzati dalle istituzioni e dalla grigia informazione di palazzo che cercavano di minimizzare gli accadimenti in una città investita da una ondata di violenza senza precedenti che aveva fatto meritare il titolo di “città nera” d’Italia.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Catania farà i conti con la mafia proprio il 5 gennaio del 1984, davanti all’omicidio di un intellettuale, di un uomo che era riuscito a parlare davvero alla gente e a proporre strumenti razionali per la lotta alla mafia. Il segnale era chiaro, l’ennesimo giornalista ucciso in Sicilia. Al ricatto mafioso I Siciliani non cederanno, continuando nel proprio lavoro, denunciando con forza le collusioni tra mafia, magistratura e imprenditoria. Essi riusciranno ad essere, per qualche anno, i protagonisti del movimento antimafia siciliano, coagulando intorno a loro la società civile, dopo aver sensibilizzato una nazione intera. Continueranno ad essere così il punto di riferimento, insieme al quotidiano L’ora di Palermo, dell’informazione antimafia, seppur soffrendo parecchi problemi finanziari dovuti al fatto di essere un giornale libero e senza padroni. Questa sarà la causa che ne comporterà chiusure transitorie e purtroppo quella definitiva nel 1996.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo lavoro vuole ripercorrere la storia di quegli anni, cercando di ricostruire, attraverso gli avvenimenti di mafia e di antimafia che la Sicilia ha attraversato dagli anni Ottanta fino a metà anni Novanta, un senso di quella vicenda. Attraverso lo specchio del giornale I Siciliani, e il suo stile a metà tra cronaca e letteratura, si racconteranno alcuni profili dei siciliani stessi, quelli potenti e impuniti, i corrotti e i collusi, quelli semplici, gli onesti, i poveri e i disperati. Si approfondirà la figura di Giuseppe Fava, padre della testata, maestro di un giovane gruppo di giornalisti negli anni Ottanta. Conosceremo le storie di giudici che hanno perso la loro vita per lottare contro la mafia, insieme a quelli messi sotto inchiesta per collusione e associazione mafiosa. Parleremo dei politici siciliani, quelli onesti e quelli amici di Cosa nostra e di fatto “terzo livello” della stessa. Poi ancora racconteremo le storie dei giornalisti con la schiena dritta, che con le loro inchieste hanno sancito la loro condanna a morte da parte della  mafia, e dei giornalisti di palazzo, creatori di consenso e complici degli equilibri dell’assurdo monopolio dell’informazione siciliana. E ancora le storie dei cavalieri del lavoro, di avvocati, di poliziotti, e di semplici cittadini. I siciliani insomma, nel bene e nel male.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5122313965018598853-3554992411326162150?l=isicilianidigiuseppefava.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3554992411326162150'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5122313965018598853/posts/default/3554992411326162150'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://isicilianidigiuseppefava.blogspot.com/2010/01/storia-di-un-giornale.html' title='Storia di un giornale antimafia'/><author><name>Luca Salici</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_aKfYLm11Fy4/S0JXIhJWNbI/AAAAAAAAAOg/accWDzv2j2E/s72-c/Immagine+1.png' height='72' width='72'/></entry></feed>
